Sant’Orso: una persona fiera che portava il nome di una fiera e che ha dato il nome ad una fiera.
Mauro Caniggia Nicolotti • 12 aprile 2020
Un modo come un altro per raccontare ai più piccoli una storia e una tradizione
Sant’Orso: una persona fiera che portava il nome di una fiera e che ha dato il nome ad una fiera.
Tanto, anzi tantissimo tempo fa, quando le macchine, i telefonini e persino i gelati non erano ancora stati inventati e i nonni dei nonni non erano nemmeno nati, in mezzo alle più alte montagne d’Europa viveva un uomo dalla barba lunga e rossa.
Sant’Orso: una persona fiera che portava il nome di una fiera e che ha dato il nome ad una fiera.
Tanto, anzi tantissimo tempo fa, quando le macchine, i telefonini e persino i gelati non erano ancora stati inventati e i nonni dei nonni non erano nemmeno nati, in mezzo alle più alte montagne d’Europa viveva un uomo dalla barba lunga e rossa.
Si chiamava Orso. Sì, Orso! Ma, a differenza dell’animale grande e grosso, lui non faceva paura; anzi, era un uomo buono, gentile, simpatico a tutti e amante degli animali.
Orso viveva ad Aosta, una città dove da giovane faceva il calzolaio, occupandosi di realizzare e riparare scarpe.
Un bel giorno, tuttavia, decise di diventare sacerdote e il vescovo (cioè il capo di tutti i religiosi della regione), lo inviò in una splendida chiesa della città.
Siccome Orso coltivava da sé quello che mangiava, e il suo orto dava tanti e buoni frutti, egli regalava molti dei suoi prodotti ai più poveri, ma anche agli animali, affinché questi non andassero a rovinargli il raccolto; per questa ragione, oggi Orso è sempre rappresentato con un uccellino sulla spalla.
Il suo buon carattere gli fece compiere tanti miracoli.
Come sarebbe a dire, “cos’è un miracolo?” Beh... questo te lo spiegherà chi accanto a te sta leggendo questa storia...
Insomma, per esempio, riuscì a far sgorgare una fonte d’acqua fresca dalla collina di Aosta, territorio che allora era secco e con pochi alberi.
Essendo di buon carattere e molto intelligente, tutti lo ascoltavano e lo cercavano per qualche buon consiglio.
Un giorno, infatti, un servitore del vescovo passò davanti alla chiesa di Orso.
Cavalcava un bel cavallo e ne tirava dietro di sé alcuni altri. Ma il ragazzo era molto triste.
Che ti succede? Chiese, preoccupato, Orso. Lasciami stare buon uomo, rispose il giovane. Ho perso il cavallo preferito dal vescovo e non appena rientrerò, lui se ne accorgerà e mi punirà... Puoi aiutarmi a cercarlo?
Orso lo osservò bene e gli disse: Certo! Scendi da cavallo ed entra con me in chiesa a pregare.
Quando uscirono, Orso invitò il ragazzo a contare nuovamente i cavalli.
Il conto questa volta era giusto, poiché il giovane si era accorto di non aver contato il cavallo che montava... e che, dunque, credeva di aver perso....
Orso non era solo un uomo di fede, ma anche un abile artigiano. Ogni anno, davanti alla sua chiesa, regalava sai poveri scarpe fatte di legno.
Forse le conosci anche tu queste particolari calzature!? Si chiamano sabots
e sono tipiche della Valle d’Aosta: si tratta di bellissimi zoccoli in legno.
Allora? Li hai mai visti?
Chissà, forse sarà nata anche da questa tradizione la famosa Foire de Saint-Ours, la Fiera di Sant’Orso?
Uff!! Non dirmi che non la conosci...
Ogni anno, ad Aosta, il 30 e il 31 gennaio - da più di mille anni - si svolge lungo le vie del centro città la “Fiera di Sant’Orso”.
...
Eh, già! Dopo essere morto Orso fu dichiarato santo in ricordo della sua bontà e diventò molto famoso.
Ora ti starai chiedendo cosa succede durante la Fiera.
Ebbene, tanti artisti espongono i loro bellissimi oggetti fatti soprattutto in legno (sculture, fiori, giocattoli, oggetti per la casa, ecc.) e un grandissimo numero di persone arriva in città da tutto il mondo per curiosare e per sentir raccontare la storia del buon Orso di Aosta.
