Être valdôtains, essere valdostani

Mauro Caniggia Nicolotti • 28 gennaio 2023
Être valdôtains, essere valdostani

Nel 1950 il celebre abbé Auguste Petigat (1885-1958) scrisse un articolo grazie al quale, sotto forma di aneddoto, rivelò un suo importante pensiero su cosa per lui volesse dire “essere valdostani”.(1)

Per farlo, Petigat scelse un ricordo. Si trattava di un fatto a cui aveva assistito nel 1905. 
In quell’anno il canonico Pierre-Joseph Béthaz (1823-1906) di Valgrisenche, Superiore del Seminario di Aosta, congedandosi dal suo incarico raccomandava ai futuri sacerdoti di “restare valdostani”: Restez toujours Valdôtains! Esortazione che negli anni, ogni tanto, riaffiorava tra i pensieri di Petigat, ma qu’on a bien oubliée, je crois, au Grand Séminaire, même par ceux qui, comme moi, l’ont entendue.

Être Valdôtain, rester Valdôtain?

 “Ma come fare?”, si chiedeva Petigat che, contemporaneamente, si rispondeva che forse era necessario imitare coloro che ci hanno preceduto, persone che hanno combattuto e che si sono sacrificate per far valere i loro diritti e che hanno organizzato il territorio, fatto nascere tradizioni, dato vita a usi e costumi, forgiandosi in un vero e proprio popolo: Sentire fortemente quelle scelte passate, vouloir les continuer, rester dans la ligne, la tradition la race magnifique qui a fait toute une histoire, voilà, je crois, ce qui c’est de rester Valdôtains”, sosteneva Petigat.
Poi, la conclusione di quei pensieri: Nous sommes conditionnés, nous Valdôtains, non pas par l’éphémère, le nouveau, le récent, mais par tout un passé qui nous détermine et nous classe malgré nous. Ecouter cette voix, répondre à ces obscurs appels, suivre le chemin Valdôtain, comme l’ont été eux, Eux, les ancêtres, nos pères qui ont le droit de nous demander ce que nous avons fait de leur patrimoine. Rester Valdôtain selon le dernier cri du coeur de ce brave Supérieur du Grand Séminaire qui est le cri de vingt siècles et de tant de générations. Il faut réfléchir, on nous en demandera compte.

Oggi, il sentimento di comunità non ha più a che fare con fattori prettamente etnici come un tempo, ma deve passare attraverso la comprensione e l’adozione da parte di tutti gli abitanti (autoctoni o meno) del respiro tipico di una terra particolare: la Valle d’Aosta. Lo spirito antico - che dovrebbe essere conosciuto e diffuso tra tutti - oltre a essere salvaguardato e promosso, dove necessario, andrebbe attualizzato all’oggi.

Anche in politica bisognerebbe cambiare alcune visioni. Una politica locale dove il discrimine sembra passare tra l’essere “Autonomisti”, oppure di “centrodestra” o di “centrosinistra”. In un contesto simile è difficile promuovere un sistema rappresentativo che possa dar vita ad un arco costituzionale “tutto valdostano”. 
L’autonomia, infatti, è di tutti e non è un’ideologia, ma uno strumento; un mezzo, ma non un fine. Essere “autonomisti” non significa non poter avere visioni e prospettive politiche di destra piuttosto che di sinistra. Così come, specularmente, avere una visione politica di sinistra piuttosto che di destra non significa non poter essere contemporaneamente profondamente autonomisti, che è un valore che non può essere “appaltato” in esclusiva ad alcuni movimenti politici.

E’ l’identità di una comunità che andrebbe difesa e valorizzata. Questo passa anche attraverso l’autonomia che la tutela.
Ma la valdostanità - è bene ripeterlo - non è (solo) l’autonomia.


