Dove si trova(va) il Monte Bianco?

Mauro Caniggia Nicolotti • 19 gennaio 2023
Dove si trova(va) il Monte Bianco?

Dov’è il Monte Bianco? - Où est le Mont-Blanc? - si chiedeva nel 1902 il giornalista De Lazurille sul foglio ginevrino Semaine littéraire.(1) Per rispondere a quella domanda egli si avvalse di un articolo pubblicato dalla rivista tedesca Globus il quale raccoglieva le risposte dei tedeschi sul dove si trovasse il Monte Bianco; in molti casi fu risposto: “Ma in Svizzera, naturalmente”; et cela est très explicable. La Suisse et les Alpes du moins la plus grande partie des Alpes, ces deux idées-là s’appellent l’une l’autre, d’où naît cette conclusion naturelle que le plus haut sommet des Alpes doit se trouver en Suisse.

Confusione non certo dissimile era stata registrata addirittura in Francia. 
Nel 1835, quando il colosso europeo si trovava all’interno del Regno di Sardegna, la sesta edizione del Dictionnaire de l’Académie Française riportava bellamente che Le glacier du Mont-Blanc est le plus remarquable de la Suisse; informazione totalmente errata e che successivamente fu corretta:(2) Le Mont-Blanc est dans la Savoie.(3) 
L’errore, però, rimaneva; a meno che con il nome “Savoia” non si intendesse l’intero contesto statuale il cui nome ufficiale all’epoca era Regno di Sardegna. 

Ingenerosa la stoccata finale del giornale svizzero: Les valdôtains revendiquent pour eux la plus grande part du massif qu’ils incorporent au district de la Doire; ils impriment cela belliqueusement dans leurs gazettes et on peut constater que le journal le plus important qui paraisse à Aoste s’appelle précisément le “Mont-Blanc”.(4)

Mai, come asserito dalla stampa elvetica, i valdostani reclamarono “la maggior parte del massiccio”; non solo: mai ebbero toni bellicosi e mai s’accorsero che i francesi, a dispetto dei diversi accordi bilaterali sui confini, annetterono parti del loro territorio. La cosa, infatti, venne alla luce solo verso la fine del XX secolo.

Che dire, infine, della critica sul nome del giornale? Il perché un giornale valdostano non si potesse chiamare Mont-Blanc sfugge...

Comunque sia, nel 1921 anche in Inghilterra qualcuno di confusione ne avrebbe fatta ancora. Secondo il periodico Journal et feuille d’avis du Valais del 30 aprile di quell’anno, un consigliere generale dell’Alta Savoia sosteneva che il Primo ministro inglese David Lloyd George in un discorso avrebbe detto: Autant enlever le Mont-Blanc à la Suisse! Secondo il giornale, affinché tali errori non si riproducano, il Conseil général de la Haute-Savoie chiederà che il dipartimento porte désormais le nom de département du Mont-Blanc
“Annotiamo, infine, che i francesi - concludeva il giornale svizzero - qualche volta collocano il Monte Bianco in Svizzera”. Cest le cas d’Alexandre Dumas père dans ses «Impressions de voyage». 
In più, nel 1918 un officier supérieur français devant être interné en Suisse, demanda à résider à Chamonix! 

Il politico statunitense Robert Green Ingersoll (1833-1899) un giorno disse: Pochi uomini ricchi possiedono le loro proprietà: sono le proprietà che possiedono loro.(5) Parafrasando liberamente, si potrebbe dire che il Monte Bianco non ha padroni. 
Ricade, infatti, tra due amministrazioni: la Francia e l’Italia che si incontrano esattamente sulla sua cima; e non è solo in territorio francese come qualcuno vorrebbe far credere...

E’ come se il Creatore, pizzicandolo tra due dita, avesse trattenuto in alto quel lembo di terra. Quel pollice e quell’indice oggi rappresentano l’Esagono e il Bel Paese e le due unghie i territori della Savoia e della Valle d’Aosta.

A nessuno, dunque, tenere solo per sé quel pizzico montuoso, quella sorta di “equilibrio divino”, che invece idealmente dovrebbe essere di tutti e di nessuno; auspichiamo che il Monte Bianco torni ad essere partagé tra buoni vicini e non più, come oggi è, una vetta su cui è stata piantata una bandiera di proprietà.