In Valle d’Aosta esiste un detto che viene ricordato proprio durante i giorni della Fiera: Se feit cllier lo dzor de sèn-t-Or, l’or baille lo tor et dor euncò pe quarenta dzor: “Se a Sant’Orso (1º febbraio) il clima è sereno, l’orso gira il pagliericcio (letto) per farlo asciugare e torna a dormire ancora per 40 giorni”; che starebbe a significare una primavera ritardata.
Nell'immagine: Sant'Orso, scultura in legno di noce realizzata da mio nonno Serafino Nicolotti (1913-1996).

Finalement . Ernest Page Quando morì, un giornale si espresse così: La Vallée d’Aoste vient de perdre un des plus vaillants défenseurs de ses droits . (1) L’avvocato Ernest Page, nato a Saint-Vincent nel 1888, morì ad Aosta il 24 febbraio 1969. Fu vicepresidente della Ligue valdôtaine – Comité pour la protection de la langue française dans la Vallée d’Aoste e membro della Jeune Vallée d’Aoste prima della Grande Guerra; con Émile Chanoux, nel 1943, partecipò all’incontro di Chivasso. Dopo l’ultimo conflitto mondiale, oltre a essere tra i fondatori dell’Union Valdôtaine (1945), fu componente del primo Consiglio Valle (10 gennaio 1946) nelle file della Democrazia Cristiana e primo assessore alla Pubblica Istruzione (1946-1948), quindi Senatore della Repubblica dal 1948 al 1958. In molti ricordavano un suo importante discorso dopo la Liberazione, una sorta di “ Finalement ”, in cui si felicitava di come finalmente la Valle d’Aosta avesse vinto la sua lotta di libertà, per la ricostituzione del “ Conseil des Commis ”, per la difesa del francese e perché finalmente i Valdostani fossero tornati a essere maîtres chez eux . (2) La città di Aosta gli ha dedicato una via (adiacente all'arena Croix-Noire). Questo articolo lo considero uno spunto per raccontare la storia valdostana attraverso l’odonomastica: la storia da leggere agli angoli dei muri… Foto: Ernest Page — Senato della Repubblica Italiana Fonte: Wikimedia Commons (CC BY 3.0 IT) Licenza: CC BY 3.0 IT — https://commons.wikimedia.org/wiki/File:ErnestoPage.jpg (1) Le Peuple Valdôtain , 15 aprile 1969. (2) Le Peuple Valdôtain , 15 aprile 1969.

Il maestro d’aria di Aosta Innocenzo Manzetti (1826-1877) è stato un inventore valdostano, attivo in ambiti diversi della meccanica: automi, dispositivi pneumatici – i primi in assoluto –, studi sul suono finalizzati al telefono, di cui fu il primo inventore, e una vettura a vapore maneggevole e in grado di circolare su strada sono tra le sue più importanti realizzazioni. Considerati nel loro insieme, queste macchine mostrano una continuità e una costante evidenti. L’aria che mette in movimento gli automi, che trasporta il suono e rende possibile la propagazione delle onde, è la stessa del vapore che muove la sua autovettura. Quando, negli stessi anni, il velocipede comincia a diffondersi e a essere oggetto di sperimentazione, Manzetti ne resta colpito. Anche quel mezzo, a suo modo, ha a che fare con l’aria. Non solo la fende, ma rappresenta il movimento, lo spostamento, la trasmissione: altre costanti del suo modo di vedere. Gli articoli pubblicati sulla stampa locale nel 1870 e nel 1874 raccontano di un velocipede costruito da Manzetti - tournait alors toutes les têtes - e concepito come triciclo, quindi più stabile e facile da guidare. Una macchina provata sulle strade della Valle d’Aosta. Le cronache ci regalano i viaggi intrapresi tra Aosta e Nus, e tra la città e Saint-Pierre. Discese, salite, incidenti: segni di una sperimentazione condotta in condizioni tutt’altro che ideali, quali erano le strade dell’epoca e la morfologia del territorio. Colpisce, in questi resoconti, il modo in cui il movimento viene descritto, con quel mezzo definito capricieux véhicule e paragonato a Bucefalo. Le cronache del 1874 insistono sulla velocità e sulle difficoltà di controllo: Filâmes, c’est bien le mot … Les trois roues du vélocipède précipitées dans cette descente paraissaient vouloir se dérober sans nous; nous ne marchions pas, nous volions! (1) Non sono descrizioni comuni da leggere nella stampa del tempo. Perlomeno in quella valdostana. E forse è proprio per questo che risultano ancora oggi così gustose: quasi romanzate, a tratti ironiche. Come se davanti a quei mezzi in corsa si avvertisse che qualcosa stava cambiando. Il velocipede di Manzetti era già stato sperimentato nel 1870. Furono François Farinet, Albert Darbelley ed Elisée Valleise a compiere l’impresa il 20 gennaio di quell’anno. Partirono dal Ponte di Pietra di Aosta per raggiungere Nus e ritorno, attaccando dietro al veicolo une demi-douzaine de grelots qui faisaient un bruit infernal . La dozzina di chilometri che separano la città da Nus furono percorsi in un’ora e mezza, a una velocità media di circa otto-nove chilometri orari, tutt’altro che trascurabile per un triciclo dell’epoca. “Se non fossimo stati obbligati a fermarci cinque o sei volte, ci avremmo messo almeno un quarto d’ora in meno”, dichiararono i triciclisti. (2) Colsero ancora i tempi, la fatica, l’avventura. Ma, come visto, il viaggio successivo era già improntato alla velocità. L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa: ricostruzione grafica ipotetica su base delle fonti de 1870 e 1874. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 27 novembre 1874. (2) Feuille d’Aoste , 26 gennaio 1870.

