Aosta vista dagli svizzeri

Mauro Caniggia Nicolotti • 23 dicembre 2020
Aosta vista dagli svizzeri

Il 14 luglio 1905 fu inaugurato il tratto della strada carrozzabile che collegava Aosta con il Gran San Bernardo. 
Il tracciato andava a connettersi con quello che dal colle scendeva a Martigny, percorso già aperto al traffico dagli svizzeri un anno prima. 
Per l’occasione i festeggiamenti valdostani furono tanti e le autorità elvetiche furono invitate ad Aosta. 

Grazie a quella ospitata in città, alcuni  giornali d'oltre confine ebbero modo di proporre ai loro lettori numerosi  paragoni tra Aosta e Sion (Vallese) e tra i rispettivi territori che fanno capo ai due agglomerati urbani.
Sebbene i due capoluoghi siano separati solo da un centinaio di chilometri, con la nascita del Regno d’Italia tale distanza sembrò moltiplicare; talmente tanto da far dimenticare a molte persone che tra i due territori - sempre in grande contatto tra loro nel corso dei secoli - l’unica cosa che li divideva era un contrafforte alpino e non la lingua, le tradizioni e la cultura. 

Fu così che qualche commentatore di allora, forse digiuno di storia, si meravigliò per le tante analogie esistenti tra la Valle d’Aosta e il Vallese; cadde nel medesimo "tranello" anche l’anonimo giornalista svizzero che in un articolo dipinse la realtà valdostana che vide.(1) 
Per la verità se la sua cronaca è pertinente, contemporaneamente presenta qualche stereotipo e pecca in alcuni punti; per esempio quello relativo al fatto che i valdostani sarebbero stati “mezzi francesi e mezzi italiani”. Probabilmente il giornalista fu ingannato sia dall’uso della lingua francese (idioma da secoli ufficiale in Valle), sia dall’italiano che, parlato da una piccola percentuale di abitanti (soprattutto giunti da fuori regione), aveva cominciato da tempo a insinuarsi nel tessuto valdostano. 
Dopotutto, anche i vallesani parlano francese e tedesco e per questo non possono essere catalogati come “mezzi francesi e mezzi tedeschi”, ma tant’è. 
Allora come oggi c’era qualcuno che non conosceva la parola “francofono” o “bilingue”... 
Tralasciando ulteriori polemiche, ecco la parte del racconto di allora che ci interessa: 

(...) "Con le sue antichità romane e i suoi 8.000 abitanti mezzi francesi e mezzi italiani, Aosta è una delle città più interessanti degli Stati Sardi(2) e la capitale del ducato che porta il suo nome. 
Quando si arriva ad Aosta da Saint-Christophe, si è colpiti dalla somiglianza che esiste tra questa città e la nostra bella Sion(3) osservata scendendo dalla strada di Savièse.(4) 
L’aspetto generale è il medesimo: stesse torri, stessi campanili e uno sfondo, che dà l’illusione di vedere quello di Les Mayens-de-Sion;(5) esiste anche qui su un’altura, ma un po’ meno a destra, una chiesa che ricorda quella di Salins.(6)
Con questi esempi si ferma la comparazione, perché, - senza parlare delle nostre deliziose colline di Tourbillon, Valère o Montorge(7) che nulla qua le può ricordare, - quando si percorrono le vie della città di Aosta non si trova quel clima intimo della capitale vallesana; quell’aria di fine bonomia e di vera gaiezza che caratterizza i nostri Sédunois
La gente di Aosta sembra chiusa, diffidente; mi sono persino detto, e mi è sembrato di vedere sui loro volti “à la Calabrais”, che sono un po’ sornioni. In ogni caso, sorprende vedere tanti mendicanti chiedervi l’elemosina mentre due passi più in là degli industriali che vi spelano come gli inglesi.(...)