(1) La Tribune de Genève, 14 mai 1902. (2) Nel 1837 il Dictionnaire des dictionnaires, p. 42, riporta: “Le glacier du Mont-Blanc est le plus remarquable de la Suisse.” - s’emploie plus ordin. au plur. “Les glaciers de la Savoie”. (3) Remarques sur le Dictionnaire de l’Académie Française, 1856, p. 49; “Le glacier du mont Blanc est le plus remarquable de la Suisse.” D’abord il y a dans les Alpes et ailleurs une foule de glaciers qui ne sont point placés sur le sommet des montagnes. Puis, qu’est-ce que “le” glacier du mont Blanc? Enfin à quelle époque le mont Blanc, qu’on s’accorde généralement à placer en Savoie, a-t-il fait partie de la Suisse? La Correspondance Littéraire, 25 gennaio 1863, p.68. (4) Frase tratta da un discorso fatto a New York alla McKinley League il 29 ottobre 1896. (5) (...) Allons quand les journalistes ne sauront que faire et auront épuisé l’histoire du serpent de mer ils trouveront toujours au sommet du Mont-Blanc de quoi intéresser leurs lecteurs. La Tribune de Genève, 14 mai 1902.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 26 agosto 2026
Mistero tra i ghiacci del Cervino Nel settembre del 1885 Alexandre Pession, guida di Valtournenche, percorreva i pascoli sopra Giomen e La Barma, nei pressi del ghiacciaio del Colle del Teodulo (3.316 m), quando vide affiorare dal ghiaccio una grossa trave di legno. Cominciò a scavare. Comparvero altre assi, dodici in tutto. Che cosa ci facevano tutti quei legni a quell'altitudine? Lo scavo continuò e dal ghiaccio cominciarono a uscire altri oggetti: brandelli di abiti, grani di rosario, medaglie, due croci d'argento apribili, reliquiari, una piccola botte, persino dei noccioli di ciliegia. C'erano anche alcuni nodi di corda in legno. Uno portava incisa una data: 1582. A quel punto comparvero i morti. Erano due, disposti a forma di croce. E insieme a loro c'erano due teste di cavallo e otto zampe ancora ferrate. Che cosa era accaduto lassù? La notizia scese presto a valle. In paese si dovette parlare parecchio di quei due morti riemersi dal ghiaccio e anche i giornali cominciarono a interrogarsi sulla loro identità. Soldati posti a guardia di un avamposto? Pellegrini diretti all'abbazia svizzera di Einsiedeln? Mercanti piemontesi sorpresi da una tormenta? (1) Dopotutto il Teodulo era una via percorsa da secoli. Nel 1891, nella stessa zona, vennero alla luce vecchie monete, tra le quali una ventina di esemplari romani in bronzo e argento, alcuni risalenti all'età di Augusto e di Diocleziano. (2) Tutti indizi di un passaggio frequentato da lungo tempo. Ma chi erano quei due uomini che attraversavano il Teodulo sul finire del Cinquecento? E soprattutto, a cosa servivano quelle dodici lunghe assi? A costruire forse un riparo? Per capirlo ci si può affidare alle descrizioni del funzionario sabaudo Philibert-Amédée Arnod, che nel 1691 raccontò i passaggi e i colli valdostani. Scrisse che le condizioni del ghiacciaio – erano gli anni della Piccola età glaciale – e i numerosi crepacci obbligavano «les passants » a portare con sé delle assi per attraversarli. (3) Quei due uomini, dunque, potevano essere semplicemente dei viaggiatori, attrezzati per il passaggio. Qualcosa, purtroppo, accadde. Li sorprese forse una tormenta? Per trecento anni il ghiaccio custodì i loro corpi, i cavalli, le assi, le croci, persino i noccioli delle ciliegie che avevano portato con sé. Nel settembre del 1885 restituì tutto. Tranne i loro nomi.  - Immagine di copertina: cartolina d'epoca (1) Sulla scoperta del 1885 e sulle ipotesi formulate intorno all’identità dei due uomini: «Feuille d’Aoste» , 2 settembre 1885; «Le Patriote» , 4 settembre 1885; «L’Eco dell’Industria» , 6 settembre 1885; «L’Echo du Val d’Aoste» , 11 settembre 1885; «Le Bien public» , 22 settembre 1885. (2) Sul ritrovamento, nel 1891, delle monete antiche nella zona del Teodulo: «Feuille d’Aoste» , 7 ottobre 1891. (3) P.-A. Arnod, «Relation des passages de tout le circuit du Duché d’Aoste venant des provinces circonvoisines avec une sommaire description des montagnes» (1691 e 1694), in «Archivum Augustanum», I, 1968, p. 55.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 24 agosto 2026