Epinel e il cavallo di San Fabiano Il 20 gennaio Épinel (Cogne) celebra la “Sèn Fravià” o “Sen Favian”, festa patronale dedicata ai santi Fabiano e Sebastiano . È un appuntamento ancora oggi molto sentito, che un tempo coinvolgeva profondamente grandi e piccoli. Per i bambini era un’occasione di attesa magica: la sera della vigilia preparavano, con l’aiuto delle mamme, piccoli fasci di fieno da lasciare vicino alla cappella o davanti a casa, perché - così si diceva - San Fabiano arrivava nella notte su un magnifico cavallo bianco. Al mattino, gli adulti bussavano alle porte o facevano risuonare uno zoccolo, per far credere ai più piccoli che l’animale fosse davvero passato a rifocillarsi. Il fieno, fatto sparire in seguito, diventava la prova che il Santo aveva gradito il dono, e i bambini se ne rallegravano. Per gli adulti, la festa era soprattutto un momento di comunità. Dopo la messa, la piasse de la Grandze si trasformava in un luogo d’incontro: si discutevano i problemi del villaggio, si cercavano soluzioni, ma soprattutto si cantava. A casa, il pranzo era quello della festa, con musica e canti che si prolungavano fino a sera. In passato, la festa patronale poteva durare anche tre giorni consecutivi. I versi del canto eseguito in onore di San Sebastiano durante la messa della festa patronale: La Chanson Aux transports de l’allégresse, Donnons tous un libre cours, Il faut bannir la tristesse Dans le plus beau de nos jours Célébrons dans nos cantiques Notre glorieux patron; Rendons ses vertus publiques, Rendons hommage à son nom. Soldat, brave et magnanime! Tu marchas dans les combats; Tu tremblas devant le crime, Mais, non devant le trépas. Pour Dieu tu donnas la vie: Mais qu’il fut heureux ton sort! De toutes parts on s’écrie: Saint-Sébastien tu vainquis la mort. Ni la prison, ni la flamme, Ni le fer, ni le plaisir: Rien n’a pu troubler ton âme; Rien n’a pu le pervertir. Ferme dans la résistance, Tu te ris de tes bourreaux; Tu sus, plein de confiance, Mourir en vaillant héros. Tu souffris, mais la couronne, Fut le prix de tes douleurs; Dans les plaisirs on moissonne; Quand on sème dans les pleurs. Aujourd’hui couvert de gloire, Tu triomphes dans les cieux; Les palmes de la victoire, Ornent ton front glorieux! Au milieu de nos misères, Nous t’invoquons dans ce jour: Reçois nos humbles prières Et l’encens de notre amour. Place-nous sous tes auspices, Ne nous délaisse jamais; Et que tes mains protectrices Nous comblent de tes bienfaits.

