I “paradisi perduti” sulle Alpi sono realmente esistiti?

Mauro Caniggia Nicolotti • 14 novembre 2022
I “paradisi perduti” sulle Alpi sono realmente esistiti?

Recentemente mi ha colpito una curiosa notizia. 
Il 14 agosto del 2022, a 4.300 metri di altitudine, lungo la parete est del Lyskamm (catena del Monte Rosa), è stata ritrovata una marmotta mummificata. 
Analizzato poi al radiocarbonio, di quell’animale è emerso che ha vissuto in quell’area tra il 4600 e il 4500 avanti Cristo.

La scoperta si rivela molto interessante, anche perché anni prima in quella zona era stato rinvenuto, più in basso, un antico suolo scoperto dai ghiacci, la cui stratificazione ha riconsegnato dati molto importanti relativamente alla storia del clima che riguarda i millenni a noi più vicini. 
Il popolo Inuit chiama questo tipo di siti isolati con il nome di nunatak, ossia terre che emergono dal ghiaccio; in francese, invece, il termine è rognon; in Valle d'Aosta potrebbero essere i vari Envergneure, Invergneux...
In queste aree si sviluppano e vivono diverse forme di vita che possono sopravvivere ai rigori del gelo. A favorire la presenza di queste isole nel ghiaccio sono particolari condizioni quali la quota, l’esposizione a Sud e la protezione e il riscaldamento garantiti dai rilievi montuosi vicini. La combinazione di questi fattori ha creato specifiche condizioni microclimatiche tali da consentire la conservazione della vita e lo sviluppo dei suoli al di sopra dei ghiacci.(1)

A prescindere dal fatto che queste “isole di terra” possano essere state causate o meno dall’optimum climatico verificatosi tra l’8000 e il 3000 avanti Cristo, resta il fatto che quella marmotta bazzicava in quelle altissime terre, aree oggi difficilmente praticabili per quella specie animale, che si spinge al massimo fino ai 3000 metri di quota.

Questi nuovi studi e ipotesi sembrerebbero richiamare alla memoria quei “paradisi perduti” di cui le leggende alpine sono ricche. Infatti, in molti racconti popolari si narra che tra le montagne ghiacciate delle Alpi si celino qua e là alcune “valli felici”, terre dal clima mite, dolce, presso cui la natura regala buoni frutti.(2)

Chissà come si sono originate tali fantasie nell’immaginario collettivo di un tempo.

La maggior parte delle narrazioni, a dire il vero, non tratta propriamente di meravigliose valli nascoste, ma di qualcosa di molto, molto, ma molto più piccolo: sul Ruitor, montagna di accadimenti meravigliosi, pare esista uno di questi brandelli di paradiso.(3)

La narrazione valdostana racconta in particolar modo di animali che dagli alti alpeggi capita che si allontanino dal gruppo prima del rientro autunnale a valle; e finiscono per perdersi. 
Quando l’anno successivo i pastori risalgono all’alpeggio vengono attirati dal verso delle bestie, che ritrovano in ottima salute e ben pasciute, presso zone ancora più elevate, tra rocce e seracchi. 
Come erano potuti arrivare tanto in alto? E, soprattutto, come avevano fatto a resistere durante tutto l’inverno?
L’accaduto è ancora e sempre senza risposta (...). Alcuni pretendono che tra le nevi del Ruitor esista un posto dove il gelo non brucia mai l’erba: è la che i camosci vanno a pascolare in inverno.(4)

Esempi di questo genere si moltiplicano un po’ dappertutto nell’arco alpino.(5)

Chissà che quelle strisce di terra, viste come isole di vita o di sopravvivenza, non possano aver lasciato nell’immaginario collettivo quei “paradisi perduti” che si sono trasformati in relitti di ricordo... in leggende.


Nell'immagine: Le Dame di Challant viste da Saint-Vincent (Valle d'Aosta); foto non ritoccata.
