I “paradisi perduti” sulle Alpi sono realmente esistiti?
Mauro Caniggia Nicolotti • 14 novembre 2022
I “paradisi perduti” sulle Alpi sono realmente esistiti?
Il 14 agosto del 2022, a 4.300 metri di altitudine, lungo la parete est del Lyskamm (catena del Monte Rosa), è stata ritrovata una marmotta mummificata.
Analizzato poi al radiocarbonio, di quell’animale è emerso che ha vissuto in quell’area tra il 4600 e il 4500 avanti Cristo.
La scoperta si rivela molto interessante, anche perché anni prima in quella zona era stato rinvenuto, più in basso, un antico suolo scoperto dai ghiacci, la cui stratificazione ha riconsegnato dati molto importanti relativamente alla storia del clima che riguarda i millenni a noi più vicini.
Il popolo Inuit chiama questo tipo di siti isolati con il nome di nunatak, ossia terre che emergono dal ghiaccio; in francese, invece, il termine è rognon; in Valle d'Aosta potrebbero essere i vari Envergneure, Invergneux...
In queste aree si sviluppano e vivono diverse forme di vita che possono sopravvivere ai rigori del gelo. A favorire la presenza di queste isole nel ghiaccio sono particolari condizioni quali la quota, l’esposizione a Sud e la protezione e il riscaldamento garantiti dai rilievi montuosi vicini. La combinazione di questi fattori ha creato specifiche condizioni microclimatiche tali da consentire la conservazione della vita e lo sviluppo dei suoli al di sopra dei ghiacci.(1)
A prescindere dal fatto che queste “isole di terra” possano essere state causate o meno dall’optimum
climatico verificatosi tra l’8000 e il 3000 avanti Cristo, resta il fatto che quella marmotta bazzicava in quelle altissime terre, aree oggi difficilmente praticabili per quella specie animale, che si spinge al massimo fino ai 3000 metri di quota.
Questi nuovi studi e ipotesi sembrerebbero richiamare alla memoria quei “paradisi perduti” di cui le leggende alpine sono ricche. Infatti, in molti racconti popolari si narra che tra le montagne ghiacciate delle Alpi si celino qua e là alcune “valli felici”, terre dal clima mite, dolce, presso cui la natura regala buoni frutti.(2)
Chissà come si sono originate tali fantasie nell’immaginario collettivo di un tempo.
La maggior parte delle narrazioni, a dire il vero, non tratta propriamente di meravigliose valli nascoste, ma di qualcosa di molto, molto, ma molto più piccolo: sul Ruitor, montagna di accadimenti meravigliosi, pare esista uno di questi brandelli di paradiso.(3)
La narrazione valdostana racconta in particolar modo di animali che dagli alti alpeggi capita che si allontanino dal gruppo prima del rientro autunnale a valle; e finiscono per perdersi.
Quando l’anno successivo i pastori risalgono all’alpeggio vengono attirati dal verso delle bestie, che ritrovano in ottima salute e ben pasciute, presso zone ancora più elevate, tra rocce e seracchi.
Come erano potuti arrivare tanto in alto? E, soprattutto, come avevano fatto a resistere durante tutto l’inverno?
L’accaduto è ancora e sempre senza risposta
(...). Alcuni pretendono che tra le nevi del Ruitor esista un posto dove il gelo non brucia mai l’erba: è la che i camosci vanno a pascolare in inverno.(4)
Esempi di questo genere si moltiplicano un po’ dappertutto nell’arco alpino.(5)
Chissà che quelle strisce di terra, viste come isole di vita o di sopravvivenza, non possano aver lasciato nell’immaginario collettivo quei “paradisi perduti” che si sono trasformati in relitti di ricordo... in leggende.
Nell'immagine: Le Dame di Challant viste da Saint-Vincent (Valle d'Aosta); foto non ritoccata.
(1) F. Soro, Un’isola di terra tra i ghiacci del Monte Rosa. Migliaia di anni fa c’era vita in alta quota
in La Stampa, 8 novembre 2022. (2) Sonovi altre leggende svizzere e tirolesi, note ancora adesso fra gli alpigiani le quali provano come essi credano che il Paradiso terrestre si trovi nell’interno delle montagne, o mostrano alcune valli spaventevoli o certi ghiacciai che furono in altri tempi Blumlisalp, o Alpi fiorite, ove prima trovavasi il celeste giardino
(...). M. Savi-Lopez, Leggende delle Alpi, p. 281. (3) A. Boccazzi-Varotto,
I racconti della stalla/le conte di baou, p. 189. (4) A. Boccazzi-Varotto,
I racconti della stalla/le conte di baou, pp. 189-190. (5) Il Grimm fa anche cenno di un paradiso degli animali che si troverebbe fra le rupi inaccessibili e le nevi del Mattenberg. In quel sito vedesi un circuito in mezzo al quale si trovano bellissimi camosci e stambecchi, con molti animali meravigliosi. Ogni venti anni, secondo la leggenda, è permesso ad un uomo di penetrare in quella regione, ove può uccidere venti camosci.