(1) La Vallée d’Aoste, 8 luglio 1950.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 17 settembre 2026
Dal centro della Terra allo spazio infinito, in mezzo Aosta Nei primi giorni del gennaio 1858 in Valle d’Aosta c’era chi guardava solo in basso. Si sospettava addirittura una possibile quarta «Révolution des Socques» , con preparativi e oscure trame antigovernative. Il giornale «Feuille d’Aoste» aveva raccolto quelle voci per smentirle nella maniera più categorica; «L’Indépendant» assicurava che nessuno ne sapeva nulla e che quell’insurrezione esisteva soltanto in qualche cervello bacato, «cerveau fêlé» , dei «rouges» . (1) Intanto, proprio sotto quei piedi, la mattina del 4 gennaio, qualcosa si muoveva davvero. Purtroppo. A Saint-Gervais-les-Bains (Alta Savoia), ai piedi del Monte Bianco, si avvertivano tre violente scosse di terremoto. Non sotto, ma sopra Aosta, invece, alle 5.42, accadeva qualcosa di assai spettacolare: apparve una «meteora luminosissima» . Procedeva rapidamente da ponente a levante e sembrava trovarsi «all’altezza della montagna» . Chi la osservò vide qualcosa di veramente straordinario. La «Gazzetta del Popolo» del 7 gennaio la descriveva come «un ammasso di centinaia di stelle cadenti» che, riunendosi, avevano assunto la forma di una cometa, con una coda apparentemente lunga una trentina di metri.  Il fenomeno rimase visibile addirittura «un minuto e qualche secondo» , poi «si dileguò sprofondandosi negli abissi del cielo» . (2) E oltre quell’ammasso c’era ancora un altro cielo, più lontano ancora. Quello stesso 4 gennaio 1858, dall’altra parte dell’Atlantico, Horace Parnell Tuttle scopriva al telescopio dell’Harvard College Observatory una debole cometa, invisibile a occhio nudo, mentre una settimana più tardi l’astronomo tedesco Carl Christian Bruhns la individuava indipendentemente da Berlino. Ben presto ci si accorse che quel corpo celeste era già apparso nel 1790: era una cometa periodica, destinata a tornare nei nostri cieli ogni tredici anni e otto mesi circa. Oggi la conosciamo come 8P/Tuttle. (3) Mentre in Valle d’Aosta qualcuno ragionava delle piccole trame della politica locale e di supposizioni terra a terra, e guardava con sospetto ai «rouges» , ben altre trame si disegnavano sopra le teste dei valdostani. L’immensità del cosmo offriva altri colori, regalava lo spettacolo dei segreti della volta celeste. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) «Feuille d’Aoste» , 7 gennaio 1858; «L’Indépendant», 12 gennaio 1858. (2) «Gazzetta del Popolo» , 7 gennaio 1858. (3) Daniel Kirkwood, «Comets and Meteors: Their Phenomena in All Ages; Their Mutual Relations; and the Theory of Their Origin» , Philadelphia, J. B. Lippincott & Co., 1873, pp. 28-29.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 14 settembre 2026
Aosta e il nuovo mago Merlino Nell’estate del 1851 arrivò ad Aosta uno stregone. O almeno così lo presentò il giornale «Feuille d’annonces d’Aoste» , che il 30 luglio annunciò ai suoi lettori l’arrivo in città di un «maître sorcier» . Il suo nome era Alessandro Gilardi e, a dire il vero, di soprannaturale aveva ben poco. Era però molto bravo a far credere il contrario. Il giornale si affrettava infatti a precisare che Gilardi non era affatto un ciarlatano: «un escamoteur, un habile homme de foire», ma «un véritable savant, un physicien, un chimiste, voire même un magnétiseur renommé» . (1) Un prestigiatore, dunque, ma immerso in quel curioso mondo ottocentesco nel quale illusionismo, scienza e magnetismo potevano ancora confondersi agli occhi del pubblico. E Gilardi doveva saperci fare davvero. Il giornale raccontava di «merveilleuses transformations» e «magiques métamorphoses» : guardandole, scriveva il cronista, ci si sarebbe potuti credere preda di una «hallucination mystérieuse» o trasportati nei giardini incantati di Armida e nei palazzi fatati delle «Mille e una notte» . La sua bacchetta era potente quanto quella di una fata. Non era soltanto entusiasmo aostano. Un anno prima Gilardi si esibiva già al Teatro Nazionale di Torino. « Il Pirata» annunciava il 27 aprile 1850 l’inizio di un suo «corso di rappresentazioni» e poche settimane dopo riferiva del successo delle sue «serate misteriose» . (2) Il giornale arrivò a presentarlo come «nuovo Atlante dell’Ariosto, nuovo Merlino della Tavola Rotonda, e nuovo Ismeno del Tasso» . E raccontava ciò che faceva sul palcoscenico: Gilardi «fa scomparire due, tre, quattro persone» . Altro che qualche carta nascosta nella manica. Anche ad Aosta il successo continuò. Gilardi rimase per alcune settimane e il 30 agosto il giornale valdostano tornò a parlare del «célèbre prestidigitateur» : a ogni serata proponeva nuovi numeri, «plus merveilleux les uns que les autres» , mentre il pubblico diventava sempre più numeroso. Quando ripartì, il giornale gli augurò di trovare altrove la stessa benevolenza e la stessa stima conquistate in città. (3) E «altrove» significò anche molto lontano. Negli anni successivi le tracce di Gilardi conducono nella penisola iberica. Nel giugno 1867 Alejandro Gilardi si esibiva a Jerez de la Frontera come «prestidigitador físico-mecánico» : tra i suoi numeri figuravano un canarino obbediente, carte che rispondevano ai comandi attraverso una «experiencia electro-magnética» e soprattutto una «botella diabólica» , dalla quale prometteva di ricavare 1.200 bicchieri di liquore per gli spettatori. (4) Nel marzo 1868 era a Madrid: dopo il successo ottenuto al Teatro del Circo, il 22 marzo si esibiva al Teatro de Variedades. (5) Chissà come facesse a far sparire quattro persone. E chissà, soprattutto, dove tenesse 1.200 bicchieri. Ma lo sappiamo: erano trucchi suggestivi. Di certo, per qualche settimana dell’estate del 1851, anche Aosta ebbe il suo Merlino.  - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) «Feuille d’annonces d’Aoste» , 30 luglio 1851. (2) «Il Pirata. Giornale di letteratura, teatri e varietà» , anno XV, n. 44, 27 aprile 1850, p. 184; n. 47, 18 maggio 1850. (3) «Feuille d’annonces d’Aoste» , 30 agosto 1851. (4) José María Aguilar García, «Historia del teatro en Jerez de la Frontera durante la segunda mitad del siglo XIX» , Universidad Nacional de Educación a Distancia, p. 1870: «El Guadalete» , 2 giugno 1867, n. 4.501. Gilardi tenne rappresentazioni al Teatro Principal nei giorni 2, 5, 9 e 16 giugno 1867. (5) «Gaceta de Madrid» , 21 marzo 1868, n. 81, p. 15, «Boletín de teatros» e «Espectáculos». Il giornale annunciava per il giorno seguente, 22 marzo 1868, al Teatro de Variedades, una «Gran función dividida en tres partes, por el célebre prestidigitador físico-mecánico D. Alejandro Gilardi» .
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 10 settembre 2026
Il mistero delle cavallette di Étroubles Nell’estate del 1857, a Étroubles, le cavallette stavano mangiando tutto. O, almeno, questo era ciò che gli abitanti temevano vedendole moltiplicarsi nei campi e aggredire le giovani colture. Il giornale «L’Indépendant» parlava di un’invasione che sembrava destinata a « dévorer toute la poussée des semailles» . (1) Di fronte a una calamità del genere, in una comunità di montagna di metà Ottocento, ci si rivolse anche al cielo. Il 23 agosto l’amministrazione comunale propose una raccolta volontaria di grano. Il ricavato sarebbe stato trasformato in pane e portato all’ospizio del Gran San Bernardo come elemosina, affinché il santo proteggesse la campagna dal flagello. L’arciprete annunciò l’iniziativa quella stessa domenica e i consiglieri cantonali si incaricarono della raccolta. La mattina di domenica 6 settembre, mentre il pane raccolto dagli abitanti veniva caricato su un mulo per essere condotto al Gran San Bernardo, sulla «belle côte d’Etroubles» si presentò uno spettacolo inatteso. Le erbe e le piante erano coperte di piccoli cadaveri. Erano le cavallette. Sull’estremità di un rametto d’assenzio lungo appena una decina di centimetri se ne contarono quindici. Alcuni sostenevano di avere visto nuvole di cavallette scendere verso i ruscelli e poi precipitarvisi «comme si quelqu’un les y avait poussées» , come se qualcuno ve le avesse spinte. Per molti abitanti di Étroubles la spiegazione era evidente: san Bernardo aveva ascoltato le loro preghiere. La vicenda, però, non era isolata. Nello stesso 1857 «L’Indépendant» segnalava anche a Saint-Pierre una «quantité extraordinaire de sauterelles» che minacciava le semine. Anche lì la risposta fu religiosa: una novena di preghiere pubbliche, tre giorni di digiuno, confessioni, comunioni e infine una processione