L’automa di Aosta e una bambola di Parigi Nel parlare di Innocenzo Manzetti di Aosta (1826-1877), spesso ci si concentra sull’ingegno, sulla precocità, sulla dimensione quasi prometeica delle sue invenzioni. Ma nel bicentenario della nascita , forse vale la pena fermarsi su un dettaglio laterale, una suggestione, una traiettoria obliqua: l’idea che il suo automa suonatore di flauto abbia continuato nel tempo ad accendere la fantasia; nel caso specifico anche quella di un autore teatrale francese. Secondo una fonte, Maurice Ordonneau (1854-1916) avrebbe visto ad Aosta l’automa di Manzetti e puisa son inspiration per costruire la trama di La Poupée (1888), una delle sue operette di maggior fortuna. (1) Ed è proprio qui che la faccenda diventa interessante. Perché, a ben guardare, l’Hilarius de La Poupée assomiglia poco a Manzetti. È un artigiano più che uno scienziato, un costruttore di bambole più che di automi complessi. Le sue creature non suonano, non si muovono affatto: sono giocattoli. Servono piuttosto ad altri per generare equivoci, travestimenti, inganni sentimentali: una giovane donna fatta passare per bambola, presentata come sposa, un matrimonio simulato per ottenere una dote. Eppure qualcosa resta. Resta l’idea dell’atelier. Resta la presenza della moglie (quella di Manzetti, sì, integerrima). Resta soprattutto un’intuizione modernissima e sottilmente inquietante: che l’artificio possa confondersi con il vivente, che una creatura costruita possa essere spacciata per persona, amata, desiderata, scambiata per reale. Non l’automa di Manzetti, dunque. Ma l’idea dell’automa. È probabile che Ordonneau, più che ai dati tecnici della macchina, si sia concentrato su questo: sulla possibilità di inscenare una storia gustosa, leggera, divertente. Forse non gli era chiara più di tanto neppure la vicenda familiare di Manzetti, le figlie mancate prima di lui, la complessità di una vita segnata insieme da genialità e fragilità. Forse vide soltanto ciò che serviva a un uomo di teatro: una macchina che si muoveva da sola. Una visione rapida, ma sufficiente a mettere in moto l’immaginazione. Nel mondo dell’operetta, del resto, la precisione non è mai stata una virtù necessaria. Conta l’effetto, il paradosso, il sorriso che nasce quando il pubblico si accorge che ciò che credeva meccanico è umano - o viceversa. E in questo senso La Poupée appare meno come una trasposizione e più come una trasfigurazione leggera, quasi maliziosa, di quell’incontro possibile. Se la visita fu reale - e non abbiamo motivo di dubitarne - allora Manzetti non entrò nell’opera come personaggio, ma come scintilla; forse neppure la miopia fortissima di Hilarius fu, in fondo, del tutto estranea al gioco. E forse è proprio questo il dettaglio più interessante di tutti: aver ispirato da Aosta qualcosa che si trasforma a Parigi . Non gli somiglia, ma probabilmente senza di lui non sarebbe esistito. E’ arte, è ispirazione, è l’incrocio tra idee. E’ cultura. Immagine di copertina: l’automa di Innocenzo Manzetti e il frontespizio dell’operetta La Poupée di Maurice Ordonneau. (1) La Vallée d’Aoste , 5 giugno 1948.

La guerra – mondiale - temperata Per decenni il mondo ci è sembrato leggibile. Due poli, due blocchi, due sistemi contrapposti che si osservavano a distanza, regolando la tensione entro limiti riconosciuti. La Guerra fredda aveva frontiere ideologiche nette e un equilibrio (fragile) fondato sulla paura reciproca. Quel mondo si è progressivamente dissolto. Il presente, invece, è attraversato da una pluralità di centri di potere. Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea, diverse potenze regionali in ascesa: ognuno di loro muove secondo interessi propri, con velocità diverse, dentro un sistema multipolare sempre più instabile. In questo contesto, lo scontro diretto tra grandi potenze resta impensabile, non certo per mancanza di conflitto, ma per eccesso di distruzione possibile. La forza nucleare , in effetti, ha smesso di essere un’arma e si è trasformata in una soglia che non si può e non si deve superare. La guerra, allora, cambia forma. Si manifesta nei territori di prossimità, dove risorse, corridoi energetici, accessi al mare e aree di influenza diventano decisivi. La Russia guarda ai propri confini occidentali e meridionali; la Cina estende la propria presenza attraverso mercati, infrastrutture, catene produttive; gli Stati Uniti difendono un sistema di alleanze globale sempre più faticoso da tenere insieme. Intanto, il Medio Oriente – e non solo - continua a rappresentare un nodo irrisolto, dove conflitti armati, interessi strategici e visioni religiose del mondo si intrecciano da decenni. In questo scenario, l’ Occidente non appare soltanto come un fronte contrapposto ad altri. È anche un modello in trasformazione: aperto, mobile, fondato su libertà individuali e circolazione dei modelli culturali. Un’idea che ha prodotto opportunità, ma anche squilibri, accelerazioni difficili da reggere, globalizzazione, insofferenza per le identità e il localismo. La promessa di un mondo sempre più integrato ha mostrato crepe profonde, soprattutto laddove sviluppo, stabilità e progresso non hanno seguito lo stesso ritmo. E soprattutto, un modo di pensare che ha creduto che la fine della Seconda guerra mondiale avesse portato una vittoria anche culturale, sociale, di sistema del mondo. Ma non è stato così. Una presunzione che ha allontanato l'Occidente dal pensare ad un mondo più complesso e soprattutto non incentrato sulla medesima visione di progresso e sviluppo. Ne nasce, così, una guerra che evita la dichiarazione palese, ma s'incentra sulla pressione, sul tira e molla. Una guerra fatta di sanzioni, di controllo delle risorse, di tecnologia, di narrazioni contrapposte, di minacce, di propaganda, di falsa informazione: far vedere i “muscoli”, insomma. Una guerra che procede per intensità variabili, che si distribuisce nello spazio e nel tempo, che viene costantemente misurata. È in questo senso che si può parlare di guerra temperata . Temperata come una temperatura tenuta sotto controllo. Dosata, regolata, sorvegliata. Una guerra che non cerca lo scontro finale, ma la durata. Che non punta alla vittoria totale, ma al mantenimento di una tensione permanente, allo sfibramento. Dentro questo quadro emerge con forza anche il limite delle istituzioni nate nel secondo dopoguerra. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite , per esempio, che resta come una fotografia del 1945: cinque membri permanenti dotati di veto, alcuni dei quali coinvolti direttamente o indirettamente in conflitti aperti (USA, Russia, Regno Unito, Francia e Cina). Uno strumento pensato 80 anni fa per garantire equilibrio, ma che oggi spesso paralizza ogni decisione significativa. La distanza tra il mondo reale e la sua rappresentazione istituzionale appare sempre più evidente, anacronistica. Da qui l’idea, mi viene da pensare, di una riforma profonda: un rafforzamento di potere dell’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite , chiamata a decidere a larghissima maggioranza, annullando il peso dei veti e delle eventuali appartenenze di area che si potrebbero aggregare con la sola maggioranza qualificata. Una scelta complessa, certo, ma forse necessaria proprio in un mondo dove il conflitto si frammenta, le responsabilità si moltiplicano e lo scacchiere internazionale cambia di continuo.. Forse da qualche anno la terza guerra mondiale ha già preso avvio in questa forma. Senza una precisa data d’inizio, senza un fronte unico, senza una conclusione prevedibile. Una guerra fatta di equilibri provvisori, di crisi locali, di pressioni continue, di smarrimento, di pseudo imperi (nuovi e vecchi) in formazione. Una guerra temperata. Ed è proprio questa apparente misura a renderla così profondamente inquieta. E ingiusta come tutte le guerre.