(1) F. Soro, Un’isola di terra tra i ghiacci del Monte Rosa. Migliaia di anni fa c’era vita in alta quota in La Stampa, 8 novembre 2022. (2) Sonovi altre leggende svizzere e tirolesi, note ancora adesso fra gli alpigiani le quali provano come essi credano che il Paradiso terrestre si trovi nell’interno delle montagne, o mostrano alcune valli spaventevoli o certi ghiacciai che furono in altri tempi Blumlisalp, o Alpi fiorite, ove prima trovavasi il celeste giardino (...). M. Savi-Lopez, Leggende delle Alpi, p. 281. (3) A. Boccazzi-Varotto, I racconti della stalla/le conte di baou, p. 189. (4) A. Boccazzi-Varotto, I racconti della stalla/le conte di baou, pp. 189-190. (5) Il Grimm fa anche cenno di un paradiso degli animali che si troverebbe fra le rupi inaccessibili e le nevi del Mattenberg. In quel sito vedesi un circuito in mezzo al quale si trovano bellissimi camosci e stambecchi, con molti animali meravigliosi. Ogni venti anni, secondo la leggenda, è permesso ad un uomo di penetrare in quella regione, ove può uccidere venti camosci. M. Savi-Lopez, Leggende delle Alpi, p. 286.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 27 aprile 2026
Valdostani, non è colpa nostra se siamo belli! Nella Valle d’Aosta settecentesca il gozzo - o cretinismo - era una malattia diffusa. Nel 1751 un viaggiatore - Seyssler - attraversò la Valle e lasciò una scena curiosa. Più che un aneddoto, quasi una leggenda. Durante una Messa, i fedeli si distrassero dall’entrata in chiesa di una donna. Una straniera che attirò gli sguardi di tutti. Oltre alla bellezza e all’eleganza, la turista presentava un collo liscio, privo di tumefazioni. Il curato intervenne dal pulpito: «Mes chers frères, ne nous enorgueillissons pas des agréments physiques que Dieu a bien voulu nous accorder et qu’il a refusé à d’autres» (fratelli, non dobbiamo inorgoglirci della bellezza che ci ha dato Dio e che è stata rifiutata ad altri). (1) La Valle d’Aosta non rappresentava, del resto, un’eccezione isolata, anche se giornali e cronache esterne insistevano nel farne oggetto di scherno, spesso con toni caricaturali. «Crétins, à la rescousse!» ironizzava «Il Fischietto» il 22 giugno 1850, oppure «Aoste, ville au site délicieux, mais mon Dieu! quels habitants! - têtes livides de crapauds, gorges en besaces!» ( «Le Figaro» , 26 settembre 1861). Il fenomeno interessava in realtà un’area molto più ampia, estendendosi lungo l’intero arco alpino e oltre. Proprio in Valle d’Aosta, nel corso dell’Ottocento, la sua diffusione sollevò interrogativi più precisi. Due vallate ai piedi del Monte Rosa - la valle d’Ayas e quella di Gressoney - presentavano condizioni che, a prima vista, apparivano analoghe: esposizione, presenza di acque correnti, ventilazione. Eppure i risultati divergevano in modo evidente, poiché nella prima il gozzo risultava largamente diffuso, mentre nella seconda appariva quasi assente. Si cercò allora una spiegazione nella natura dei terreni, distinguendo tra scisti verdi e granito, ipotesi che suggeriva una possibile pista interpretativa, senza tuttavia riuscire a fornire una risposta definitiva. Ancora agli inizi del Novecento la malattia non era scomparsa, e continuava a suscitare l’interesse di studiosi e osservatori, che ne cercavano le cause nelle condizioni ambientali - l’umidità, l’altitudine, le abitudini di vita. Le osservazioni, però, finivano per complicare il quadro, mostrando come il gozzo potesse manifestarsi anche a quote basse e in contesti molto diversi tra loro. Progressivamente emerse una spiegazione più solida: il ruolo determinante era svolto dalla carenza di iodio nell’alimentazione. In risposta a tale mancanza, la tiroide aumentava di volume e, nei casi più gravi, soprattutto nei bambini, le conseguenze si estendevano allo sviluppo fisico e cognitivo. Alla luce di questa acquisizione anche le differenze tra vallate vicine trovarono una loro coerenza, poiché variazioni locali nelle acque, nei terreni e nella dieta risultavano sufficienti a produrre esiti differenti. Su queste basi, nel corso del Novecento, il fenomeno iniziò progressivamente a ridursi: l’introduzione del sale iodato, una dieta più varia e una crescente attenzione medica modificarono in tempi relativamente brevi un quadro che per secoli era apparso quasi immutabile. Plinio il Vecchio lo aveva già scritto: «Nil utilius sole et sale» (nulla è più utile del sole e del sale). L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Le Franc-Montagnard , 13 maggio 1911.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 23 aprile 2026