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono... emigrati Cogne possedeva una grande montagna di ferro. Eppure, nella seconda metà dell’Ottocento, molti «cogneins» furono costretti ad andarsene per cercare lavoro altrove. Dopo la lunga stagione di César-Emmanuel Grappein, la miniera di magnetite attraversò infatti decenni difficili. Direttori, affittuari e tentativi di rilancio si susseguirono senza riuscire a garantire continuità allo sfruttamento. Nel 1869 Joseph-Antoine Jeantet ricordava che da molto tempo i filoni erano abbandonati o sfruttati soltanto a intervalli da alcuni privati di Cogne. La situazione precipitò negli anni successivi. Nel 1874 il Comune, proprietario della miniera, tentò di metterla all’incanto, m la vendita andò deserta. Nell’aprile dello stesso anno la «Feuille d’Aoste» descriveva una situazione quasi paradossale: Cogne possedeva un filone ritenuto forse il più ricco d’Europa, ma nessuno lo affittava, il minerale estratto non veniva venduto e gli operai erano «sans pain et sans travail» , senza pane e senza lavoro. Alcuni reclamavano persino gli stipendi arretrati. (1) La situazione era diventata tanto grave che il sindaco aveva dovuto scrivere all’estero per cercare un’occupazione ai minatori rimasti senza lavoro. «Quelles en sont les nombreuses causes?» , si chiedeva il giornale. Due anni dopo capiamo che cosa stava accadendo. Nell’aprile del 1876 la «Feuille d’Aoste» annunciava che 150 «cogneins» erano partiti durante l’inverno per diverse città della Svizzera. Nemmeno lì, però, avevano trovato fortuna. Il cattivo tempo aveva impedito a molti di lavorare e il giornale raccontava che quasi tutti vivevano «dans une profonde misère» . (2) Centocinquanta persone erano già moltissime per una comunità come quella di Cogne. Ma non erano tutte. Nel febbraio del 1883, mentre si tornava a discutere del futuro della miniera, «L’Écho du Val d’Aoste» parlava ormai di «300 Cogneins émigrés» . Trecento emigrati. (3) Il giornale osservava che la semplice prospettiva di non dover più pagare le imposte comunali non ne avrebbe fatto tornare neppure uno. Soltanto una vera ripresa della miniera avrebbe potuto cambiare le cose: allora, scriveva, nessuno sarebbe più andato o rimasto all’estero «pour gagner sa vie» . Per guadagnarsi da vivere. La miniera continuava intanto a passare attraverso nuovi tentativi di affitto, vendita e sfruttamento. Bisognò attendere la fine del secolo perché cominciasse a profilarsi quella trasformazione industriale che avrebbe cambiato profondamente Cogne. E la cosa avrebbe cambiato anche la direzione degli uomini. Nel Novecento, infatti, sarebbero stati lavoratori provenienti da altri luoghi a raggiungere Cogne per lavorare nella sua miniera; pochi decenni prima era accaduto esattamente il contrario: erano i «cogneins» a dover partire. Eran trecento. Ed erano emigrati. - Immagine di copertina: Stazione di carico Liconi, « L’Illustrazione Italiana » , 7 giugno 1914, p. 564. (1) Edizione del 22 aprile 1874. (2) Edizione del 5 aprile 1876. (3) Edizione del 9 febbraio 1883.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 20 agosto 2026
Lo stomaco di Aosta «Quel est l’écrivain qui a fait tout un volume sur le Ventre de Paris?» , domandava un giornale valdostano nel 1881. (1) Lo scrittore era naturalmente Émile Zola e il libro «Le Ventre de Paris» , pubblicato nel 1873. Il romanzo aveva per scenario «Les Halles» , i grandi mercati generali della capitale francese, e raccontava attraverso quel «ventre» una società fatta di ricchezza e miseria, abbondanza e fame, negli anni del Secondo Impero. Il giornale valdostano prendeva però Zola come pretesto per una domanda molto più vicina: che cosa si mangiava ad Aosta? L’argomento, «ça va sans dire» , offriva anche l’occasione per sfogare un po’ di verve. A giudicare da quanto raccontava l’articolista, ce n’era parecchio bisogno. Il contadino, scriveva, aveva buone ragioni per diffidare del cibo dei ricchi, perché in città si mangiavano «de telles saletés» da giustificare ampiamente il suo disprezzo. Si parlava infatti di una sessantina di asini «écloppés, fourbus, galeux, pelés» – azzoppati, sfiniti, rognosi e spelacchiati – venduti clandestinamente come carne di prima qualità. E non erano soli: allo stesso modo era stato smerciato anche un cavallo morto. Il particolare più gustoso, almeno per il giornalista, riguardava però i clienti. A rifornirsi «de pareilles saletés» erano soprattutto le cosiddette migliori famiglie della città, che costituivano addirittura «le gros de ces consommateurs de charogne» : il grosso di quei consumatori di carogne. Il piccolo «ventre di Aosta» assumeva così contorni decisamente meno grandiosi di quello parigino, ma forse altrettanto interessanti. Niente immense «Halles» di ferro e vetro: bastavano qualche macellazione clandestina, una sessantina di vecchi asini, un cavallo morto e clienti abbastanza rispettabili da preferire che nessuno facesse troppe domande. Del resto, osservava il giornale, il fascino del frutto proibito, «l’attrait du fruit défendu» , era così forte « qu’il passe au-dessus de toutes les délicatesses» . A quel punto la conclusione veniva quasi da sé: «Et après cela, n’avions-nous pas raison de dire que celui qui ferait un examen plus ou moins humoristique du ventre d’Aoste aurait de curieuses choses à raconter?» . Aveva probabilmente ragione. Un «Ventre d’Aoste» non fu mai scritto. Ma tra asini rognosi venduti come carne di prima qualità, un cavallo morto e le migliori famiglie della città sedute a tavola, il materiale per cominciarlo certo non mancava. Chissà quale romanzo naturalista ne sarebbe uscito. E forse non è ancora troppo tardi per scriverlo, quel «Ventre d’Aoste d’antan» ... Immagine di copertina: Piazza Carlo Alberto, oggi piazza Émile Chanoux, in un giorno di mercato, in una cartolina d’epoca viaggiata nel 1931. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 14 gennaio 1881.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 17 agosto 2026
La « bancha » di Cogne Nel Medioevo il castello di Cogne apparteneva al vescovo di Aosta, signore temporale della valle e conte di Cogne. Una cinta circondava la torre e racchiudeva uno spazio chiamato «barrio» , utilizzato come «loco et auditorio causarum» , luogo nel quale venivano ascoltate le cause della valle. (1) Qui, una volta all’anno, tra San Michele e Ognissanti, quando gli uomini erano ormai scesi dagli alpeggi, il vescovo saliva a Cogne per amministrare la giustizia e riscuotere quanto gli era dovuto. La «sogne» , il parlamento locale, durava tre giorni e riuniva i capifamiglia della comunità. (2) La grande campana li chiamava dai villaggi «more solito» , secondo la consuetudine. (3) Possiamo quasi vedere la scena: gli uomini entrano nella cinta e si raccolgono nel «barrio» , il vescovo prende posto, il notaio prepara le carte, vengono ascoltate le cause. Davanti alla torre c’è anche una «bancha» . La incontriamo nel giugno del 1408, quando numerosi «cogneins» ratificarono le ricognizioni dei beni e dei diritti vescovili: gli atti furono compiuti «in bancha iuxta turrim domini episcopi», nella «bancha» accanto alla torre del vescovo. (4) Una panca? Anche. La parola indicava un banco o un lungo sedile di legno, ma nel linguaggio giuridico medievale aveva assunto un significato preciso. Du Cange scrive: «Bancha, Tribunal judicum» , tribunale dei giudici. (5) Il banco sul quale sedeva chi amministrava la giustizia poteva dunque indicare il tribunale stesso. Un confronto quasi contemporaneo arriva proprio da Aosta. Nelle «Audiences générales» del 1409 le autorità sedevano su diverse «banchae» , assegnate secondo rango e funzione. Curiosamente, quelle udienze si tenevano nell’episcopio, nella «sala de Cognia in qua audientie tenentur» , la sala di Cogne dove si tenevano le udienze. (6) A chiarire la «geografia» è un documento del 1423. Nel «barrio» , presso la torre, troviamo il vescovo «sedenti propter tribunali» : seduto al tribunale. (7) La «bancha» , dunque, doveva essere proprio quel tribunale dal cui seggio il vescovo amministrava la giustizia. Medioevo e signoria vescovile, certo, ma il tutto si svolgeva in presenza di «tota nostra communitatem nostre vallis Cognie» , l’intera comunità della valle: una forma ancora embrionale di partecipazione popolare. L’ultima decisione spettava al vescovo, ma non prima di aver «audito» gli abitanti. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Archives Historiques Régionale, «Fonds Cogne» , vol. 2, doc. 10. (2) Ivi, vol. I, doc. 16, 28 settembre 1365. (3) Ivi, vol. II, doc. 6 S.P., 1447. (4) Archivio Storico Vescovile Aosta, 106 (Cogne), 1, 19-20 giugno 1408. (5) Du Cange, «Glossarium mediae et infimae latinitatis» , s.v. «Bancha»: «Bancha, Tribunal judicum» . (6) F. Baudin, R. Bertolin, J.-G. Rivolin, R. Willien, «Les Audiences générales d’Amédée VIII de Savoie en Vallée d’Aoste» , in Bibliothèque de l’Archivum Augustanum, XLIII, pp. 176 e 91. (7) Archives Historiques Régionale, «Fonds Cogne» , vol. 1, doc. 36, 1423.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 10 agosto 2026
San Besso, il santo conteso tra Cogne e la Val Soana Il 10 agosto, sulle montagne che separano Cogne dalla Val Soana si festeggia San Besso. Un santo poco conosciuto fuori da queste vallate, ma protagonista di una devozione antica e di una storia piuttosto singolare. Anche perché, per molto tempo, valdostani e piemontesi non sembrarono essere del tutto d’accordo neppure su chi fosse. Le prime attestazioni scritte risalgono all’epoca del vescovo di Ivrea Warmondo, tra X e XI secolo. Associato alla Legione Tebea, Besso entrò in un racconto agiografico che prese forma soprattutto a Ivrea nel 1473. Secondo questa tradizione sarebbe stato un soldato romano cristiano che, sfuggito al massacro dei suoi compagni, raggiunse le vallate del Gran Paradiso dove cercò di evangelizzare gli abitanti. Avrebbe rifiutato di mangiare la carne di una pecora rubata