Il cane Fopp di Aosta Ad Aosta, nell’attuale via De Tillier - un tempo rue de Nabuisson - sorgeva l’antico ospedale de Columpnis , fondato nel 1227 e chiuso nel 1791. Secondo una storia che circolava già nell’Ottocento, però, quell’edificio avrebbe ospitato anche un albergo, conosciuto alla fine del XVIII secolo come Hôtel Gayetta, dal nome del proprietario. (1) Una sera del 177… (2) un piccolo corteo lasciò l’albergo in silenzio. Quattro uomini portavano una bara; davanti a loro camminava un giovane garçon d’écurie con una lanterna, la cui luce si spezzava tra portici e tetti spioventi, in una Aosta che allora era tutta pieghe e ombre. (3) Niente preghiere, nessun sacerdote. Solo un cane: uno spaniel, un Épagneul breton . Il cane seguiva il gruppo a capo chino. Piangeva - così si diceva - la perdita del padrone, un inglese morto all’Hôtel Gayetta e sepolto nella notte, presso il limite della cinta dei Cappuccini (attuale zona del sottopassaggio di via Roma). Quando la fossa fu richiusa, tra sordi colpi di terra, il cane non tornò indietro. Rimase lì, accoccolato sulla tomba. Mosso a compassione, l’albergatore Gayetta iniziò a portargli da mangiare ogni giorno. In fondo, gli erano rimasti anche i bagagli dello straniero, e con quelli poteva sostenere le spese. Col tempo, la famiglia si affezionò allo spaniel e decise di adottarlo. Intanto i parenti dell’inglese, avvisati dell’accaduto, fecero sapere che l’animale godeva di un lascito testamentario: una pensione annua di 300 livres . Gayetta veniva incaricato di occuparsene come esecutore. Il cane - Fopp, così si chiamava - diventava ufficialmente pensionato a vita dell’albergo. Una somma notevole, per l’epoca. Con 60 centesimi si poteva consumare un pasto abbondante di carne, selvaggina e vino. Fopp, invece, si accontentava di una bistecca al sangue e acqua fresca. Un affare, per tutti. Gli anni passarono sereni. La storia del cane fedele circolava tra ospiti e cittadini, e ogni anno dall’Inghilterra arrivava puntuale la somma promessa. Qualcuno, però, iniziò a chiedersi quanto potesse vivere ancora uno spaniel. In effetti, Fopp non fu più visto tornare sulla tomba del padrone - dove Gayetta aveva piantato un pioppo. Ma in albergo non mancò mai un cane di quella razza, con un manto molto simile. Agli occhi dei più, era sempre lui. Dall’Inghilterra, intanto, si chiedeva solo un certificato che attestasse l’esistenza in vita dell’animale. Documento che non mancò mai. Finché i parenti proposero un accordo: chiudere tutto con un versamento unico di 3.000 livres . Gayetta accettò senza esitazione. Erano anni difficili, quelli del Terrore rivoluzionario, e anche ad Aosta l’economia non sorrideva. Il pioppo, intanto, continuava a crescere. Ma questa - del pioppo dei Cappuccini schiantato nel 1926 - è tutta un’altra storia. (4) E quella, sì, è reale. L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 2 agosto 1872. (2) Il racconto originale non riporta il numero dell’anno. (3) Nel 1845, l’amministrazione guidata al sindaco e barone Bich, fece rimuovere ciò che restava di questo tipo di architetture. L’Echo du Val d’Aoste , 2 agosto 1872, nota 2. (4) Il testo riportato e il resto della storia del pioppo si può leggere in Aosta, il cane Fopp e l’albero di Sherlock Holmes (2019) di M. Caniggia Nicolotti e L. Poggianti.

Un vagone in fu g a Era il 29 settembre 1914, martedì mattina, giorno di mercato per Aosta. Un vagone ferroviario, appena sganciato da un convoglio fermo alla stazione di Aosta, si mise improvvisamente in movimento da solo, sfuggendo a ogni controllo e avviandosi verso la Bassa Valle in una corsa pericolosa. Proprio in quei minuti stava per giungere in città il primo treno della mattina probabilmente pieno di persone interessate al mercato cittadino; Gianotti, il sottocapo stazione, ordinò in fretta e furia di deviarlo su un altro binario, lasciando libero il tracciato per il passaggio del vagone senza controllo. (1) Nel frattempo, un impiegato di Châtillon, il signor Médina, si affrettò ad accumulare sulle rotaie travi e altri materiali con l’intento di deragliare il veicolo lungo un binario morto. Aveva poco tempo: il vagone era ormai a pochi minuti dalla stazione. Il mezzo aveva infatti percorso il tratto Aosta-Châtillon (25 chilometri) in appena 20 minuti, vale a dire a una velocità di circa 80 chilometri all’ora. Il vagone procedeva dunque a velocità sostenuta. Poi urtò contro gli ostacoli, ma li superò senza risentirne, almeno in apparenza poiché rallento e si arrestò dopo circa cento metri dalla stazione, ponendo fine alla sua folle corsa. La linea tornò libera. Fortunatamente, non si era verificato alcun incidente. La causa di quella partenza spontanea fu attribuita a un vento violento che avrebbe messo in movimento il veicolo; la pendenza della linea avrebbe poi fatto sì che il mezzo acquistasse gradualmente una velocità considerevole. I due impiegati delle ferrovie, grazie a un intervento corretto e rapido, seppero così evitare conseguenze ben più gravi. Il giornale che diede notizia dell’episodio annotò infine che, presso la galleria di Tercy, a Chambave - un tempo uno dei crucci della nostra linea ferroviaria valdostana e dunque in ristrutturazione - il vagone filò via liscio senza incontrare alcuna difficoltà. In meno di mezz’ora finì così la storia del vagone guidato dal… vento. Voilà un wagon-expres de nouveau genre! concluse un giornale dell’epoca. (2) L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa. (1) Le Duché d'Aoste , 7 ottobre 1914. (2) La Doire , 9 ottobre 1914.