Un vino valdostano degno di un r e Nell’autunno del 1910 - riportava il giornale elvetico «La Tribune de Genève» del 30 settembre - il re d’Italia era partito per una battuta di caccia in Valle d’Aosta. Sua Maestà, accompagnato da una sola guida, decise di staccarsi dal suo entourage e di proseguire in libertà, muovendosi con passo rapido. Il lungo andare tra pendii e sentieri, l’aria sottile e il passo sostenuto finirono però per mettergli sete. Vittorio Emanuele III scese allora poco più a valle e raggiunse una locanda. Una breve sosta ristoratrice non poteva che restituirgli nuove energie. Si accomodò con la sua guida e chiese da bere. L’oste gli servì un vino piuttosto mediocre. Il sovrano lo assaggiò e domandò se non ve ne fosse uno migliore. Il proprietario, senza esitazione, rispose: «Certamente, signore, ne ho di ottimo, ma è un vino per re e non per poveri diavoli come voi.» Vittorio Emanuele tacque. Bevve, lasciando scendere il vino senza aggiungere parola. Qualcosa, tuttavia, non gli andava certo giù, pur senza mostrarsene offeso. Poche ore dopo inviò un domestico in livrea di casa Savoia a chiedere all’oste alcune bottiglie del suo «celebre vino da re». L’oste fece la consegna, come richiesto. Una cosa, però, continuava a non essergli chiara. Si chiedeva come la fama del suo buon vino fosse giunta fino alle orecchie nientemeno che del re d’Italia. L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 20 aprile 2026
L’ufficializzazione del francese in Valle d’Aosta Il Conseil des Commis usò fin dal 1536 il francese nei verbali e nelle deliberazioni, con qualche breve alternanza iniziale col latino. Non solo da secoli il volgare era intriso nel tessuto culturale valdostano, ma da tempo il francese era divenuto il linguaggio impiegato alla corte sabauda nella corrispondenza, nella diplomazia e nei trattati, come mostrano, per esempio, le lettere di René de Challant degli anni precedenti, redatte in un francese pienamente maturo e di registro elevato. Il francese entrò così come lingua veicolare nell’amministrazione della Valle d’Aosta, scelta che precedette di alcuni anni analoghe decisioni in altri contesti europei e che assunse un rilievo decisivo per la sua identità culturale presente e futura. La Francia, per esempio, lo avrebbe adottato in via normativa nel 1539, con l’ordinanza di Villers-Cotterêts promulgata da Francesco I. Al rientro dei Savoia nei loro domini dopo la guerra si colloca l’editto di Rivoli del 1561, che riconosce e rafforza una situazione già in atto: “Facciamo sapere che essendo stata, da sempre, la lingua francese, nel nostro paese e ducato di Aosta, più comune e più generalizzata di ogni altra […] dichiariamo volere che in detto paese e ducato di Aosta nessuno abbia ad usare […] un’altra lingua che non sia il francese”, pena la nullità degli atti e sanzioni pecuniarie. Nel corso dei decenni successivi emersero tuttavia tensioni legate all’efficacia del francese nei rapporti con gli apparati superiori e giudiziari dello Stato sabaudo. Questo elemento appare nelle deliberazioni del 1572-1573, quando il Conseil des Commis sembrò voler tornare indietro nelle sue scelte e chiese al duca di «permettre que tous escriptz et proces […] soyent escriptz et couchez en latin comme souloient estre au paravant et de toute antiquité», motivando la richiesta con la «confusion de langaiges» e con il fatto che «le langaige patoys dudict pays n’est entendu par lesdictz illustres senatz». L’espressione non rimanda al francoprovenzale, ma al francese, non pienamente intelligibile nei circuiti giudiziari più alti, mentre «le lattin est universellement entendu». Il ricorso al latino avrebbe dunque facilitato la comunicazione giuridica all’interno dello Stato, poiché presso il Senato di Piemonte - «par deuant lequel ressortent la pluspart des causes par appel» - «nentend souuentesfois ledict langaige et par ce les parties se treuuent frustres de leurs droictz» (“non intendendo sovente la suddetta lingua e per questo le parti si trovano private dei loro diritti”). (1) La risposta ducale fu però netta: «neant» (Torino, 19 dicembre 1572), sancendo il rifiuto di un ritorno al latino negli atti giudiziari. La linea fu ribadita pochi anni dopo: nel 1578 Emanuele Filiberto, informato che in Valle d’Aosta venivano talvolta pubblicati editti provenienti dai suoi funzionari e redatti in lingua italiana, intervenne vietandone la diffusione e imponendo che ogni atto fosse autorizzato e «redatto in francese e non in italiano», affinché risultasse comprensibile alla popolazione del Pays: «Che sia chiaro una volta per tutte che non sarà permesso a nessuno […] pubblicare […] alcun editto […] se non […] redatti in francese e non in italiano, in modo da essere compresi da chiunque». Alcuni funzionari sabaudi tendevano infatti a introdurre l’italiano negli atti, utilizzando una lingua che restava estranea agli abitanti. Da quel momento la lingua francese in Valle d’Aosta continuò ad essere usata per secoli, difesa dai valdostani e contestata dall’esterno, attraversando il tempo e le trasformazioni politiche e sociali senza mai uscire dalla vita del Pays. Immagine di copertina: particolare di una carta del 1749. (1) E. Bollati, Le Congregazioni dei Tre Stati della Valle d’Aosta , vol. I.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 18 aprile 2026