offertagli da alcuni pastori, che per vendetta lo fecero precipitare dalla rupe del Monte Fautenio. Ancora vivo, sarebbe stato raggiunto e ucciso dai soldati romani che lo stavano cercando. Dall’altra parte della montagna, però, a Cogne si raccontava una storia diversa. Il «petit saint Besse» non era un soldato romano, ma un giovane del luogo, un uomo di Dio e un pastore che possedeva le pecore più belle. Proprio per questo due pastori, mossi dall’invidia, lo avrebbero gettato dalla rupe. Due racconti molto diversi che avevano però un punto in comune: la grande roccia. Ai suoi piedi sorse il santuario. Non sappiamo quando vi fu costruito il primo luogo di culto, ma nel 1647 il vescovo di Ivrea trovò già due cappelle: una risaliva al 1548, l’altra al 1618. Quest’ultima sarebbe stata successivamente inglobata in un edificio più grande, terminato nel 1669. E ogni 10 agosto quella montagna diventava il punto d’incontro delle comunità dei due versanti. All’inizio del Novecento l’antropologo francese Robert Hertz raccolse testimonianze preziose sulla festa. I pellegrini di Cogne arrivavano già il giorno precedente e compivano nove volte il giro dell’enorme roccione recitando il rosario. Alla fine salivano sulla roccia per baciare la croce di ferro posta sulla sommità, proprio sul bordo del precipizio. Il rito è sopravvissuto, anche se in forma semplificata: i nove giri furono ridotti a tre e la salita alla croce a una sola. La devozione, tuttavia, non impediva qualche attrito. Le comunità di Campiglia, Cogne, Ingria, Ronco e Valprato si alternavano nell’organizzazione della festa e perfino l’onore di portare la statua del santo in processione provocava discussioni: per evitare conflitti si arrivò a mettere quel privilegio all’asta. I rapporti tra cogneins e valsoanini potevano essere anche più... vivaci. Hertz incontrò nel 1912 un uomo di Cogne di 77 anni che, ricordando le antiche zuffe tra pellegrini, gli raccontò sorridendo: «Ah, saint Besse! [...] j’y ai attrapé un joli coup de couteau» ; insomma, si era preso una bella coltellata. (1) Le donne di Cogne, invece, avrebbero evitato persino di indossare il loro costume tradizionale per passare inosservate. Terminati i riti, però, le distanze sembravano ridursi. Comparivano fisarmoniche e bottiglie di vino, si preparava una grande zuppa da mangiare tutti insieme e cominciavano canti e risate. Rimaneva persino una piccola discordanza sul calendario. In Val Soana si sosteneva che la «vera» festa di San Besso fosse quella del 1° dicembre e che il 10 agosto fosse stato concesso dal vescovo per consentire ai montanari di celebrarlo in quota. Hertz osservò però che a Cogne della festa invernale sembravano non sapere nulla. Soldato per gli uni, pastore per gli altri; celebrato il 1° dicembre oppure il 10 agosto; conteso persino nel privilegio di portarne la statua. Eppure, da secoli, San Besso riesce ogni estate a far salire verso la stessa roccia uomini e donne provenienti dai due versanti della montagna. Magari litigavano anche. Ma il 10 agosto, alla fine, si ritrovavano tutti lassù, come ancora oggi, e le differenze tra i due versanti finivano per sfumare nella stessa fede in Dio. - Immagine di copertina: cartolina d'epoca. (1) R. Hertz, Sociologie religieuse et ethnographie (1912-1915) , edizione e presentazione di S. Baciocchi e N. Mariot, pp. 37/39.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 6 agosto 2026
La Madonna delle Nevi e il villaggio scomparso a Cogne Secondo la tradizione, l’antico capoluogo della valle di Cogne sarebbe stato il villaggio di Crêt. Situato nel vallone dell’Urtier, a 2.014 metri di altitudine, il sito potrebbe affacciarsi nelle fonti già agli inizi del XIII secolo. In seguito, però, i documenti ne parlano sempre più raramente. Il villaggio dovette cominciare a perdere importanza già durante il raffreddamento climatico che interessò l’Europa tra il XII e il XIII secolo e che spinse gli abitanti ad abbandonare gli insediamenti più elevati per stabilirsi intorno ai 1.500 metri di quota. Fu allora che il baricentro della valle si spostò nell’attuale Veulla, conosciuta anche come Cogne, dove nel 1202 venne consacrata la nuova chiesa parrocchiale e dove, pochi anni prima, i Savoia avevano autorizzato la costruzione di un castello. Crêt continuò tuttavia a vivere come uno dei piccoli nuclei sparsi della vallata, legato agli alti pascoli e alla loro frequentazione stagionale. Tra il XVI e il XIX secolo il clima cambiò nuovamente. Si aprì la cosiddetta Piccola Età Glaciale che, aggravata per la comunità anche dalle conseguenze della peste del 1630, segnò un nuovo periodo di difficoltà. Il piccolo abitato conobbe così il suo definitivo declino. Nel 1674, infatti, alcuni