Arrivato per la prima volta nell’antica città di Augusto, mi affretto a visitarne le meraviglie; ecco la casa natale di sant’Anselmo di Canterbury,(8) ecco, un po’ dappertutto il ricordo del grande benefattore di Aosta, l’arcidiacono Bernard de Menthon;(9) questi santi hanno contribuito alla grandezza della città pretoriana molto più che il prestigio di Augusto che le ha dato il nome. 
Tuttavia, quasi a unire in un unico ricordo queste tre glorie nazionali, ecco, poco distante dai resti dell’anfiteatro romano(10) e dall’Arco di Augusto, la massiccia Collegiata(11) con i suoi magnifici stalli, le sue interessanti galeries(12) e i suoi capitelli finemente cesellati.(13) Più oltre ammiro l’Hôtel de Ville; il Seminario; le superbe asile des Veillards,(14) ente di beneficenza sorto grazie all’iniziativa e all’inesauribile dedizione di Père Laurent, cappuccino; il Convento delle Suore di San Giuseppe con l’adiacente Orphélinat, la torre des Crevafaim (Bramafam) e quella dei Lebbrosi, immortalati dalla penna di Xavier de Maistre: la residenza o casa di Caccia del Re d’Italia;(15) infine la sede vescovile e la vecchia cattedrale ove siede, brillando di virtù, il venerabile vescovo Duc.(16)

Tuttavia, accanto alle testimonianze che il viaggiatore può ammirare, ci sono anche alcuni angoli di strade, certi viali, dove una società d’embellissement troverebbe un prezioso campo di attività; (...) nonostante le celebrazioni e le feste che continuano sotto gli auspici delle autorità della città e della provincia, avevo voglia di risalire fino al San Bernardo e rivedere il Vallese. 

Mentre salivo a piedi la bellissima valle che porta all’Ospizio,(17) mi sono accorto che molte valli laterali del nostro cantone hanno, con questa, una grande analogia. La Val d’Hérens,(18) per esempio, le assomiglia molto. Presenta più o meno la stessa disposizione dei villaggi e nella popolazione si trovano le stesse tradizioni e usanze. 
Ecco, ai piedi della valle, Saint-Christophe che ricorda molto bene Bramois;(19) in alto a destra, una dozzina di villaggi sparsi o frazioni: è la graziosa parrocchia di Roisan che potrebbe apparire come una parente stretta di ciò che noi chiamiamo Vex.(20)
Ma ad un certo punto, in una curva della strada, apparire i villaggi di Allein e Doues che evocano in modo del tutto naturale il ricordo di Hérémence(21) e di Mage,(22) ma le case sono meno affollate, i pendii meno ripidi, la terra meno morcelés
Etroubles, Saint-Oyen, Saint-Rémy potrebbero chiamarsi Euseigne,(23) Saint-Martin, Evolène.(24) 
Infine, questo delizioso Ollomont, un po’ a sinistra sul fianco della montagna, non perderebbe molto nell’essere scambiato con la motta del Rectorat de La Sage.(25) 

Le colture valdostane sono più o meno le stesse della Val d’Hérens, vite, patate, mais, segale, fagioli, prati, ma qui c’è in più una superba presenza di castagni e, va aggiunto che, essendo il terreno meno arido, la vegetazione è anche più lussureggiante. 
Come da noi, il mulo è molto utilizzato, ma viene impiegato principalmente per trainare la grosse carriole a due ruote in uso in queste contrade. 

Le persone sembrano laboriose, ma non si preoccupano del loro abbigliamento e della cura della pulizia. 
 Tutto sommato, e nonostante la nostra origine comune, c’è una differenza piuttosto grande tra il Valdostain(26) e il Vallesano e credo che ciò non sia solo per orgoglio nazionale che preferisco gli abitanti della valle del Rodano."