Passare le acque in Valle d'Aosta Molto prima che la montagna diventasse una sfida, un panorama da conquistare o un itinerario di villeggiatura, esisteva già un motivo valido per affrontare passi, mulattiere e giornate di cammino: “passare le acque”, ossia cercare di guarire da alcune patologie. Fin dalla seconda metà del Settecento sono documentate sorgenti di acque minerali e curative a Pré-Saint-Didier, Saint-Vincent e Courmayeur. Notizie ancora più antiche volevano, addirittura, che quelle di Courmayeur fossero già frequentate da Madama Reale Maria Giovanna Battista di Savoia nel 1687. Solo tra la fine del Settecento e i primi decenni del secolo successivo, però, queste località si dotarono di veri stabilimenti capaci di accogliere gli ospiti. Courmayeur, in particolare, era già allora conosciuta oltre confine per le sue acque minerali, considerate efficaci contro i mali del petto e le debolezze del corpo. Non si trattava di una fama improvvisata, né soltanto locale. Lo dimostra un annuncio pubblicato il 25 maggio 1782 sulla Gazette de Berne , (1) destinato ai viaggiatori svizzeri del Pays de Vaud, che descrive con sorprendente precisione tempi, vie d’accesso e modalità delle cure. Raggiungere Courmayeur non era semplice: tre giorni di viaggio da Losanna, attraverso il Vallese e il Col Ferret, oppure oltre il Gran San Bernardo. Sentieri incerti, clima instabile, ospitalità non sempre garantita. Eppure si partiva lo stesso. Ad attendere i forestieri c’era il valdostano Jean Laurent Jordaney, detto Patience , oste e albergatore, che metteva a disposizione ventisei camere, buona tavola, pulizia e un prezzo “modico”. Le cure iniziavano il 16 luglio, direttamente alla sorgente, ogni mattina a partire dalle cinque: un rituale preciso, quasi solenne, in cui l’alba e l’acqua segnavano l’inizio di quella che veniva auspicata come una possibile guarigione. La montagna non era ancora terreno di conquiste sportive, ma un luogo di ristoro, di attesa e di tempo lento... lentissimo. In quelle acque bevute, nella ricerca della salute, si intravede già una delle prime forme di turismo alpino: discreto e selettivo. Da qui, molto prima delle cime e dei viaggi, comincia il turismo valdostano. L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è ispirata a immagini d'epoca.

Un libro... “sconosciuto”... A volte, certi libri saltano fuori quando meno te l’aspetti, con la silenziosa ostinazione di chi ha atteso tanto tempo per tornare a farsi leggere. Così è accaduto per The Leper of Aosta (“Il lebbroso di Aosta”), un volumetto inglese stampato a Londra nel 1840, apparentemente sconosciuto alla storiografia valdostana e internazionale, eppure legato a un testo ben noto: Le Lépreux de la Cité d’Aoste di Xavier de Maistre, pubblicato nel 1811. Il libretto londinese non è un racconto autonomo: è una versione inglese, molto fedele, del testo di De Maistre, probabilmente destinata al pubblico devozionale con il titolo Thy Will be Done; or, The Leper of Aosta . Le differenze sono di tono, non di sostanza: un’accentuata rassegnazione cristiana, qualche frase più levigata, nulla che alteri trama e personaggi. Molto più interessante è ciò che l’edizione inglese aggiunge. La prima novità è un’introduzione moralizzante, dal respiro quasi biblico, che non compare nell’originale francese. La seconda è una descrizione romantica di Aosta e del suo territorio, inserita per aiutare i lettori inglesi a immaginare il paesaggio della storia. È dichiaratamente tratta da un articolo del New Monthly Magazine , intitolato A Week Among the Alps , probabilmente pubblicato tra il 1839 e il 1840: Il brano descrive la città e la vallata con entusiasmo pittoresco: foreste, burroni, torrenti in piena e, soprattutto, il Monte Bianco - “ Ci sono pochi punti da cui questa possente montagna offra uno spettacolo così grandioso come dalla vallata di Aosta ”. Un’aggiunta che non ha equivalente in De Maistre e che trasforma Aosta in un luogo