abitanti dichiararono che nella cappella del villaggio, allora dedicata a san Bartolomeo, da molto tempo non veniva più celebrata la Messa e che l’edificio versava in cattive condizioni. Intervennero allora alcuni benefattori del villaggio che assicurarono le risorse necessarie per celebrare a Cogne ogni anno una Messa il 5 agosto, giorno della Madonna delle Nevi, alla quale decisero di dedicare la cappella. (1) È possibile che questa nuova intitolazione fosse anche un’invocazione alla Vergine affinché proteggesse la comunità dagli effetti di quel lungo periodo di raffreddamento climatico. Da quel momento Crêt si spense lentamente. Nel 1722 era ancora indicato come «village» ; nel 1789 era già sceso al rango di «hameau» e nel 1887 veniva descritto come un semplice «chalet» . Da tempo, ormai, il sito non era più abitato durante tutto l’anno. Oggi, quasi come una silenziosa sentinella della memoria, rimane la cappella della Madonna delle Nevi. Non è però quella originaria. L’edificio attuale venne ricostruito poco più a monte verso la fine dell’Ottocento e nel 1983 fu completamente restaurato dal gruppo dell’Associazione Nazionale Alpini di Cogne. Quella cappella, insieme ai pochi ruderi superstiti e alle altre tracce ancora leggibili sul terreno, continua a ricordare l’esistenza di un antico villaggio. I recenti sondaggi archeologici hanno infatti confermato la presenza di un insediamento medievale, restituendo i resti di edifici, strutture murarie e focolari e aggiungendo nuovi elementi ai documenti che già ne lasciavano intuire l’antichità. La storia di Crêt, probabilmente, ha ancora molto da raccontare.  - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Archivio Notarile Distrettuale di Aosta, Tappa di Aosta, notaio Guichardaz, vol. 1158.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 3 agosto 2026
1877: una notte terribile per il Petit-Séminaire di Aosta Nel novembre 1877 Aosta si svegliò nel pieno della notte al suono delle campane e delle grida: «Au feu» . Erano circa le quattro del mattino quando il Petit-Séminaire, lungo l’attuale rue du Petit Séminaire, prese fuoco. L’incendio, raccontò «L’Echo du Val d’Aoste» , si manifestò quasi subito in tutta la sua violenza: una grande colonna di fumo e scintille illuminò la città ancora immersa nel buio, mentre le fiamme avevano già avvolto l’ala occidentale dell’edificio. (1) Le pompe arrivarono rapidamente, ma i primi tentativi di spegnere l’incendio fallirono per la mancanza d’acqua. In quel momento si potevano utilizzare soltanto due piccole fontane e a una di esse si riuscì ad accedere soltanto dopo averne abbattuto a colpi d’ascia la porta. La risposta della città fu immediata. Alcuni abitanti deviarono verso il seminario l’acqua del vicino ruscello. Due catene umane alimentarono senza sosta le pompe, mentre un’altra squadra cercava di impedire che il fuoco si propagasse ai prati vicini. «L’Echo du Val d’Aoste» ricordò l’impegno dei pompieri, dei militari della guarnigione e della popolazione accorsa in aiuto. Fra i volontari comparivano anche numerose donne, descritte come «non moins ardentes au travail que les hommes» . Per circa tre ore la lotta contro le fiamme proseguì senza sosta. Raggiunsero il luogo dell’incendio anche il sotto-prefetto, il direttore dei pompieri e alcuni consiglieri municipali. L’intervento riuscì a salvare una parte dell’edificio e soprattutto gli effetti personali degli studenti, sorpresi nel sonno. I pagliericci, rifatti da poco, avrebbero potuto alimentare rapidamente l’incendio, ma le fiamme non riuscirono a raggiungerli. In mezzo alla concitazione trovò spazio anche un episodio straziante. Un enorme maiale fuggì dal cortile del seminario, mezzo arrostito, correndo fra libri, grammatiche, lessici ed «Epitome» sparsi ovunque. I danni furono stimati tra le cinque e le seimila lire e interessarono soprattutto il tetto e i pavimenti del secondo piano. Più incerta rimase invece la causa dell’incendio. Il giornale riferì anche alcune voci secondo cui l’edificio, appartenente al vescovado, non fosse assicurato, evitando però di confermarle. Quella notte lasciò anche una testimonianza poco consueta sulla società valdostana dell’Ottocento. Nel ricordare i soccorsi, il cronista sentì infatti il bisogno di citare espressamente le molte donne accorse al Petit-Séminaire, impegnate - scrisse - «non moins ardentes au travail que les hommes» . Una frase breve, che restituisce con naturalezza una presenza femminile spesso lasciata sullo sfondo delle cronache, ma certamente non della vita della città. - L'immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con AI su indicazioni dell'autore. ( 1) «L’Echo du Val d’Aoste» , 8 novembre 1877. 