(1) Gazette du Valais, 24 luglio 1905. (2) Non più esistenti; i suoi territori furono inglobati poi nel Regno d’Italia proclamato nel 1861. (3) Sion è la capitale del Canton Vallese (Svizzera). (4) Savièse è un comune del Canton Vallese che si trova poco più a nord di Sion. (5) Luogo di montagna e di villeggiatura nelle vicinanze di Sion. (6) Piccolo villaggio nel Comune di Sion. Il riferimento è, forse, alla parrocchiale di Charvensod. (7) Diverse alture presso Sion coronate da altrettanti castelli. (8) In realtà si tratta di Sant’Anselmo di Aosta L’edificio si trova in via Sant’Anselmo. (9) San Bernardo di Mentone, come si credeva un tempo, in realtà è san Bernardo di Aosta (1020-1081). (10) Forse s’intende il teatro. Ancora oggi da molti viene chiamato erroneamente “anfiteatro”, monumento i cui resti si trovano invece poco più a nord. (11) ... di Sant’Orso. (12) Probabilmente si tratta del piccolo portico del Priorato. (13) Si tratta del chiostro romanico (metà del XII secolo). (14) Il riferimento era all’attuale centro residenziale per anziani “Refuge Pére Laurent” ancora oggi ben attivo. (15) Non è chiaro a cosa lo scrivente si riferisca; probabilmente al castello reale di Sarre distante - anche visivamente - dalla città. (16) Joseph-Auguste Duc, vescovo della Valle d’Aosta dal 1872 al 1907. (17) La valle del Gran San Bernardo. (18) Valle laterale di quella del Rodano che si apre a sud di Sion. (19) Villaggio del Comune di Sion. (20) Comune e capoluogo del distretto di Hérens. (21) Comune del distretto di Hérens. (22) Oggi Mase; villaggio del Comune di Mont-Noble, distretto di Hérens. (23) villaggio del Comune di Hérémence. (24) Comuni del distretto di Hérens. (25) La Sage: piccolo villaggio del Comune di Evolène posto a 1.667 metri d’altitudine. (26) La parola Valdostains era usata nei secoli precedenti; oggi è in uso il termine Valdôtains mutuato dal francoprovenzale Val d’Outa (Valle d’Aosta).
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 2 marzo 2026
In guerra contro il Ducato d’Aosta con quattordici moschetti Questa storia, vera, si svolge nel XVI secolo e ha al centro della vicenda il Mont Durand, posto tra la valle di Bagnes (Vallese) e quella di Valpelline (Valle d’Aosta). Zona di pascolo, di bestiame e di formaggi, ma anche di diritti, di antichi usi e, soprattutto, di confine. L’alpeggio apparteneva ai duchi di Savoia, ma era stato “albergato” a proprietari di entrambe le parti: valdostani e bagnards. Nel 1539 - periodo di guerre - la tolleranza tra le due comunità diventò aperta inimicizia. I bagnards accusarono i valdostani di aver oltrepassato i limiti. L’animosité était telle que les Bagnards armés de lances, d’épées et de frondes avaient attaqué les propriétaires, enlevé chaudières, fromages, et conduit le bétail au delà de la Dranse : insomma, armati di lance, spade e fionde, salirono agli alpeggi, aggredirono, portarono via calderoni, formaggi, e spinsero il bestiame oltre il fiume Dranse. I vescovi di Sion e di Aosta, il governatore di Milano e le autorità vallesane tentarono di ricucire, firmando un accordo nel 1541. Ma non bastò e, dieci anni più tardi, la montagna fu definitivamente “albergata” solo ai bagnards. Inutile dire che da quel momento le relazioni di buon vicinato, già compromesse, si incrinarono profondamente. Non solo. Il Vallese guardava con interesse la Valle d’Aosta, allora rimasta isolata dopo l’invasione francese di quasi tutte le terre sabaude. L’Europa era in fermento e il confinante Ducato di Milano non era da meno. Tutti si armarono fino ai denti. Nel 1542 gli ambasciatori della Valle d’Aosta - anch’essa organizzata come Stato e con un esercito di 4.000 uomini - chiesero spiegazioni allo Stato vallesano. La risposta fu fredda: nessun obbligo di spiegare. L’alleanza, si disse, era con il duca di Savoia, non con loro. Ironia della sorte, l’anno dopo, i ruoli si capovolsero: furono