Due donne valdostane e la 2 a guerra mondiale Quella sera ad Aosta un uomo, con scarponi da sci e giacca di velluto, suonava una fisarmonica davanti al cinema, dove si proiettava George Formby in «I Want to Fly» . All’interno una folla di soldati applaudiva. Rideva alle battute e all’ukulele dell’attore, riportando per qualche momento gli spettatori alla loro lontanissima America. In strada, chi era rimasto fuori, soprattutto valdostani, ballava allegramente cercando di tenere i ritmi dello swing portati dagli americani sulle Alpi. La guerra era finita da pochi giorni e gli inviati, abbandonate le cronache del conflitto, si concentrarono anche su vicende regionali, su figure prettamente locali. Uno di questi quadri fu dipinto a parole il 22 maggio 1945 da James Cooper, inviato del «Daily Express» , che titolò il suo pezzo «Due donne guidano una guerra» . In quella Valle d’Aosta descritta al giornalista britannico come un «paradiso di frutteti di pesche e fiumi azzurri» si consumò in realtà uno scenario complesso. Un momento cerniera, destinato a incidere sul futuro della regione. Idee diverse si confrontarono sul destino valdostano. Indipendenza, Svizzera, Francia, Italia. Cooper scrisse che «un tunnel attraverso il Monte Bianco» avrebbe favorito il passaggio alla Francia, sostenuto da una parte della popolazione. Annotò anche un’altra linea, più diffusa tra la gente: una forte autonomia, sostenuta tra gli altri dal Comitato di Liberazione piemontese, che aveva promesso il «ripristino dell’insegnamento del francese nelle scuole» . In mezzo a tutto - e ai «carri armati americani che stavano rombando attraverso questa piccola città incorniciata dalle montagne per mantenere l’ordine» - Cooper mise in evidenza anche l’azione di due donne, due partigiane, dentro un quadro che la memoria ha spesso restituito come esclusivamente maschile. Marie-Céleste Perruchon (1) - vedova di Émile Chanoux, (2) figura segnata dal sacrificio della Resistenza ( «ucciso dai fascisti un anno prima» ) - e Maria Ida Viglino. (3) Insegnante. Nome di battaglia: «Piera» . I loro nomi emersero nelle pagine di allora. Accanto a loro, è bene sottolinearlo, moltissime altre donne contribuirono in modo determinante alla lotta di liberazione dalla follia nazifascista. E mentre, come riportava Cooper, «il maggiore Ernest Sowell, di Penrith, Glamorgan, commissario alleato, dichiarò che la valle sarebbe rimasta italiana fino alla conferenza di pace» di Parigi, gli sviluppi presero una direzione precisa. Il 7 settembre 1945 la Valle d’Aosta fu dichiarata autonoma da Umberto di Savoia. La Repubblica italiana ne riconobbe lo statuto speciale il 26 febbraio 1948. Autonomia valdostana di donne e di uomini. Immagine di copertina: arta tratta dal giornale «Daily Express» del 22 maggio 1945 e rielaborata. (1) Marie-Céleste Perruchon (Valsavarenche, 1911-Aosta, 2002). (2) Emile Chanoux (Valsavarenche, 1906-Aosta, 1944). (3) Maria Ida Viglino (Gignod, 1915-Aosta, 1985).
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 16 aprile 2026
I capelli di una donna al servizio della Valle d’Aosta Può sembrare una storia di cappa e spada, di quelle che dalle pagine dei libri passano alle pellicole cinematografiche. Eppure ciò che segue appartiene interamente alla cronaca. Nel 1553, quando i domini sabaudi furono travolti dalle invasioni francesi - mosse dal tentativo di spezzare l’accerchiamento imperiale che stringeva la Francia - René de Challant, conte e maresciallo, luogotenente del Ducato di Savoia e figura eminente della Valle d’Aosta, fu fatto prigioniero. La Valle, in mezzo al conflitto, era rimasta preservata, quasi indipendente, terra neutrale. Ma Challant, che di quella realtà era espressione diretta, si trovava a Vercelli - divenuta nuova capitale sabauda - impegnato nella difesa della piazza. Il 18 novembre 1553, «fut une journée fatale pour le comte de Challant» . I francesi assediavano la città. Dopo aver messo in rotta la guardia, l’allarme giunse alle caserme; il signore di Châtelard accorse presso