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 30 luglio 2026
Quando Aosta provò a fermare una guerra Alla fine del 1535 Aosta si trovò al centro di una difficile trattativa internazionale. Ginevra si stava progressivamente allontanando dall’autorità dei Savoia e si avvicinava alla Riforma, sostenuta da Berna, ormai protestante. Il duca di Savoia Carlo III tentava invece di conservare il proprio controllo sulla città. Per cercare una soluzione al conflitto, il 29 ottobre l’ambasciatore sabaudo Paolo Vagniono propose a Berna di tenere una conferenza di pace ad Aosta. La data fu fissata per il 21 novembre, «nonobstant la saison» : nonostante la stagione. (1) Non era un particolare da poco. Gli inviati di Berna dovevano attraversare il Gran San Bernardo alle soglie dell’inverno e partirono soltanto dopo avere ottenuto dal duca garanzie per una tregua con Ginevra. Arrivarono ad Aosta «un des derniers jours de novembre» . Ad attenderli, però, non trovarono Carlo III. Il duca propose allora di trasferire l’incontro a Torino o almeno a Ivrea. Gli inviati rifiutarono e rimasero ad Aosta. Fu Carlo III a raggiungerli il 4 dicembre e soltanto allora le trattative poterono cominciare. (2) L’accordo si rivelò presto difficile. Alle questioni politiche si aggiungeva quella religiosa e il duca dichiarò di non voler neppure sentir parlare di Riforma. Il 16 gennaio 1536 gli inviati bernesi lasciarono Aosta senza avere raggiunto un accordo. Poche settimane dopo gli avvenimenti precipitarono. Nel nuovo scontro tra Francesco I e Carlo V per il controllo dell’Italia settentrionale, le armate francesi invasero gli Stati sabaudi e occuparono gran parte della Savoia e del Piemonte. La Valle d’Aosta rimase fuori dall’occupazione e dovette provvedere in larga misura a sé stessa. Nacque subito il Conseil des Commis , che assunse importanti funzioni di governo. La Valle riuscì inoltre a mantenersi neutrale nel conflitto, pur restando fedele ai Savoia. Quando, con la pace di Cateau-Cambrésis del 1559, la dinastia rientrò nei propri domini, la Valle d’Aosta aveva vissuto oltre vent’anni sviluppando una capacità di autogoverno ancora più spiccata, accompagnata dalla libera scelta di adottare, fin dal 1536, il francese negli atti pubblici, tre anni prima dell’ordinanza di Villers-Cotterêts con la quale Francesco I impose nel 1539 l’uso del francese negli atti giudiziari e amministrativi del regno di Francia. - Immagine di copertina: veduta di Aosta, stampa metà XIX secolo. (1) «Le Chroniqueur - Recueil Historique et Journal de l’Helvétie Romande» , 1836, pp. 178-195. (2) J.-A. Duc, «Histoire de l’Église d’Aoste» , vol. V, p. 273.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 27 luglio 2026
Il valdostano più vecchio del mondo Nel 1754 moriva a Étroubles un uomo che aveva raggiunto una veneranda età. Si chiamava Jean-Georges Bertin ed era nato nello stesso paese il 2 giugno 1636. Morì a Étroubles il 2 febbraio 1754 a centodiciassette anni e otto mesi; forse il più vecchio del mondo in quegli anni. Gli abitanti lo chiamavano comunemente Georges «de Gnon», dal nome della casa in cui viveva, situata oltre il torrente, di fronte al villaggio di Échevenoz e già ridotta in rovina all’inizio del Novecento. Jean-Georges faceva il tornitore e l’età sembra non gli avesse tolto la capacità di lavorare: a centoquindici anni torniva ancora i fusi per le donne della sua parrocchia. Fu una cattiva annata a procurargli un incontro singolare. Non riuscendo a pagare una rendita dovuta all’episcopio, mandò ad Aosta il figlio Matthieu, che aveva già ottantasette anni, per chiedere al vescovo Pierre-François de Sales una dilazione. Il prelato, sorpreso nell’apprendere che quell’uomo così anziano avesse ancora il padre, volle conoscerlo. Qualche giorno dopo Jean-Georges, basso di statura ma robusto, scese dunque a piedi da Étroubles ad Aosta. Aveva centodiciassette anni. Pranzò alla tavola del vescovo insieme al «commandant de la ville» e il giorno seguente fu quest’ultimo a invitare entrambi a casa propria. La straordinaria età dell’ospite suscitò la curiosità dei commensali, che lo interrogarono