generale intorno alla parrocchia. (2) D’altra parte, in quegli stessi decenni le cavallette costituivano un problema reale anche sull’altro versante delle Alpi. Rimane però la domanda più curiosa: che cosa uccise le cavallette di Étroubles? Una risposta certa è ormai quasi impossibile. Possediamo però un indizio che il cronista del 1857 non poteva conoscere. Esistono funghi patogeni capaci di provocare vere e proprie epidemie fra le cavallette. Fra questi vi è il complesso oggi chiamato «Entomophaga grylli» . L’insetto infettato manifesta un comportamento caratteristico: prima di morire sale sulla vegetazione e rimane aggrappato alle parti alte della pianta. È un fenomeno talmente particolare da essere conosciuto come «summit disease» . Le epizoozie sono inoltre favorite da condizioni di elevata umidità. (3) C’è persino un piccolo indizio meteorologico a tale proposito. Il 24 agosto, quando l’infestazione di Étroubles era già in corso, ad Aosta piovve dal pomeriggio fino a tarda notte: la «Feuille d’Aoste» misurò tre centimetri di precipitazione, circa 30 millimetri, precisando che la temperatura rimaneva piuttosto elevata per la stagione. (4) È un dato che indica come in quei giorni fossero presenti almeno localmente condizioni di pioggia e temperature relativamente miti, compatibili con quelle che possono favorire un’epizoozia fungina. Fu davvero «Entomophaga» ? Non possiamo saperlo. Rimane inoltre senza una spiegazione soddisfacente il curioso comportamento degli insetti osservati presso ruscelli e stagni. Forse è proprio questo a rendere così curiosa la storia.  E così, fra un santo invocato sul Gran San Bernardo, un fungo microscopico e quindici cavallette morte sulla punta di un rametto d’assenzio, il piccolo mistero di quella domenica di settembre rimane ancora aperto. - Foto di copertina: Un ortottero fotografato a Cogne. La specie delle «sauterelles» che invasero Étroubles nel 1857 non è conosciuta. Foto dell’autore. (1) «L’Indépendant» , 11 settembre 1857. (2) «L’Indépendant» , 15 settembre 1857. (3) Raymond I. Carruthers, Mark E. Ramos, Timothy S. Larkin, Donald L. Hostetter, Richard S. Soper, «The Entomophaga grylli (Fresenius) Batko Species Complex: Its Biology, Ecology, and Use for Biological Control of Pest Grasshoppers» , in Mark S. Goettel, Dan L. Johnson (a cura di), «Microbial Control of Grasshoppers and Locusts» , «Memoirs of the Entomological Society of Canada», vol. 129, supplemento 171, 1997, pp. 329–353. (4) «Feuille d’Aoste» , 27 agosto 1857.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 7 settembre 2026
Aosta... elettrica Nel 1885 Aosta aveva conquistato un primato destinato a rimanere nella sua storia: era stata la prima città italiana a dotarsi di un’illuminazione pubblica alimentata interamente dall’elettricità. Venticinque anni dopo, però, la luce era ormai soltanto una delle tante applicazioni di quell’energia che stava entrando, quasi senza fare rumore, nella vita quotidiana della città. Il 23 settembre 1910 il giornale valdostano «Le Mont-Blanc» tracciava infatti un curioso quadro. L’elettricità illuminava le strade e le abitazioni e alimentava le comunicazioni telefoniche, ma intanto aveva cominciato a far funzionare anche tipografie, falegnamerie e carrozzerie. Serviva per impastare il pane, produrre birra e acque gassate, lavorare il burro nelle latterie, aerare le cucine e i magazzini del formaggio, pompare l’acqua, arrotare gli attrezzi, macinare il caffè e le spezie. E faceva suonare persino l’organo della cattedrale. Anche l’illuminazione della stazione ferroviaria era entrata nella nuova epoca. Era però soltanto l’inizio. Il giornale faceva infatti questa lunga premessa per presentare ai lettori una novità molto più vicina alle incombenze quotidiane delle famiglie: la sega elettrica a domicilio. La macchina era montata su un carro e poteva essere trasportata direttamente nei cortili. Una volta arrivata, bastava collegarla alla rete elettrica e metterla al lavoro. Secondo il giornale, in appena due ore riusciva a segare la quantità di legna che avrebbe richiesto a un uomo due intere giornate di fatica: una differenza tutt’altro che trascurabile. E le sorprese continuavano. Dall’Esposizione di Bruxelles giungeva infatti notizia di piccole macchine frigorifere azionate dall’elettricità. Promettevano di produrre ghiaccio direttamente sul posto e di conservare carne e bevande senza ricorrere alle tradizionali ghiacciaie. Oggi quelle novità difficilmente riescono a evocare l’idea di un mondo nuovo, ma in quegli anni il progresso correva e cambiava profondamente la vita quotidiana, soprattutto in un’Aosta che da borgo di campagna si stava rapidamente trasformando in città industriale. Il giornale non sbagliava a parlare apertamente di «une révolution».  - Immagine di copertina: cartolina d'epoca (primi Novecento)