M. Savi-Lopez, Leggende delle Alpi, p. 286.

In guerra contro il Ducato d’Aosta con quattordici moschetti Questa storia, vera, si svolge nel XVI secolo e ha al centro della vicenda il Mont Durand, posto tra la valle di Bagnes (Vallese) e quella di Valpelline (Valle d’Aosta). Zona di pascolo, di bestiame e di formaggi, ma anche di diritti, di antichi usi e, soprattutto, di confine. L’alpeggio apparteneva ai duchi di Savoia, ma era stato “albergato” a proprietari di entrambe le parti: valdostani e bagnards. Nel 1539 - periodo di guerre - la tolleranza tra le due comunità diventò aperta inimicizia. I bagnards accusarono i valdostani di aver oltrepassato i limiti. L’animosité était telle que les Bagnards armés de lances, d’épées et de frondes avaient attaqué les propriétaires, enlevé chaudières, fromages, et conduit le bétail au delà de la Dranse : insomma, armati di lance, spade e fionde, salirono agli alpeggi, aggredirono, portarono via calderoni, formaggi, e spinsero il bestiame oltre il fiume Dranse. I vescovi di Sion e di Aosta, il governatore di Milano e le autorità vallesane tentarono di ricucire, firmando un accordo nel 1541. Ma non bastò e, dieci anni più tardi, la montagna fu definitivamente “albergata” solo ai bagnards. Inutile dire che da quel momento le relazioni di buon vicinato, già compromesse, si incrinarono profondamente. Non solo. Il Vallese guardava con interesse la Valle d’Aosta, allora rimasta isolata dopo l’invasione francese di quasi tutte le terre sabaude. L’Europa era in fermento e il confinante Ducato di Milano non era da meno. Tutti si armarono fino ai denti. Nel 1542 gli ambasciatori della Valle d’Aosta - anch’essa organizzata come Stato e con un esercito di 4.000 uomini - chiesero spiegazioni allo Stato vallesano. La risposta fu fredda: nessun obbligo di spiegare. L’alleanza, si disse, era con il duca di Savoia, non con loro. Ironia della sorte, l’anno dopo, i ruoli si capovolsero: furono i vallesani a inquietarsi per le grandes revues militari organizzate in Valle d’Aosta, dans un but qui leur paraissait obscur . È in questo clima che intervenne la guardia di frontiera vallesana. Per controllare un’ipotetica invasione valdostana, inviarono all’ospizio del Gran San Bernardo, presso il valico, quattordici soldati ben armati, con buoni moschetti e corazze. Altri uomini sorvegliarono i passi di Bagnes e della valle d’Hérens. Intanto le frizioni continuarono, per quanto il Ducato di Aosta nel 1552 avesse chiesto, invano, di allearsi al Vallese. Atti di ostilità, requisizioni, sequestri e restrizioni commerciali portarono la tensione all’eccesso tra le due comunità: c’était presque la guerre . (1) Ma i francesi si rifiutarono di aiutare i vallesani nel loro intento di invadere la Valle d’Aosta, ricordando loro che il re di Francia aveva stipulato numerosi trattati di con i valdostani e che la loro terra era da tempo considerata Paese neutrale. Anche la Spagna fece lo stesso e il “corridoio” valdostano si chiuse all’eventuale passaggio di truppe straniere. La contesa si raffreddò lentamente e i quattordici soldati del Gran San Bernardo ricevettero l’ordine di non fare nulla di inappropriato. Restarono lassù a guardia per molti mesi e i loro moschetti non spararono mai. (2) Da quella lite iniziale per i pascoli a una vera e propria invasione, nata per altri motivi, poteva essere un attimo. L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa. (1) Il est vrai que de continuelles discussions s’élevaient entre eux, tantôt à propos des volontaires valaisans qui, se rendant à l’armée française en Piémont, passaient le col Ferret, ce qui déplaisait à Aoste, tantôt à cause des procédés des juges d’Aoste, qui séquestraient chevaux et biens des habitants de la vallée de Viège, en dépit des traités (les gens de Viège étaient en rapport constant avec la ville d’Aoste où ils se rendaient par les glaciers) — procédés dont se plaignait l’État valaisan. En 1554, le bailli d’Aoste ayant signifié qu’il s’opposait définitivement au passage des enrôlés valaisans pour le service de la France, les Valaisans répondirent qu’ils avaient aussi à se plaindre gravement des colporteurs du duché, qui inondaient le pays en trompant les gens avec leur mauvaise marchandise et au mépris des règlements de police. Défense fut faite dorénavant aux Valdôtains de venir faire du négoce sur territoire valaisan. C’était presque la guerre . (2) Contenuti tratti da: Le Nouvelliste , 15 ottobre 1943, articolo firmato M. Bottinelli.