il conte. René, «n’écoutant que son courage» , si pose alla testa dei suoi uomini e si gettò sull’assalitore. «Dès le premier choc» , fu fatto prigioniero, mentre il signore di Châtelard veniva ucciso quasi nello stesso momento. Era stato «preso colle armi alla mano in una piazza di guerra coperta dalle bandiere di Spagna e di Savoia» . All’inizio tentò di far valere altri elementi: i suoi legami con territori svizzeri, la sua origine valdostana, che lo avrebbe collocato in una condizione di neutralità. Attraverso intermediari si rivolse anche al re di Francia, sostenendo che la cattura fosse avvenuta «contre le droit des gens» . Ma la risposta fu netta: chi combatte sotto una bandiera nemica, con le armi in pugno, è uomo di guerra. L’immunità decade. Il re di Francia respinse la richiesta. Tuttavia riconobbe la particolarità del paese, dichiarando che tutti «ceux de la ditte val d’Aoste» sarebbero stati rispettati in quanto provenienti da una terra neutrale. (1) René, prigioniero del maresciallo de Brissac, venne condotto al castello di Torino, al Valentino, e vi rimase per due anni «soumis à une sévère vigilance» . «Tristes péripéties de la guerre! Le courage, s’il n’est joint à la prudence, n’aboutit qu’à un effroyable désastre» . (2) Fu in quei primi momenti di reclusione che tentò un’altra via: la fuga. Riuscì a guadagnarsi la complicità della moglie di un soldato addetta alla cucina e a lei chiese aiuto. Aveva necessità di corrispondere con il capitano Cesare Maggi, che comandava il presidio di Volpiano (Torino), uomo ligio alla Spagna, stratega e scaltro. La lettera annunciava che aveva trovato un modo per uscire di prigione e chiedeva supporto. La donna andò e tornò due volte. Rischiò, attraversò i controlli, passò. Alla terza volta, qualcosa cambiò: una spiata, un controllo più attento, un gesto di troppo. Fu scoperta e arrestata. La punizione fu dura. Lei e il marito furono condotti al supplizio sotto gli occhi del prigioniero, proprio davanti alle finestre della sua stanza. Dopo quell’episodio la sorveglianza si fece ancora più serrata. (3) Forse fu trasferito a Parigi. (4) La libertà arrivò solo due anni più tardi, al prezzo di 30.000 scudi d’oro. Per farvi fronte, René impegnò beni e territori: Ussel e Saint-Marcel furono dati in pegno al capitano Madruzzo di Trento, mentre altri possedimenti vennero alienati. Rientrato, riprese immediatamente il proprio ruolo e tornò a proporre trattati di neutralità per la Valle d'Aosta con le varie potenze. (5) In mezzo a tutto, resta un’immagine semplice: quelle lettere nascoste tra i capelli della donna. Con quell’atto si chiudevano scene di castelli, armi, insegne, uomini e si apriva una figura femminile. Una donna del popolo, la cui storia non compare nella storia ufficiale. Neppure un nome. Una donna che portò messaggi, rischiò. La sua azione avrebbe potuto riportare subito il nobile alla guida della Valle d’Aosta e degli interessi di Savoia. Invece pagò per tutti. Restituiamole, in qualche modo, la memoria. L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) J.-A. Duc, Histoire de l’Eglise d’Aoste , V, pp. 394-395. (2) Ib. , V, pp. 384-385. (3) Miscellanea di Storia Italiana , tomo V, Torino, 1867, p. 669. (4) G. Fornaseri, Le lettere di Renato di Challant, Governatore della Valle d’Aosta, a Carlo II ed a Emanuele Filiberto , p. 135. (5) J.-A. Duc, op. cit. , p. 402.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 13 aprile 2026
Alla stazione di Aosta il tempo si è fermato A volte, osservando l’orologio della stazione ferroviaria di Aosta, viene da pensare che nessuno lo guardi più. Svetta sulla sommità del tetto, incastonato in un’edicola architettonica. Da tempo è fermo: le lancette segnano le 4.30 - o, se si preferisce, le 16.30. Quando la stazione di Aosta fu inaugurata, nel 1886, la posa di un orologio era già prevista. Sul tetto, fu costruita l’edicola destinata a ospitarlo, ma restò vuota a lungo. Lo scrisse con una certa impazienza il giornale “ Feuille d’Aoste ” il 28 giugno 1893: “ la niche (…) est toujours là béante, attendant d’être remplie ”. Con ironia ci si chiedeva se la “ Mediterranea ” (1) non avesse, in quegli anni, guadagnato abbastanza per acquistarne uno. Qualche mese dopo, il 3 novembre 1893, “ L’Alpino ”, un altro giornale valdostano, tornò sull’argomento. L’introduzione del nuovo orario ferroviario portava a “desiderare più vivamente che l’Amministrazione delle ferrovie mediterranee si decida infine a collocare un orologio esterno alla nostra stazione”. Perché Aosta no?, si chiedeva il giornale. Solo nel marzo del 1897 arrivò l’annuncio ufficiale: grazie all’interessamento