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 3 settembre 2026
I ghiacciai del Monte Bianco si stanno riducendo «I ghiacciai diminuiscono». Potrebbe essere il titolo di un giornale di oggi. Invece la notizia apparve sul valdostano «Le Mont-Blanc» il 14 aprile 1899. I numeri riportati dal giornale sui ghiacciai del settore settentrionale del massiccio del Monte Bianco erano tutt’altro che rassicuranti. Il ghiacciaio del Tour si trovava ormai a un chilometro dalle sue antiche morene. Quelli del Trient, di Petoud e di Gran erano anch’essi in diminuzione. L’Argentière, in un solo anno, aveva perso 63 metri e 60 centimetri in lunghezza e una ventina di metri per lato in larghezza; anche il suo spessore si era ridotto. La Mer de Glace se l’era cavata meglio: appena sei metri di arretramento. Il dato impressionante riguardava però il ghiacciaio dei Bossons: 152 metri persi in un anno, 60 in larghezza e 20 in spessore. Secondo i calcoli riportati dal giornale, durante l’estate la sua fusione aveva prodotto una quantità d’acqua equivalente a quella contenuta in un blocco di ghiaccio di 140.000 metri cubi. A rendere la notizia ancora più interessante era l’osservazione di Venance Payot (1826-1902), naturalista e geologo di Chamonix, che seguiva da quasi mezzo secolo le variazioni dei ghiacciai del massiccio del Monte Bianco. Lo studioso dichiarava di non avere «jamais constaté une pareille décroissance» , ossia di non aver mai osservato una diminuzione simile. Insomma, nell’aprile del 1899 «Le Mont-Blanc» raccontava ai valdostani che i ghiacciai del Monte Bianco arretravano, si accorciavano, si assottigliavano e perdevano enormi e impressionanti quantità di ghiaccio. Certo è che sul versante valdostano del massiccio la storia non era poi così diversa: dopo l’espansione culminata negli ultimi anni dell’Ottocento, anche qui i ghiacciai stavano tornando a ritirarsi. Poi, immediatamente sotto l’articolo, arrivava la breve rubrica del tempo: «Pioggia, vento, neve e freddo: ecco la bella primavera della Valle d’Aosta». Sembra quasi una chiusa perfetta: mentre i ghiacciai arretravano in maniera impressionante, il giornale annotava che in Valle d’Aosta continuava a fare freddo, nevicava e la primavera, già inoltrata, tardava ad arrivare. Articolista e meteorologo, a quanto pare, forse non si erano incontrati. Era il 1899.  -Immagine di copertina: cartolina epoca viaggiata nel 1927
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 31 agosto 2026
Le monete valdostane che davano fastidio al re di Francia Nel 1556 il re di Francia Enrico II, tra i mille problemi, ne aveva uno curioso: nel suo regno circolavano anche gli «escus de la Valdoste» , gli scudi valdostani. Niente di strano, se non ci fosse stata la guerra. Gli Stati sabaudi erano stati infatti in gran parte occupati dai Francesi, mentre la Valle d’Aosta era rimasta fuori dal conflitto grazie a una politica di neutralità. In una situazione eccezionale, mentre il duca di Savoia conservava sulla Valle la propria sovranità, il governo valdostano, il «Conseil des Commis» , guidava il paese, conduceva una propria attività diplomatica e militare e, dal 1549, ad Aosta batteva anche moneta. Su quelle monete, però, oltre alla dicitura «AUG. PRAETORIA» («Augusta Prætoria»), continuavano a comparire le armi dei Savoia. E così gli scudi valdostani che passavano il confine finivano per far circolare in Francia anche il simbolo di un principe nemico. C’era poi un problema assai più concreto. Gli scudi della Valle d’Aosta venivano accettati a un certo valore, ma secondo la «Cour des monnaies» francese valevano un po’ meno. Il 23 maggio 1556 furono quindi inseriti, insieme ad altre monete straniere, in un provvedimento che ne proibiva la circolazione. (1) La vicenda racconta bene quegli anni singolari. Mentre eserciti e sovrani si contendevano l’Europa, una piccola moneta uscita dalla zecca di Aosta, nei pressi del teatro romano, riuscì ad attraversare le Alpi e a procurare qualche grattacapo al re di Francia. - Immagine di copertina: Monete della zecca di Aosta di proprietà dell'autore. (1) E. Bollati, «Le Congregazioni dei tre Stati della Valle d’Aosta» , pp. 474-475, n. 1; A. Fontanon, «Les Edicts et Ordonnances des Roys de France» , t. II, Paris, 1611, pp. 161-162; M. Orlandoni, «Antiche monete in Val d’Aosta» , p. 128.