Nel bicentenario della nascita di Innocenzo Manzetti, il mercoledì sarà dedicato a lui con un post settimanale: notizie, spunti e il calendario degli eventi in programma. Articolo n. 3 Ahia! Scotta? O Dio o il revolver è un volumetto dell’avvocato valdostano Jean-Baptiste Gal (1809-1898), riflessioni filosofico-morali pubblicate nel 1872. (1) In un passaggio dedicato al materialismo, alla scintilla divina e all’ateismo, l’autore cita l’inventore valdostano suo contemporaneo. Scrive infatti che Manzetti, d’Aosta, ha inventato un automa maraviglioso, assai più perfetto di quelli di Vaucanson . Il paragone non era casuale: Jacques de Vaucanson era il grande costruttore francese di automi del Settecento, celebre in tutta Europa per il flautista meccanico e per la famosa anatra artificiale che, secondo quanto si raccontava, arrivava perfino a digerire. La descrizione che segue ha quasi il tono di una visita guidata e corrisponde alle cronache dell’epoca di quei tanti visitatori che ebbero modo di osservare il “robot”. L’automa, mosso da aria compressa, si alza, volge lo sguardo a destra e a sinistra, saluta chi viene a fargli visita, poi si mette a sedere e accompagna col flauto le arie che il sig. Manzetti suona sul pianoforte. Tutti coloro che han veduto questo automa, lo hanno ammirato, e colmato di elogi il talento straordinario dell’inventore, il quale dà spiegazione del suo lavoro con quella cortesia e quella modestia onde si distingue il vero genio . Il passo si conclude con un’osservazione quasi filosofica: Questo automa però, per quanto perfetto esso sia, è sprovvisto di ogni senso; talché, messo in contatto col fuoco, non dà il menomo segno di dolore e non se ne scosta d’un solo millimetro . L’esempio, come anticipato, serve all’autore per riflettere sul fatto che i materialisti considererebbero l’uomo alla stregua di una macchina, quasi a sostegno dell’esclusione di Dio dalla Creazione. (2) Una piccola chicca, quella dell’automa, tra il serio e il faceto, tra pensieri e parole. Certamente tra abilità e tecnica di Manzetti, che - diremmo noi - possiamo ancora osservare visitando la sala museale al Saint-Bénin di Aosta. In quegli spazi, dopo quasi due secoli di esistenza, possiamo ammirare il robot manzettiano, macchina che continua a stupire. Resta un solo dubbio… ma avrà provato, il Gal, a scottarlo?... L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa. (1) J.-B. Gal, O Dio o il revolver. Riflessioni filosofico-morali , Firenze, 1872, pp.. 12-13. (2) Non è già ch’io abbia la pretensione di offrire al pubblico un trattato: intendo solo porre sotto gli occhi di chi avrà la pazienza di leggerle, alcune riflessioni suggeritemi dalla lettura dell’istoria e dall’ispezione della società in mezzo alla quale sono vissuto. Queste riflessioni, se mal non mi appongo, varranno a giustificare il titolo che porta in fronte il presente opuscolo: “O Dio o il Revolver”; conciossiachè dimostreranno, io spero, che non saprebbe esservi per la società via di mezzo fra queste due: o tornare a Dio, alla vera Religione, a’ suoi divini precetti; o rassegnarsi a ricadere ed a vivere sotto la tirannia della forza materiale e brutale . Ib. , p. IV.
26 febbraio, la data che riguarda tutti i valdostani Il 26 febbraio, nella nostra Regione, ricorre l’anniversario dello Statuto speciale : la legge costituzionale con cui, nel 1948, la Repubblica italiana costituì la Regione autonoma Valle d’Aosta-Vallée d’Aoste . Detta così, sembra una formula da manuale. In realtà è una data che riguarda cose molto concrete: come si amministrano i servizi, come si regge un territorio, come si tutela una identità, come si sceglie di stare insieme dentro uno Stato tenendo vivi tratti propri - poteri, competenze, garanzie. Quando si parla di autonomia, molte persone pensano solo al 1948. Ma l’autonomia valdostana non è nata in quegli anni: è il risultato visibile di un percorso molto più antico, di una sorta di autonomia vissuta per secoli come pratica di forme di autogoverno e, soprattutto, come modo di essere comunità. Già nel Medioevo le leggi sabaude erano soggette a un sistema di reciproci diritti e doveri da definire bilateralmente con la comunità valdostana, pena la nullità. Nel 1945 si produsse, piuttosto, la svolta istituzionale in chiave moderna, quando Umberto di Savoia, Luogotenente generale del Regno, emanò il decreto che costituì la Valle d’Aosta in circoscrizione autonoma , “in considerazione delle sue condizioni geografiche, economiche e linguistiche del tutto particolari”. Quel testo stabilì anche un punto che spesso sfugge, ma che spiega molte cose: la provincia di Aosta venne soppressa e le funzioni prefettizie - non esistendo la figura del Prefetto - furono attribuite al Presidente della Regione, che le esercita con i propri uffici e con il concorso del Questore della Valle d’Aosta. È un dettaglio che sembra burocratico. Invece significa un disegno amministrativo diverso dal resto d’Italia già prima della nascita della Repubblica. Il 10 gennaio 1946, prima ancora del referendum monarchia-repubblica, si insediò il primo Consiglio Valle, denominazione che conserva ancora oggi. Da lì, il percorso proseguì fino al 26 febbraio 1948, quando l’autonomia venne sancita come legge di rango costituzionale. Ecco perché, quando si celebra il 26 febbraio, conviene ricordare almeno tre idee-chiave , comprensibili anche a chi non mastica diritto o storia. Autogoverno : La possibilità di decidere su molte materie in modo più vicino al territorio, senza dover aspettare che ogni scelta passi sempre e solo dalla capitale. Identità linguistica : La parificazione del francese con l’italiano non è un vezzo