dell’onorevole Compans, l’impianto dell’orologio della stazione fu finalmente approvato. La stampa parlò di quel “ benedetto orologio ”, con un sollievo che rispondeva ad anni di attesa. (2) Lo stesso periodico, in data 28 maggio 1897, annunciava che da alcuni giorni il meccanismo era entrato in funzione: non solo “ funziona egregiamente, ma di notte è rischiarato da quattro lampade elettriche che permettono di leggere l’ora anche stando dalla piazza ”. (3) Ma i problemi cominciarono presto a farsi sentire. Nella notte tra il 28 e il 29 aprile 1905 il terremoto scosse Aosta e provocò alcuni danni. La gente si riversò nelle strade: molti si radunarono presso l’attuale piazza Chanoux e i giardini della stazione (oggi dedicati a Emilio Lussu). In molti si accorsero che l’orologio si era fermato alle 2.55, l’ora del terremoto. (4) Ma dopo lo spavento, si scatenò l’ironia della stampa: “ l’horloge de la gare arrêtée à la minute précise de la trépidation, immobile encore aujourd’hui et attendant assurément la secousse prochaine pour se remettre en marche ”. (5) Fu poi finalmente riattivato, ma già nel 1909 il pubblico tornò a lamentarsi: l’orologio risultava nuovamente in stato di abbandono; da qualche tempo le lancette si erano fermate, causando disagi ai viaggiatori. (6) Vi si mise mano, ma dopo poco tempo le cose peggiorarono di nuovo. Nel maggio 1910, infatti, veniva lamentato che da oltre un mese l’orologio non funzionava affatto. Qualcuno si chiese: “ perché lo si è installato, dal momento che non svolge alcun servizio? ”. (7) Nel 1913, la scena si ripeté ancora, quasi identica. Questa volta l’orologio si era bloccato sulle 9 meno un quarto e i viaggiatori si lamentavano e chiedevano che venisse rimesso in funzione. (8) Oggi l’orologio è di nuovo fermo: alle 4.30 o, come detto in precedenza, alle 16.30. Chissà quando si è fermato e perché. È un orologio che meriterebbe di essere riattivato, anche se viviamo in un’epoca in cui gli strumenti per misurare il tempo sono ovunque e precisi. Speriamo che con la riattivazione della linea ferroviaria possa tornare in funzione anche lui. E con lui pure l’edicola che lo ospita, che conserva in cima un elegante stemma della città di Aosta, oggi quasi invisibile sotto la polvere del tempo e dell’inquinamento... quella non si ferma mai... Immagine di copertina foto dell'orologio della stazione di Aosta. (1) La Società Italiana per le Strade Ferrate del Mediterraneo era conosciuta anche con il nome di Mediterranea e in quegli anni si occupava del trasporto ferroviario. (2) L’Alpino , 12 marzo 1897. (3) L’Alpino , 28 maggio 1897. (4) Le Mont-Blanc , 5 maggio 1905. (5) Le Travailleur , 5 maggio 1905. (6) Le Mont-Blanc , 12 novembre 1909. (7) Le Mont-Blanc , 13 maggio 1910. (8) Le Mont-Blanc , 30 maggio 1913.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 9 aprile 2026
Dove mettiamo la stazione ferroviaria di Aosta? À la gare, comme à la gare , si potrebbe dire parafrasando il noto detto francese, quasi a giustificare una scelta difficile che bisogna prendere. Nell’inverno del 1881, infatti, il consiglio comunale di Aosta discusse una questione fondamentale per la città: dove collocare la futura stazione ferroviaria. (1) I consiglieri affrontarono la questione con tono pratico e, senza ombra di dubbio, si può dire lungimirante: è ciò che si evince dall’ordine del giorno pubblicato dalla stampa locale. L’idea primigenia verteva su una collocazione a nord del capoluogo, soluzione ritenuta vantaggiosa sotto molti aspetti. Si sottolineava anzitutto il risparmio che ne sarebbe derivato per l’amministrazione, evitando costose opere di accesso ed espropri. Si aggiungeva poi che tale scelta non avrebbe compromesso eventuali sviluppi ferroviari internazionali, prospettiva che allora appariva tutt’altro che remota e che le cronache di quegli anni restituiscono attraverso studi di fattibilità. L’area proposta presentava, secondo il documento, ulteriori vantaggi. Innanzitutto la vicinanza al torrente Buthier, le cui acque, utilizzate come forza motrice, potevano risultare utilissime; quindi il collegamento diretto con la strada del Gran San Bernardo. Infine l’esistenza di una direttrice viaria - la promenade des Capucins (oggi corso Padre Lorenzo) e via De Maistre - già adatta a servire il centro cittadino e con uno sbocco agevole verso il cuore della città. Inoltre, quell’area a nord veniva giudicata la più comoda e salubre della pianura di Aosta. Il consiglio - sempre con una nota di preveggenza - non ignorava tuttavia la possibilità di ostacoli tecnici. Qualora la soluzione settentrionale si fosse rivelata impraticabile, si