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 26 agosto 2026
Mistero tra i ghiacci del Cervino Nel settembre del 1885 Alexandre Pession, guida di Valtournenche, percorreva i pascoli sopra Giomen e La Barma, nei pressi del ghiacciaio del Colle del Teodulo (3.316 m), quando vide affiorare dal ghiaccio una grossa trave di legno. Cominciò a scavare. Comparvero altre assi, dodici in tutto. Che cosa ci facevano tutti quei legni a quell'altitudine? Lo scavo continuò e dal ghiaccio cominciarono a uscire altri oggetti: brandelli di abiti, grani di rosario, medaglie, due croci d'argento apribili, reliquiari, una piccola botte, persino dei noccioli di ciliegia. C'erano anche alcuni nodi di corda in legno. Uno portava incisa una data: 1582. A quel punto comparvero i morti. Erano due, disposti a forma di croce. E insieme a loro c'erano due teste di cavallo e otto zampe ancora ferrate. Che cosa era accaduto lassù? La notizia scese presto a valle. In paese si dovette parlare parecchio di quei due morti riemersi dal ghiaccio e anche i giornali cominciarono a interrogarsi sulla loro identità. Soldati posti a guardia di un avamposto? Pellegrini diretti all'abbazia svizzera di Einsiedeln? Mercanti piemontesi sorpresi da una tormenta? (1) Dopotutto il Teodulo era una via percorsa da secoli. Nel 1891, nella stessa zona, vennero alla luce vecchie monete, tra le quali una ventina di esemplari romani in bronzo e argento, alcuni risalenti all'età di Augusto e di Diocleziano. (2) Tutti indizi di un passaggio frequentato da lungo tempo. Ma chi erano quei due uomini che attraversavano il Teodulo sul finire del Cinquecento? E soprattutto, a cosa servivano quelle dodici lunghe assi? A costruire forse un riparo? Per capirlo ci si può affidare alle descrizioni del funzionario sabaudo Philibert-Amédée Arnod, che nel 1691 raccontò i passaggi e i colli valdostani. Scrisse che le condizioni del ghiacciaio – erano gli anni della Piccola età glaciale – e i numerosi crepacci obbligavano «les passants » a portare con sé delle assi per attraversarli. (3) Quei due uomini, dunque, potevano essere semplicemente dei viaggiatori, attrezzati per il passaggio. Qualcosa, purtroppo, accadde. Li sorprese forse una tormenta? Per trecento anni il ghiaccio custodì i loro corpi, i cavalli, le assi, le croci, persino i noccioli delle ciliegie che avevano portato con sé. Nel settembre del 1885 restituì tutto. Tranne i loro nomi.  - Immagine di copertina: cartolina d'epoca (1) Sulla scoperta del 1885 e sulle ipotesi formulate intorno all’identità dei due uomini: «Feuille d’Aoste» , 2 settembre 1885; «Le Patriote» , 4 settembre 1885; «L’Eco dell’Industria» , 6 settembre 1885; «L’Echo du Val d’Aoste» , 11 settembre 1885; «Le Bien public» , 22 settembre 1885. (2) Sul ritrovamento, nel 1891, delle monete antiche nella zona del Teodulo: «Feuille d’Aoste» , 7 ottobre 1891. (3) P.-A. Arnod, «Relation des passages de tout le circuit du Duché d’Aoste venant des provinces circonvoisines avec une sommaire description des montagnes» (1691 e 1694), in «Archivum Augustanum», I, 1968, p. 55.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 24 agosto 2026