anacronistico. È una tutela e una riparazione storica dopo ferite prodotte dalle politiche uniformatrici dell’Italia liberale e poi, in modo ben più duro, dalla dittatura fascista. E, più in profondità, è il riconoscimento di una storia lunga: un particolarismo vissuto e stratificato che affonda le radici nel Medioevo, ben prima dell’età contemporanea. Responsabilità : L’autonomia è un impegno di responsabilità, di capacità di buon governo. Non è soltanto un insieme di poteri, ma anche la misura della maturità civile di una comunità. Se allarghiamo appena lo sguardo, si capisce anche un altro elemento: l’autonomia moderna valdostana non nacque per una questione di confine con la Francia né come espressione di una presunta identità francese. La questione valdostana entrò invece negli interessi delle Grandi potenze che vinsero la Seconda guerra mondiale e fu oggetto di discussione internazionale, fino alla Conferenza di Pace. Il fattore etnico-linguistico era considerato rilevante nel definire il destino della Valle, insieme alla sua posizione strategica alpina. Il senso del 26 febbraio, oggi? Celebrarlo significa soprattutto una cosa: sapere che l’autonomia è un bene comune. Non è certo un’identità per alcuni o per pochi, tantomeno una parola da cerimonia men che meno mitologia. È una forma di libertà amministrativa e civile che appartiene a chi vive questa terra, la costruisce, la serve, la critica, la ama - in italiano, in francese e in francoprovenzale. L’autonomia ha quattro pilastri: conoscerla, capirla, proteggerla, implementarla. Voir clair, vouloir vivre - come scriveva Chanoux .

La casa infestata dagli “spiriti” Nella primavera del 1879 una notizia singolare apparve tra le colonne dei giornali tra la Valle d’Aosta e il Piemonte. Si trattava di una storia farcita con quella miscela di curiosità e serietà che solo la cronaca ottocentesca sapeva narrare. La notizia era quasi da racconto alla Edgar Allan Poe: una casa infestata da fantasmi. Si trattava dell’abitazione di un professore valdostano, trasferitosi a Cuneo, dove insegnava. Secondo quanto riferiva la Gazzetta Piemontese , nell’alloggio si verificavano fenomeni tanto insistenti quanto inspiegabili. La casa sarebbe stata hantée par les esprits . Il campanello suonava da solo, senza che nessuno si trovasse alla porta. Finestre e balconi venivano riempiti di lettere anonime. La sorveglianza più attenta, messa in atto per capire, non riusciva a individuare cosa stesse realmente accadendo. La police a commencé une enquête sur cette étrange affaire , concludeva un giornale valdostano. (1) Non stupisce che la vicenda fosse presentata sotto il titolo Esprits , parola al confine tra il soprannaturale e l’ironia, tra la moda spiritista del tempo e il semplice desiderio giornalistico di colorire il racconto. Erano anni in cui facevano notizia i tavolini che si muovevano, i colpi alle pareti e le manifestazioni misteriose. La logica spiegava i trucchi, ma al pubblico piacevano tanto quel tipo di spettacoli. Detto ciò, anche la storia “valdostana” sembrava aprire varchi nel regno dell’invisibile. Qualche settimana più tardi, però, ogni dubbio sulla natura dei fenomeni fu fugato - tanto da convincere anche gli irriducibili. Non vi era nulla di soprannaturale: sur l’issue de cette affaire qui n’a décidément rien de surnaturel . I cosiddetti “spiriti” avevano un nome… e un cognome; infatti, più che alla casa… appartenevano alla casata stessa. Per l’appunto, fu riconosciuto che l’autore delle manifestazioni altri non era che il figlio del professore. Un giovane dal nome che era tutto un programma: Xenophon. Le lettere misteriose, il suono dei campanelli, l’assedio silenzioso all’abitazione non erano altro che un piano ostinato per ottenere ciò che non riusciva a esprimere apertamente. Il ragazzo non sopportava l’alloggio e voleva costringere il padre ad abbandonarlo. Il dettaglio colpì i cronisti, al punto che sottolinearono quella goliardata come une affaire d’un genre nouveau . Il nome stesso del giovane - quello dello storico greco Senofonte che aveva narrato nell’ Anabasi la lunga marcia dei Diecimila verso casa - sembrava aggiungere una nota involontariamente ironica al nostro “spiritoso” protagonista: invece di guidare uomini verso casa, guidava finti “spiriti” dentro casa. Così la casa infestata cessò di essere un mistero e tornò a essere una semplice abitazione, come lo era sempre stata. La vicenda non si concluse tuttavia con lo smascheramento. Alcune settimane più tardi i giornali piemontesi tornarono sull’episodio con un titolo inatteso, quasi teatrale: Regia Pretura - Il Processo degli Spiriti . (3) Dalle cronache giudiziarie emergeva che il giovane, nel tentativo di dare maggior forza alla sua messinscena, era giunto persino a simulare un’aggressione e un sequestro. Fu smascherato quando gli investigatori lo sorpresero mentre faceva cadere una lettera dalle tasche - l’ultimo atto della farsa. La missiva, dal tono minaccioso, si concludeva con parole che lasciavano poco spazio al dubbio: Oggi l’hai scampata, un’altra volta non più . Processato per simulazione di reato, fu riconosciuto colpevole ma, in ragione della giovane età, condannato a una pena lieve: 20 lire d’ammenda (o corrispondenti giorni d’arresti) ed alle spese processuali . Anche gli “spiriti”, talvolta, finiscono davanti al giudice. Ci manca sapere come continuò la storia. Forse fu una lezione per entrambi, forse solo un modo un po’ teatrale per dirsi ciò che non si riusciva a dire. L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 27 marzo 1879. (2) L’Echo du Val d’Aoste , 7 aprile 1879. (3) La Sentinella delle Alpi , 20 maggio 1879.