proponeva come alternativa una collocazione a sud, purché direttamente collegata al centro urbano: Pour que, dans le cas où de graves difficultés techniques (ce que l’on ne croit pas) s’opposent à ce qu’elle soit placée au nord, elle le soit au moins au midi, et en communication directe avec le centre de la ville, par la rue Ribitel . In ogni caso, la stazione avrebbe dovuto essere concepita come punto di partenza per una futura linea internazionale, così da evitare alla città - si legge nel testo - la calamità di essere esclusa da quel tracciato. Alcune mappe disegnate in quegli anni riportavano già la stazione posizionata a settentrione di Aosta. La storia prese però un’altra direzione - nel vero senso della parola - e la stazione fu realizzata a sud, come ipotizzato in alternativa. La ferrovia Ivrea-Aosta fu inaugurata nel 1886 e non venne mai realizzato alcun collegamento internazionale immaginato da alcuni ingegneri, avanguardia tecnica di grandi interessi. Nord o sud che fosse, la stazione ferroviaria era pensata per restare ai margini cittadini, vicina quanto bastava al centro, ma comunque in zona periferica. Ma la città ingrandì in fretta. E la stazione è oggi centrale - non solo come aggettivo, ma come posizione geografica urbana. L'immagine di copertina è un particolare tratto da una mappa risalente alla metà dell'Ottocento. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 23 dicembre 1881.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 6 aprile 2026
Il grande incendio nel cuore di Aosta Domenica 13 maggio 1923, poco dopo le undici del mattino, un incendio si sviluppò in una falegnameria situata dietro l’Hôtel de Ville di Aosta. La « dense colonne de fumée » che si alzava nell’aria segnalava un fuoco che stava avvolgendo la zona, probabilmente causato da un corto circuito, si disse, e subito alimentato dalla grande quantità di legname conservata all’interno e intorno all’officina. Le prime pompe giunte sul posto ebbero come obiettivo immediato quello di contenere la propagazione verso gli edifici adiacenti. Il pericolo maggiore riguardava il Teatro e i portici del municipio. Il teatro fu evacuato immediatamente, mentre pompieri e soldati della guarnigione di Aosta si disposero sui tetti per difendere le strutture più esposte. « On craint avec raison pour les salles de l’exposition permanente » dell’artigianato tipico, situate sotto i portici: furono forzate le porte in ferro « et à mettre en sûreté une partie des objets et des livres ». La minaccia si estese poco dopo anche agli spazi vicini, fino a coinvolgere il palazzo degli « Archives générales de la Vallée », ospitato in parte nei locali dell’École Normale (oggi area delle scuole di San Francesco). Qui intervennero in tutta fretta direttamente il conservatore, notaio Ollietti, insieme ad altri notai e avvocati della città. Il cronista, che raccolse la viva preoccupazione provocata da quell’incidente, insistette su di un punto ben preciso: « Si un incendie de ce genre (…) se fut déclaré de nuit les ravages seraient incalculables ». Di giorno si riuscì a contenere; di notte, probabilmente, si sarebbe perso tutto: i nuovi portici, il teatro, gli archivi e forse una parte stessa del municipio. I danni furono stimati in circa 150.000 lire. Accanto all’intervento dei pompieri, emerge il ruolo dei soldati e dei volontari. Due militi rimasero feriti cadendo da un tetto durante le operazioni, mentre i giovani del circolo « Abbé Chanoux », tra i primi ad arrivare, mantennero in funzione le pompe per lungo tempo. (1) A pensarci bene, quell’incendio avrebbe potuto bruciare in un attimo il teatro, l’esposizione dell’artigianato, gli archivi, i portici e forse lo stesso municipio: memoria, cultura, tradizione e amministrazione. L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Le Duché d’Aoste , 16 maggio 1923.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 30 marzo 2026
Una terribile notte al Gran San Bernardo Nel 1786 il Mercure de France pubblicò un curioso resoconto proveniente dal convento dei Cappuccini di Sion, in Vallese. Si trattava dell’estratto di una lettera che narrava un episodio avvenuto all’ospizio del Gran San Bernardo. Secondo il racconto, il 9 marzo una banda di ventiquattro uomini era salita du côté de la vallée d’Aoste , con il pretesto di fare contrabbando con il Piemonte. Come tutti i viandanti del colle, furono accolti e rifocillati dai religiosi dell’ospizio. Quegli uomini attesero la sera per rivelare le loro intenzioni, pour mettre en exécution leur détestable projet . Presero le armi, saisirent au collet padre Clavandier, poi chiusero in una stanza i domestici e diversi