a lungo sul suo modo di vivere e sulle ragioni di una vecchiaia tanto vigorosa. Secondo il racconto pubblicato nel 1905, (1) Jean-Georges indicò due semplici regole: «Boire peu de vin et se tenir loin des femmes, voilà [...] les deux chemins qui conduisent à un âge avancé» . Bere poco vino e stare lontano dalle donne erano, secondo lui, le due strade per arrivare a un’età avanzata. Monsignor Joseph-Auguste Duc, riprendendo successivamente l’episodio nella sua «Histoire de l’Église d’Aoste» , preferì una formulazione più discreta: «Boire peu de vin et garder la continence» . (2) Jean-Georges descrisse poi anche la propria alimentazione: «Ma nourriture habituelle est du pain de seigle, que je gratte près de ma fontaine et que j’accompagne avec du fromage, quand j’en ai» . Pane di segale, dunque, che grattava presso la sua fontana e accompagnava con formaggio, quando ne aveva. A quella dieta frugale aggiungeva qualche buon pezzo di camoscio procuratogli dal figlio Matthieu, rinomato cacciatore. Ecco una breve descrizione biografica di Jean-Georges Bertin che visse a lungo. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1 ) «Bulletin de la Société académique religieuse et scientifique du Duché d’Aoste» , vol. XIX, 1905, pp. 61-62. Il testo precisa che le notizie erano state trasmesse a Joseph-Auguste Duc dal priore Antoine Gal, da François-M. Beuchod, allora vicario di Étroubles, e da Joseph Curtaz, curato di Émarèse. (2) J.-A. Duc, «Histoire de l’Église d’Aoste» , vol. VIII, pp. 359-360.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 22 luglio 2026
Quando Aosta decise di avere una piazza Fino al 1839 Aosta non poteva ancora vantare una vera grande piazza degna di tale nome. Dove oggi si apre piazza Chanoux, infatti, sorgeva fin dal 1352 il vasto complesso religioso di Saint-François, con il convento e i suoi annessi. L’esigenza di disporre di uno spazio civico centrale era però sorta molto tempo prima. Nel 1730 era stato terminato, a oriente del complesso francescano, l’ Hôtel des États , sede del Conseil des Commis , organo di autogoverno valdostano, all’angolo della via che ancora oggi conduce verso la Cattedrale. Nel corso del Settecento la città stava cambiando e cominciava a sentire il bisogno di uno spazio pubblico nel quale concentrare parte della vita economica e sociale, «avoir une place publique pour y fixer le lieu des marchés» . Le «rues toutes très-étroites» soffocavano infatti la circolazione e costringevano carri e carrozze negli angusti passaggi della città medievale. Il luogo più naturale sembrò allora quello davanti alla sede del Conseil des Commis et de la Justice . L’edilità cittadina desiderava che «qu’au-devant de ce palais, un des plus beaux de la ville, il y eût, non un passage mesquin, mais une place digne d’elle» . Per ottenerla, tuttavia, occorreva intervenire sul vicino complesso francescano, abbattendo parte del muro di cinta e acquisendo dai religiosi il terreno necessario. La trattativa tra l’amministrazione cittadina e i frati fu lunga e delicata, finché nel 1777 si giunse a un accordo che consentì di «abattre un mur d’enceinte» e acquistare «le terrain en place existant au couchant dudit Vénérable Couvent de S. François et au midi du Palais du Pays» . Quel tratto della città poté così trasformarsi in uno slargo destinato ai mercati, alle cerimonie pubbliche e alle esigenze quotidiane degli abitanti. Era la place Saint-François , primo nucleo di quello spazio urbano che nei decenni successivi avrebbe assunto dimensioni ben maggiori. Nel 1839, infatti, il convento di Saint-François e i suoi annessi furono abbattuti per lasciare posto al nuovo Municipio e alla grande piazza Charles-Albert, dal 1945 dedicata a Émile Chanoux. Quanto alla prima sistemazione settecentesca, il cronista ottocentesco che ne ricostruì la vicenda poteva concludere, con una semplicità quasi disarmante, che dopo trattative, abbattimenti e sistemazioni «tout le monde fut content» . (1)  - Copertina: Piazza Carlo Alberto, oggi dedicata a Émile Chanoux, in una cartolina d’epoca. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 7 aprile 1879.