i vallesani a inquietarsi per le grandes revues militari organizzate in Valle d’Aosta, dans un but qui leur paraissait obscur . È in questo clima che intervenne la guardia di frontiera vallesana. Per controllare un’ipotetica invasione valdostana, inviarono all’ospizio del Gran San Bernardo, presso il valico, quattordici soldati ben armati, con buoni moschetti e corazze. Altri uomini sorvegliarono i passi di Bagnes e della valle d’Hérens. Intanto le frizioni continuarono, per quanto il Ducato di Aosta nel 1552 avesse chiesto, invano, di allearsi al Vallese. Atti di ostilità, requisizioni, sequestri e restrizioni commerciali portarono la tensione all’eccesso tra le due comunità: c’était presque la guerre . (1) Ma i francesi si rifiutarono di aiutare i vallesani nel loro intento di invadere la Valle d’Aosta, ricordando loro che il re di Francia aveva stipulato numerosi trattati di con i valdostani e che la loro terra era da tempo considerata Paese neutrale. Anche la Spagna fece lo stesso e il “corridoio” valdostano si chiuse all’eventuale passaggio di truppe straniere. La contesa si raffreddò lentamente e i quattordici soldati del Gran San Bernardo ricevettero l’ordine di non fare nulla di inappropriato. Restarono lassù a guardia per molti mesi e i loro moschetti non spararono mai. (2) Da quella lite iniziale per i pascoli a una vera e propria invasione, nata per altri motivi, poteva essere un attimo. L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa. (1) Il est vrai que de continuelles discussions s’élevaient entre eux, tantôt à propos des volontaires valaisans qui, se rendant à l’armée française en Piémont, passaient le col Ferret, ce qui déplaisait à Aoste, tantôt à cause des procédés des juges d’Aoste, qui séquestraient chevaux et biens des habitants de la vallée de Viège, en dépit des traités (les gens de Viège étaient en rapport constant avec la ville d’Aoste où ils se rendaient par les glaciers) — procédés dont se plaignait l’État valaisan. En 1554, le bailli d’Aoste ayant signifié qu’il s’opposait définitivement au passage des enrôlés valaisans pour le service de la France, les Valaisans répondirent qu’ils avaient aussi à se plaindre gravement des colporteurs du duché, qui inondaient le pays en trompant les gens avec leur mauvaise marchandise et au mépris des règlements de police. Défense fut faite dorénavant aux Valdôtains de venir faire du négoce sur territoire valaisan. C’était presque la guerre . (2) Contenuti tratti da: Le Nouvelliste , 15 ottobre 1943, articolo firmato M. Bottinelli.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 26 febbraio 2026
Nel bicentenario della nascita di Innocenzo Manzetti, il mercoledì sarà dedicato a lui con un post settimanale: notizie, spunti e il calendario degli eventi in programma. Articolo n. 3 Ahia! Scotta? O Dio o il revolver è un volumetto dell’avvocato valdostano Jean-Baptiste Gal (1809-1898), riflessioni filosofico-morali pubblicate nel 1872. (1) In un passaggio dedicato al materialismo, alla scintilla divina e all’ateismo, l’autore cita l’inventore valdostano suo contemporaneo. Scrive infatti che Manzetti, d’Aosta, ha inventato un automa maraviglioso, assai più perfetto di quelli di Vaucanson . Il paragone non era casuale: Jacques de Vaucanson era il grande costruttore francese di automi del Settecento, celebre in tutta Europa per il flautista meccanico e per la famosa anatra artificiale che, secondo quanto si raccontava, arrivava perfino a digerire. La descrizione che segue ha quasi il tono di una visita guidata e corrisponde alle cronache dell’epoca di quei tanti visitatori che ebbero modo di osservare il “robot”. L’automa, mosso da aria compressa, si alza, volge lo sguardo a destra e a sinistra, saluta chi viene a fargli visita, poi si mette a sedere e accompagna col flauto le arie che il sig. Manzetti suona sul pianoforte. Tutti coloro che han veduto questo automa, lo