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono... emigrati Cogne possedeva una grande montagna di ferro. Eppure, nella seconda metà dell’Ottocento, molti «cogneins» furono costretti ad andarsene per cercare lavoro altrove. Dopo la lunga stagione di César-Emmanuel Grappein, la miniera di magnetite attraversò infatti decenni difficili. Direttori, affittuari e tentativi di rilancio si susseguirono senza riuscire a garantire continuità allo sfruttamento. Nel 1869 Joseph-Antoine Jeantet ricordava che da molto tempo i filoni erano abbandonati o sfruttati soltanto a intervalli da alcuni privati di Cogne. La situazione precipitò negli anni successivi. Nel 1874 il Comune, proprietario della miniera, tentò di metterla all’incanto, m la vendita andò deserta. Nell’aprile dello stesso anno la «Feuille d’Aoste» descriveva una situazione quasi paradossale: Cogne possedeva un filone ritenuto forse il più ricco d’Europa, ma nessuno lo affittava, il minerale estratto non veniva venduto e gli operai erano «sans pain et sans travail» , senza pane e senza lavoro. Alcuni reclamavano persino gli stipendi arretrati. (1) La situazione era diventata tanto grave che il sindaco aveva dovuto scrivere all’estero per cercare un’occupazione ai minatori rimasti senza lavoro. «Quelles en sont les nombreuses causes?» , si chiedeva il giornale. Due anni dopo capiamo che cosa stava accadendo. Nell’aprile del 1876 la «Feuille d’Aoste» annunciava che 150 «cogneins» erano partiti durante l’inverno per diverse città della Svizzera. Nemmeno lì, però, avevano trovato fortuna. Il cattivo tempo aveva impedito a molti di lavorare e il giornale raccontava che quasi tutti vivevano «dans une profonde misère» . (2) Centocinquanta persone erano già moltissime per una comunità come quella di Cogne. Ma non erano tutte. Nel febbraio del 1883, mentre si tornava a discutere del futuro della miniera, «L’Écho du Val d’Aoste» parlava ormai di «300 Cogneins émigrés» . Trecento emigrati. (3) Il giornale osservava che la semplice prospettiva di non dover più pagare le imposte comunali non ne avrebbe fatto tornare neppure uno. Soltanto una vera ripresa della miniera avrebbe potuto cambiare le cose: allora, scriveva, nessuno sarebbe più andato o rimasto all’estero «pour gagner sa vie» . Per guadagnarsi da vivere. La miniera continuava intanto a passare attraverso nuovi tentativi di affitto, vendita e sfruttamento. Bisognò attendere la fine del secolo perché cominciasse a profilarsi quella trasformazione industriale che avrebbe cambiato profondamente Cogne. E la cosa avrebbe cambiato anche la direzione degli uomini. Nel Novecento, infatti, sarebbero stati lavoratori provenienti da altri luoghi a raggiungere Cogne per lavorare nella sua miniera; pochi decenni prima era accaduto esattamente il contrario: erano i «cogneins» a dover partire. Eran trecento. Ed erano emigrati. - Immagine di copertina: Stazione di carico Liconi, « L’Illustrazione Italiana » , 7 giugno 1914, p. 564. (1) Edizione del 22 aprile 1874. (2) Edizione del 5 aprile 1876. (3) Edizione del 9 febbraio 1883.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 20 agosto 2026
Lo stomaco di Aosta «Quel est l’écrivain qui a fait tout un volume sur le Ventre de Paris?» , domandava un giornale valdostano nel 1881. (1) Lo scrittore era naturalmente Émile Zola e il libro «Le Ventre de Paris» , pubblicato nel 1873. Il romanzo aveva per scenario «Les Halles» , i grandi mercati generali della capitale francese, e raccontava attraverso quel «ventre» una società fatta di ricchezza e miseria, abbondanza e fame, negli anni del Secondo Impero. Il giornale valdostano prendeva però Zola come pretesto per una domanda molto più vicina: che cosa si mangiava ad Aosta? L’argomento, «ça va sans dire» , offriva anche l’occasione per sfogare un po’ di verve. A giudicare da quanto raccontava l’articolista, ce n’era parecchio bisogno. Il contadino, scriveva, aveva buone ragioni per diffidare del cibo dei ricchi, perché in città si mangiavano «de telles saletés» da giustificare ampiamente il suo disprezzo. Si parlava infatti di una sessantina di asini «écloppés, fourbus, galeux, pelés» – azzoppati, sfiniti, rognosi e spelacchiati – venduti clandestinamente come carne di prima qualità. E non erano soli: allo stesso modo era stato smerciato anche un cavallo morto. Il particolare più gustoso, almeno per il giornalista, riguardava però i clienti. A rifornirsi «de pareilles saletés» erano soprattutto le cosiddette migliori famiglie della città, che costituivano addirittura «le gros de ces consommateurs de charogne» : il grosso di quei consumatori di carogne. Il piccolo «ventre di Aosta» assumeva così contorni decisamente meno grandiosi di quello parigino, ma forse altrettanto interessanti. Niente