Un sudanese tra i bersaglieri ad Aosta Nell’ottobre del 1879, mentre L’Écho du Val d’Aoste scriveva di mercuriali, matrimoni, vendemmie, filossera e cronaca diversa, dedicò anche mezza colonna a un personaggio che aveva attraversato la città anni prima lasciando un ricordo vivo: il bersagliere Michele Amatore (1826-1883). Il giornale riferiva che a Milano una grande folla si era radunata negli uffici dello stato civile per assistere al suo matrimonio. La notizia non era soltanto mondana. Il foglio valdostano ricordava ai lettori chi fosse quell’uomo dalla biografia fuori dall’ordinario: schiavo a sei anni, era stato venduto a un piemontese, Luigi Castagnoni, allora protomedico del viceré d’Egitto. (1) L’uomo era nato à Cómi, en Nubi e serviva nell’esercito italiano fin dal 1848; aveva ottenuto la cittadinanza per decreto reale e si era distinto sui campi di battaglia, oltre che a Palermo durante l’epidemia di colera, dove aveva soccorso i malati con dévouement et abnégation . (2) Il particolare che più colpiva i cronisti dell’epoca era il contrasto tra l’aspetto dell’ufficiale e quello della sposa milanese: Le capitaine, bel homme encore dans toute la vigueur de l’âge, a épousé une charmante dame milanaise, dont l’éclatante blancheur contraste avec le teint noir ébène de son vaillant mari . Michele, il cui nome originario era Quetto (ed era conosciuto anche come Sulayman al-Nubi ), era infatti un sudanese di pelle nera. Ma per i lettori valdostani vi era un motivo di interesse ancora più diretto. Il giornale ricordava che, quando era di guarnigione ad Aosta negli anni 1856 o 1857, Amatore era stato uno degli istruttori dei pompieri cittadini. Allora era conosciuto come il Sergent Maure , il sergente moro: Ce brave militaire, dont le courage et la valeur ne se sont jamais démentis, est le même M. Amatore, devenu chevalier et capitaine . I giornali valdostani si occuparono dell’ufficiale anche pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta nel 1883. Il capitano Amatore morì a Rosignano Monferrato (Alessandria), où la population lui a fait de splendides funérailles . (3) Il giornale osservava come beaucoup de nos concitoyens se souviendront du sergent des bersaillers maure Amatore qui a laissé dans notre ville de nombreux amis . Probabilmente partecipò ai diversi incendi scoppiati in città, nei quali veniva riconosciuto il valore della guarnigione: Honneur aussi et reconnaissance à notre brave garnison de Bersaillers! officiers et soldats, ils ont tous montré que le courage militaire ne se déploie pas seulement sur les champs de bataille . (4) Amatore dovette essere tra gli uomini della guarnigione che lasciarono Aosta il 25 settembre 1857. (5) Un frammento dimenticato della nostra storia cittadina. Copertina: Immagine di Michele Amatore-Wikimedia Commons, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Michele_Amatore_or_Sulayman_al-Nubi_aka_Quetto.jpg (1) L’amico dei fanciulli , 1° luglio 1883. (2) L’Echo du Val d’Aoste , 9 ottobre 1879. (3) L’Écho du Val d’Aoste , 15 giugno 1883. (4) Feuille d’Aoste , 15 marzo 1855. (5) Vendredi passé, a eu lieu le changement de la garnison de notre ville. Nous avons en ce moment le 5me bataillon des bersaillers auquel nous souhaitons la bienvenue. Feuille d’Aoste , 1° ottobre 1857.