religiosi. Tutto ciò mentre une partie de ces scélérats obbligava padre Clavandier ad aprire la cosiddetta stanza del “tesoro” dove si trovava tutto il denaro, minacciando di uccidere chiunque avesse opposto resistenza. Fu allora che la situazione prese una piega inattesa. Il padre, raccomandandosi a Dio e a San Bernardo, finse di obbedire. Promise di fare ciò che volevano anche se - li avvertì quei quindici uomini che lo scortavano - non avrebbero trovato molto, poiché non avevano ancora reçu nos collectes . Condusse quella brigata nella stanza dove si trovavano i cani dell’ospizio, animali utilizzati per il soccorso dei viaggiatori. I briganti lo seguirono senza sospetto. Una volta dentro, il religioso si voltò e chiamò i cani in suo aiuto. Ogni animale si scagliò contro ogni uomo. Ne nacque una fuga precipitosa nella notte e nella neve. I ladri si dispersero lungo i sentieri del valico, inseguiti dagli animali. Scapparono anche gli altri che erano rimasti a guardia dei prigionieri. Les chiens en tuerent douze . Il giorno seguente fu organizzato l’inseguimento; sette vennero arrestati a Saint-Rhémy-en-Bosses mentre tentavano di scendere verso Aosta, dove furono reclusi presso le prigioni, et je crois bien qu’ils y resteront jusqu’au printems . Degli altri cinque non si seppe più nulla con certezza; si pensava che potessero essere periti in montagna o dispersi chissà dove. La lettera concludeva con una frase asciutta: Ainsi, des 24 nous en avons 19, tant morts que vifs . Il redattore del Mercure osservava che il racconto presentava qualche elemento dubbio, ma riconosceva che, pur potendo sembrare favoloso, non era impossibile. Il passaggio del Gran San Bernardo era frequentato e spesso pericoloso, e l’ospizio poteva trovarsi improvvisamente a ospitare uomini ben diversi dai pellegrini che dichiaravano di essere. La ferocia attribuita ai cani San Bernardo, capaci di uccidere e fare una strage di quelle proporzioni, resta per me l’unico punto che induce ancora oggi a perplessità. Forse si trattò di ferite, magari profonde… e di morti di paura, espressione che si usa quando il timore è davvero grande. Chissà chi e perché ha voluto estremizzare quell’avventura. Comunque sia andata, la vicenda ci restituisce un pezzo di storia di fine Settecento. Copertina: Chien du Grand Saint-Bernard , cartolina d'epoca.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 26 marzo 2026
Quando ad Aosta arrivava il sale di Ibiza Nel marzo 1576, ad Aosta, nella grande sala del convento di Saint-François, i bannerets del Ducato - ossia i nobili territoriali con giurisdizione - si riunirono in assemblea per discutere una questione fondamentale per la vita quotidiana del pays : il sale (« sur le faict du sel »). (1) A causa dei « troubles et empeschementz » che interessavano la Provenza e la Linguadoca - cioè le guerre di religione di quegli anni - il consueto approvvigionamento del sale bianco era venuto meno. Per evitare la penuria, il duca Emanuele Filiberto di Savoia autorizzò il ricorso a un altro prodotto per il « pais daouste »: il « sel roge doniza en Espaigne », cioè il sale rosso di Ibiza, più caro - circa sei lire e dieci soldi in più per carretto - ma ritenuto di ottima qualità, « dont la bonté compensera ceste chertie ». La misura era provvisoria, il tempo che la situazione si ristabilisse. Ma tanto bastò a mostrare quanto anche i valdostani potevano dipendere da rotte commerciali, capaci di unire Mediterraneo e Alpi: il sale, imbarcato in area iberica, giungeva « conduict a Nice ou bien a Menton », per poi risalire verso l’interno. I bannerets promisero obbedienza e si impegnarono a far accettare quella misura ai loro abitanti, rendendoli « capables » di comprenderne la necessità. L’autorità, infatti, era stata molto precisa: «Ciò farete intendere con destrezza al popolo, rappresentando che questo è soltanto per evitargli ogni necessità e fino a che si possa avere del detto sale bianco; poiché allora faremo sì che il nostro gabelliere ne fornisca il paese secondo l’uso consueto». I nobili, pur rispettosi dell’ordinanza, tennero a sottolineare che il sale bianco restava « plus propre et plus doulx pour le fromaige et bestail ». Più che un’abitudine, una questione di qualità. E quando le condizioni lo permisero, il sistema tornò al suo equilibrio consueto, ristabilendo il flusso del sale bianco proveniente dalle coste mediterranee più vicine e, con esso, un maggiore respiro economico. "Perché, in fondo, il sale deve avere qualcosa di sacro: si trova sul mare e sulle lacrime"(Khalil Gibran). (1) E. Bollati, Le Congregazioni dei Tre Stati della Valle d'Aosta , pp. 791-799.