immense «Halles» di ferro e vetro: bastavano qualche macellazione clandestina, una sessantina di vecchi asini, un cavallo morto e clienti abbastanza rispettabili da preferire che nessuno facesse troppe domande. Del resto, osservava il giornale, il fascino del frutto proibito, «l’attrait du fruit défendu» , era così forte « qu’il passe au-dessus de toutes les délicatesses» . A quel punto la conclusione veniva quasi da sé: «Et après cela, n’avions-nous pas raison de dire que celui qui ferait un examen plus ou moins humoristique du ventre d’Aoste aurait de curieuses choses à raconter?» . Aveva probabilmente ragione. Un «Ventre d’Aoste» non fu mai scritto. Ma tra asini rognosi venduti come carne di prima qualità, un cavallo morto e le migliori famiglie della città sedute a tavola, il materiale per cominciarlo certo non mancava. Chissà quale romanzo naturalista ne sarebbe uscito. E forse non è ancora troppo tardi per scriverlo, quel «Ventre d’Aoste d’antan» ... Immagine di copertina: Piazza Carlo Alberto, oggi piazza Émile Chanoux, in un giorno di mercato, in una cartolina d’epoca viaggiata nel 1931. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 14 gennaio 1881.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 17 agosto 2026
La « bancha » di Cogne Nel Medioevo il castello di Cogne apparteneva al vescovo di Aosta, signore temporale della valle e conte di Cogne. Una cinta circondava la torre e racchiudeva uno spazio chiamato «barrio» , utilizzato come «loco et auditorio causarum» , luogo nel quale venivano ascoltate le cause della valle. (1) Qui, una volta all’anno, tra San Michele e Ognissanti, quando gli uomini erano ormai scesi dagli alpeggi, il vescovo saliva a Cogne per amministrare la giustizia e riscuotere quanto gli era dovuto. La «sogne» , il parlamento locale, durava tre giorni e riuniva i capifamiglia della comunità. (2) La grande campana li chiamava dai villaggi «more solito» , secondo la consuetudine. (3) Possiamo quasi vedere la scena: gli uomini entrano nella cinta e si raccolgono nel «barrio» , il vescovo prende posto, il notaio prepara le carte, vengono ascoltate le cause. Davanti alla torre c’è anche una «bancha» . La incontriamo nel giugno del 1408, quando numerosi «cogneins» ratificarono le ricognizioni dei beni e dei diritti vescovili: gli atti furono compiuti «in bancha iuxta turrim domini episcopi», nella «bancha» accanto alla torre del vescovo. (4) Una panca? Anche. La parola indicava un banco o un lungo sedile di legno, ma nel linguaggio giuridico medievale aveva assunto un significato preciso. Du Cange scrive: «Bancha, Tribunal judicum» , tribunale dei giudici. (5) Il banco sul quale sedeva chi amministrava la giustizia poteva dunque indicare il tribunale stesso. Un confronto quasi contemporaneo arriva proprio da Aosta. Nelle «Audiences générales» del 1409 le autorità sedevano su diverse «banchae» , assegnate secondo rango e funzione. Curiosamente, quelle udienze si tenevano nell’episcopio, nella «sala de Cognia in qua audientie tenentur» , la sala di Cogne dove si tenevano le udienze. (6) A chiarire la «geografia» è un documento del 1423. Nel «barrio» , presso la torre, troviamo il vescovo «sedenti propter tribunali» : seduto al tribunale. (7) La «bancha» , dunque, doveva essere proprio quel tribunale dal cui seggio il vescovo amministrava la giustizia. Medioevo e signoria vescovile, certo, ma il tutto si svolgeva in presenza di «tota nostra communitatem nostre vallis Cognie» , l’intera comunità della valle: una forma ancora embrionale di partecipazione popolare. L’ultima decisione spettava al vescovo, ma non prima di aver «audito» gli abitanti. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Archives Historiques Régionale, «Fonds Cogne» , vol. 2, doc. 10. (2) Ivi, vol. I, doc. 16, 28 settembre 1365. (3) Ivi, vol. II, doc. 6 S.P., 1447. (4) Archivio Storico Vescovile Aosta, 106 (Cogne), 1, 19-20 giugno 1408. (5) Du Cange, «Glossarium mediae et infimae latinitatis» , s.v. «Bancha»: «Bancha, Tribunal judicum» . (6) F. Baudin, R. Bertolin, J.-G. Rivolin, R. Willien, «Les Audiences générales d’Amédée VIII de Savoie en Vallée d’Aoste» , in Bibliothèque de l’Archivum Augustanum, XLIII, pp. 176 e 91. (7) Archives Historiques Régionale, «Fonds Cogne» , vol. 1, doc. 36, 1423.