Quando un cane portò via la chiave della Cattedrale di Aosta A volte i fatti di cronaca di storia locale regalano episodi curiosi che s’incastrano tra loro e, come un mosaico, compongono una scena. 1878. I giornali della città registrarono la presenza ad Aosta di un cane rabbioso. Il giovane e già noto François Farinet, verso le 22 di una sera d’inizio estate, fu morso da un pericoloso cane idrofobo. Il fatto destò il commesso della vicina farmacia del Borgo di Sant’Orso, Gatti, che corse in suo aiuto e procedette à la cautérisation della ferita. Il cane era uno tra i tanti che le cronache di tanto in tanto segnalavano scorrazzare in lungo e in largo per la Valle d’Aosta. Animale rabbioso che continuò imperterrito a vagare per diversi giorni: proveniva da Villeneuve, giunse fino in città e arrivò perfino a Quart. Ad Aosta colpì anche il campanaro della Cattedrale di Aosta mentre apriva la porta del Duomo. L’uomo si ritrovò con la mano destra orribilmente lacerata. In quel terribile frangente, raccontò un giornale, il cane gli strappò anche la chiave che teneva in mano. Poi fuggì portandola via e la lasciò cadere in una via vicina. A leggerla sembra una scena inventata, e invece è fredda cronaca: una delle chiavi più importanti della città in balìa della furia di un cane. Le cronache raccontavano di altri morsi, sia a persone sia ad animali, di un carabiniere che una notte gli sparò contro, di un operaio che alla Croix-Noire pose fine alla sua folle corsa con un tridente. Le autorità reagirono come potevano: ordini severi, cani al guinzaglio o soppressi. La misura divenne generale. Saint-Vincent, Verrès - l’ombra si allargava: Cette mesure est générale, car on a signalé aussi la présence de chiens enragés à St-Vincent et à Verrès . (1) Ed ecco l’aneddoto più curioso di tutta la vicenda, raccontato direttamente da un personaggio d’eccezione: Venance Jaccod, che ad Aosta era un cittadino conosciuto, attivo, ricopriva incarichi importanti ed era proprietario dell’Ancien Bazar, oltre a possedere un’ironia ineguagliabile. In quelle settimane difficili, Jaccod passeggiava con il suo cane museruolato come da regolamento, ma senza guinzaglio, al Plot (attuale piazza della Repubblica). Nessuna guardia municipale o altro agente incontrato aveva sollevato problemi ( sans recevoir la moindre observation ), finché un maresciallo dei carabinieri non decise che proprio quel cane rappresentasse una minaccia pubblica: si lanciò à mes trousses comme s’il s’agissait de sauver la société e minacciò Jaccod in maniera dura di sopprimere il cane sul posto: et me menace avec des manières rien moins qu’urbaines de tuer l’animal sous mes yeux . L’uomo rovistò in tasca, trovò un fazzoletto e con quello improvvisò il guinzaglio che gli salvò l’animale. Scrisse con ironia sì, ma ferita, definendo il suo cane un lazzaretto a quattro zampe - non più creatura, quindi, ma un’epidemia ambulante. (2) Insomma, un fazzoletto diventava un guinzaglio, ma prima ancora una bandiera bianca… Nessuno rideva, in realtà, di quel racconto. Neppure Jaccod che, malgrado le sue parole ironiche, rimase colpito. La rabbia era temuta davvero. Le storie e le ferite erano vere. Alcune persone erano anche decedute. Alla fine dei conti, tra cauterizzazioni notturne, tridenti, revolver, ordinanze e lettere indignate, la città non poté fare altro che muoversi per difendere l’incolumità pubblica. Ah! La chiave della Cattedrale fu ritrovata… L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 1° luglio 1878. (2) L’Echo du Val d’Aoste , 2 settenbre 1878.