selvaggio, sublime, quasi mitico. Questo ritrovamento si affianca a un altro tassello che ho “riportato” alla luce di recente : il dramma teatrale francese del 1822, Le Lépreux de la Vallée d’Aoste , rimasto nell’ombra tanto tempo. E, per completare il quadro culturale dell’Ottocento, vale la pena ricordare - anche se non riguarda in alcun modo il lebbroso, ma mostra bene il clima narrativo dell’epoca - la curiosa storia leggendaria del cane Fopp, pubblicata su L’Écho du Val d’Aoste il 2 agosto 1872: il cane di un viaggiatore inglese morto ad Aosta negli anni Settanta del XVIII secolo, adottato da un oste che ne sfrutta la memoria per attirare denaro e attenzioni, fino all’epilogo farsesco della scoperta dell’inganno. Un racconto minore, certo, ma che si affianca - per contrasto - alle pagine più tragiche del Lépreux di De Maistre e del dramma francese, dove il cane del lebbroso viene ucciso: due destini opposti, uno crudele, l’altro leggendario e lieve. Un piccolo esempio di come la Vallée ottocentesca fosse fertile di racconti, veri o inventati, pronti a circolare tra turisti e abitanti: primi biglietti da visita turistici, molto prima dell’alpinismo e del turismo di massa.

Che brutti ‘sti valdostani! Scorrendo le pagine dei vecchi giornali, accade talvolta di imbattersi in storie curiose, inattese. Eccone una. Il tipico viaggiatore che nell’Ottocento si avventurava tra le montagne della nostra Vallée in cerca di emozioni, un giorno d’autunno del 1861 riuscì a far pubblicare su un importante giornale francese la sua cronaca di viaggio. (1) Raccontò una Valle d’Aosta suggestiva, certo, ma popolata – a suo dire – da gente “orribile”: “rospi”, “gozzuti”, “mostri grotteschi”, fra i quali soltanto il vescovo valdostano gli sembrava un essere umano (… mais il est vrai qu’il est venu d’Ivrée … e in effetti, dal 1859 al 1867, la sede vescovile fu vacante). Oltre al monsignore (pur “straniero”), si salvavano due figure: l’astronomo, dotto e simpatico canonico Jean-Georges Carrel (1800-1870)– che il cronista immaginava rifugiato in cima alla Torre del Lebbroso di Aosta, lontano dai suoi concittadini e assorto nelle osservazioni meteorologiche – e il “placido” e novello Vaucanson, l’inventore Innocenzo Manzetti (1826-1877), capace di incantare con la sua “magia” e che, se non fosse stato vestito all’ultima moda, gli avrebbe ricordato Prometeo. Un affresco, insomma, ingeneroso e quasi favolistico della nostra terra: povera, remota, abitata da creature brutte e ruvide… Non c’è da stupirsi, poiché allora i giornali francesi ebbero più volte modo di canzonare la nostra regione. Troppo religiosa, troppo conservatrice, troppe processioni, troppo, troppo tutto: sempre “troppo” per loro. E non era bastato fagocitare la Savoia: in quegli anni Sessanta volevano anche la Vallée , che fu oggetto di possibili cessioni con l’Italia in cambio del Veneto o persino di Roma. Tanto disprezzo, ma altrettanto interesse. Le cose non andarono nella direzione che speravano (anche se ci riprovarono nei decenni successivi). Fatto sta che quel ritratto, esagerato com’era, rimase; e, per qualche tempo, divenne persino gustoso e attraente per gli inglesi che frequentavano le nostre valli, sempre pronti a ridacchiare dei curieux montagnards raccontati dai francesi. E forse è proprio qui che si chiude il cerchio: in quelle caricature ottocentesche che, lette oggi, ci restituiscono un’immagine abbastanza distorta. Perché dietro lo scherno, dietro le smorfie, la povertà e le esagerazioni, traspare in filigrana un’altra verità: la nostra terra faceva parlare di sé, interessava, inquietava, seduceva. Ammaliava nella sua maestosa e terribile immagine di una scatola di rocce, di ghiacci, di montagne vertiginose e di foreste scure e profonde: selvaggia. E questo – per una regione piccola come la nostra – fu un biglietto da visita. Unico. Il primo. L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa. (1) Figaro , 26 settembre 1861.