Essere naufraghi ad Aosta Un tempo, lungo la Dora Baltea, esistevano varie isole. I documenti del passato ne ricordavano diverse (Corgnand, Berlier, Valletta, Colombé, Ubertin, ecc.), dovute a ramificazioni e a percorsi differenti rispetto a oggi. Quelle Isles , (1) sfruttate per il legname e per il taglio dell’erba, furono anche oggetto di contestazioni tra privati e istituzioni pubbliche. Scomparvero poi agli inizi del Novecento, soprattutto con l’arginatura del fiume. Meno prevedibile, però, era che un’isola potesse nascere quasi all’improvviso, sotto gli occhi di chi non se ne accorse neppure. Fu ciò che accadde in un sabato di fine Ottocento. Una donna si trovava lungo le sponde della Dora a tagliare l’erba, intenta al suo lavoro come tante altre volte. Non si rese conto, però, che, mentre lavorava, il terreno su cui si trovava veniva isolato dal resto della riva. Una piena improvvisa aveva aperto un nuovo braccio d’acqua, circondandola da ogni lato. Quello che un momento prima era un semplice lembo di prato lungo la riva diventò una piccola isola, con tanto di abitante. La donna, senza volerlo, era diventata infatti una naufraga… in terra ferma. Le sue grida si udirono soltanto verso sera. Avvertiti dell’accaduto, i carabinieri accorsero, guidati dal tenente Bianchi. La Dora, che al calare del giorno soleva ingrossare ancora di più, correva con forza, spumosa; l’oscurità, intanto, avvolgeva tutto. Non era possibile tentare subito il salvataggio. Si decise allora di attendere il mattino, ma senza lasciare la donna sola nella paura. Un carabiniere rimase sulla riva con una lanterna accesa, incaricato di farle sentire di tanto in tanto la propria voce, per rassicurarla e farle capire che si stavano occupando di lei: pour empêcher la naufragée de se livrer au désespoir, et laisser sur la berge un carabinier muni d’une lanterne, chargé d’avertir de temps en temps, par des cris, ce Robinson Crusoë d’un nouveau genre, qu’on ne l’oubliait pas . Lei. Lei, infatti, era diventata una sorta di nuova Robinson Crusoe: una naufraga, anche se senza mare e senza quella solitudine da romanzo d’avventura. Forse più un dramma, potremmo dire… Verso le tre del mattino l’ufficiale dei carabinieri tornò con due uomini e le attrezzature necessarie. Si gettò in acqua con i suoi uomini, affrontando la corrente impetuosa e un freddo che entrava nelle ossa, come l’acqua del fiume. Dopo sforzi e rischi di ogni sorta, i militi riuscirono a raggiungere la piccola ed effimera isola e a trarne in salvo la donna. Il giornale, che si era occupato dell’accaduto, chiudeva con l’elogio dei tre soccorritori, e soprattutto del loro capo: Honneur aux trois généreux sauveteurs pour leur zèle et leur courage, et surtout au dévouement démontré par leur brave chef, qui s’est prodigué dans cette circonstance avec abnégation au-dessus de tout éloge . (2) La povera donna era sana e salva; questo era ciò che contava davvero. Il resto, oltre all’articolo e al rischio di qualche raffreddore, febbre o peggio, poteva essere materiale per un romanzo d’altri tempi, certamente per l’aneddoto qui narrato. Immagine di copertina: Aosta, cartolina viaggiata nel 1907. (1) L. Colliard, Vecchia Aosta , p. 175. (2) L’Écho du Val d’Aoste , 18 giugno 1877.

Aosta e il cane che veniva dal limite del mondo Nel 1899 la nave Stella Polare , baleniera norvegese adattata alla spedizione, salpò alla volta del Polo Nord con a bordo Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, accompagnato dagli uomini scelti per l’impresa. Il 25 aprile 1900 fu raggiunta una meta da record, alla latitudine di 86° 33’ 49”. La missione non toccò il Polo: la nave rimase bloccata nei ghiacci per tutto l’inverno e il gelo estremo causò gravi congelamenti anche al Duca, che subì l’amputazione di due falangi. Fu comunque un successo riconosciuto a livello internazionale, che consacrò il nobile tra i grandi esploratori dell’epoca. A quella spedizione presero parte anche quattro guide di Courmayeur: Alexis Fenoillet, Félix Ollier, Joseph Petigax e Cyprien Savoye. Il Re, quale tributo della sua ammirazione per la fermezza e la gagliardia di cui diedero prova , donò a ciascuno un cronometro d’oro. Il Duca stesso, al rientro, regalò loro indumenti, coltelli da caccia e altri oggetti usati durante l’impresa. Dei sessanta cani condotti in Norvegia, solo cinque sopravvissero. Si decise di trasferirli a Courmayeur, affidandoli alla custodia della guida Petigax, a trovarvi un clima più confacente . Anzi, quattro. Il quinto, malaticcio, fu lasciato ad Aosta all’inizio del febbraio 1901, affidato alle cure del signor Pierre Pivot. L’animale era quasi morente, ma migliorò sensibilmente. La stampa dell’epoca annotava: Ora si vede la brava bestia passeggiare frequentemente per le vie di Aosta, oggetto della generale curiosità e delle carezze di quanti la incontrano . (1) Guarito quasi del tutto, il cane venne poi ricondotto a Courmayeur, ma morì poco dopo aver raggiunto i suoi compagni. (2) Per qualche settimana, tra le sue vie, Aosta ebbe un cane che veniva dal limite del mondo. Immagine di copertina: Foto: Stato maggiore della nave “Stella Polare”, spedizione al Polo Nord (1899-1900). Fonte: Wikimedia Commons, file Lo_Stato_Maggiore_della_nave_“Stella_Polare”_(1899-1900).jpg, CC0 1.0 Universal (public domain) — https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Lo_Stato_Maggiore_della_nave_%22Stella_Polare%22_(1899-1900).jpg (1) L’Alpino , 8 febbraio 1901. (2) L’Alpino , 1° marzo 1901.

Finalement . Ernest Page Quando morì, un giornale si espresse così: La Vallée d’Aoste vient de perdre un des plus vaillants défenseurs de ses droits . (1) L’avvocato Ernest Page, nato a Saint-Vincent nel 1888, morì ad Aosta il 24 febbraio 1969. Fu vicepresidente della Ligue valdôtaine – Comité pour la protection de la langue française dans la Vallée d’Aoste e membro della Jeune Vallée d’Aoste prima della Grande Guerra; con Émile Chanoux, nel 1943, partecipò all’incontro di Chivasso. Dopo l’ultimo conflitto mondiale, oltre a essere tra i fondatori dell’Union Valdôtaine (1945), fu componente del primo Consiglio Valle (10 gennaio 1946) nelle file della Democrazia Cristiana e primo assessore alla Pubblica Istruzione (1946-1948), quindi Senatore della Repubblica dal 1948 al 1958. In molti ricordavano un suo importante discorso dopo la Liberazione, una sorta di “ Finalement ”, in cui si felicitava di come finalmente la Valle d’Aosta avesse vinto la sua lotta di libertà, per la ricostituzione del “ Conseil des Commis ”, per la difesa del francese e perché finalmente i Valdostani fossero tornati a essere maîtres chez eux . (2) La città di Aosta gli ha dedicato una via (adiacente all'arena Croix-Noire). Questo articolo lo considero uno spunto per raccontare la storia valdostana attraverso l’odonomastica: la storia da leggere agli angoli dei muri… Foto: Ernest Page — Senato della Repubblica Italiana Fonte: Wikimedia Commons (CC BY 3.0 IT) Licenza: CC BY 3.0 IT — https://commons.wikimedia.org/wiki/File:ErnestoPage.jpg (1) Le Peuple Valdôtain , 15 aprile 1969. (2) Le Peuple Valdôtain , 15 aprile 1969.

Nel bicentenario della nascita di Innocenzo Manzetti, il mercoledì sarà dedicato a lui con un post settimanale: notizie, spunti e il calendario degli eventi in programma. Articolo n. 2 Il maestro d’aria di Aosta Innocenzo Manzetti (1826-1877) è stato un inventore valdostano, attivo in ambiti diversi della meccanica: automi, dispositivi pneumatici – i primi in assoluto –, studi sul suono finalizzati al telefono, di cui fu il primo inventore, e una vettura a vapore maneggevole e in grado di circolare su strada sono tra le sue più importanti realizzazioni. Considerati nel loro insieme, queste macchine mostrano una continuità e una costante evidenti. L’aria che mette in movimento gli automi, che trasporta il suono e rende possibile la propagazione delle onde, è la stessa del vapore che muove la sua autovettura. Quando, negli stessi anni, il velocipede comincia a diffondersi e a essere oggetto di sperimentazione, Manzetti ne resta colpito. Anche quel mezzo, a suo modo, ha a che fare con l’aria. Non solo la fende, ma rappresenta il movimento, lo spostamento, la trasmissione: altre costanti del suo modo di vedere. Gli articoli pubblicati sulla stampa locale nel 1870 e nel 1874 raccontano di un velocipede costruito da Manzetti - tournait alors toutes les têtes - e concepito come triciclo, quindi più stabile e facile da guidare. Una macchina provata sulle strade della Valle d’Aosta. Le cronache ci regalano i viaggi intrapresi tra Aosta e Nus, e tra la città e Saint-Pierre. Discese, salite, incidenti: segni di una sperimentazione condotta in condizioni tutt’altro che ideali, quali erano le strade dell’epoca e la morfologia del territorio. Colpisce, in questi resoconti, il modo in cui il movimento viene descritto, con quel mezzo definito capricieux véhicule e paragonato a Bucefalo. Le cronache del 1874 insistono sulla velocità e sulle difficoltà di controllo: Filâmes, c’est bien le mot … Les trois roues du vélocipède précipitées dans cette descente paraissaient vouloir se dérober sans nous; nous ne marchions pas, nous volions! (1) Non sono descrizioni comuni da leggere nella stampa del tempo. Perlomeno in quella valdostana. E forse è proprio per questo che risultano ancora oggi così gustose: quasi romanzate, a tratti ironiche. Come se davanti a quei mezzi in corsa si avvertisse che qualcosa stava cambiando. Il velocipede di Manzetti era già stato sperimentato nel 1870. Furono François Farinet, Albert Darbelley ed Elisée Valleise a compiere l’impresa il 20 gennaio di quell’anno. Partirono dal Ponte di Pietra di Aosta per raggiungere Nus e ritorno, attaccando dietro al veicolo une demi-douzaine de grelots qui faisaient un bruit infernal . La dozzina di chilometri che separano la città da Nus furono percorsi in un’ora e mezza, a una velocità media di circa otto-nove chilometri orari, tutt’altro che trascurabile per un triciclo dell’epoca. “Se non fossimo stati obbligati a fermarci cinque o sei volte, ci avremmo messo almeno un quarto d’ora in meno”, dichiararono i triciclisti. (2) Colsero ancora i tempi, la fatica, l’avventura. Ma, come visto, il viaggio successivo era già improntato alla velocità. L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa: ricostruzione grafica ipotetica su base delle fonti de 1870 e 1874. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 27 novembre 1874. (2) Feuille d’Aoste , 26 gennaio 1870.