hanno ammirato, e colmato di elogi il talento straordinario dell’inventore, il quale dà spiegazione del suo lavoro con quella cortesia e quella modestia onde si distingue il vero genio . Il passo si conclude con un’osservazione quasi filosofica: Questo automa però, per quanto perfetto esso sia, è sprovvisto di ogni senso; talché, messo in contatto col fuoco, non dà il menomo segno di dolore e non se ne scosta d’un solo millimetro . L’esempio, come anticipato, serve all’autore per riflettere sul fatto che i materialisti considererebbero l’uomo alla stregua di una macchina, quasi a sostegno dell’esclusione di Dio dalla Creazione. (2) Una piccola chicca, quella dell’automa, tra il serio e il faceto, tra pensieri e parole. Certamente tra abilità e tecnica di Manzetti, che - diremmo noi - possiamo ancora osservare visitando la sala museale al Saint-Bénin di Aosta. In quegli spazi, dopo quasi due secoli di esistenza, possiamo ammirare il robot manzettiano, macchina che continua a stupire. Resta un solo dubbio… ma avrà provato, il Gal, a scottarlo?... L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa. (1) J.-B. Gal, O Dio o il revolver. Riflessioni filosofico-morali , Firenze, 1872, pp.. 12-13. (2) Non è già ch’io abbia la pretensione di offrire al pubblico un trattato: intendo solo porre sotto gli occhi di chi avrà la pazienza di leggerle, alcune riflessioni suggeritemi dalla lettura dell’istoria e dall’ispezione della società in mezzo alla quale sono vissuto. Queste riflessioni, se mal non mi appongo, varranno a giustificare il titolo che porta in fronte il presente opuscolo: “O Dio o il Revolver”; conciossiachè dimostreranno, io spero, che non saprebbe esservi per la società via di mezzo fra queste due: o tornare a Dio, alla vera Religione, a’ suoi divini precetti; o rassegnarsi a ricadere ed a vivere sotto la tirannia della forza materiale e brutale . Ib. , p. IV.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 19 febbraio 2026
26 febbraio, la data che riguarda tutti i valdostani Il 26 febbraio, nella nostra Regione, ricorre l’anniversario dello Statuto speciale : la legge costituzionale con cui, nel 1948, la Repubblica italiana costituì la Regione autonoma Valle d’Aosta-Vallée d’Aoste . Detta così, sembra una formula da manuale. In realtà è una data che riguarda cose molto concrete: come si amministrano i servizi, come si regge un territorio, come si tutela una identità, come si sceglie di stare insieme dentro uno Stato tenendo vivi tratti propri - poteri, competenze, garanzie. Quando si parla di autonomia, molte persone pensano solo al 1948. Ma l’autonomia valdostana non è nata in quegli anni: è il risultato visibile di un percorso molto più antico, di una sorta di autonomia vissuta per secoli come pratica di forme di autogoverno e, soprattutto, come modo di essere comunità. Già nel Medioevo le leggi sabaude erano soggette a un sistema di reciproci diritti e doveri da definire bilateralmente con la comunità valdostana, pena la nullità. Nel 1945 si produsse, piuttosto, la svolta istituzionale in chiave moderna, quando Umberto di Savoia, Luogotenente generale del Regno, emanò il decreto che costituì la Valle d’Aosta in circoscrizione autonoma , “in considerazione delle sue condizioni geografiche, economiche e linguistiche del tutto particolari”. Quel testo stabilì anche un punto che spesso sfugge, ma che spiega molte cose: la provincia di Aosta venne soppressa e le funzioni prefettizie - non esistendo la figura del Prefetto - furono attribuite al Presidente della Regione, che le esercita con i propri uffici e con il concorso del Questore della Valle d’Aosta. È un dettaglio che sembra burocratico. Invece significa un disegno amministrativo diverso dal resto d’Italia già prima della nascita della Repubblica. Il 10 gennaio 1946, prima ancora del referendum monarchia-repubblica, si insediò il primo Consiglio Valle, denominazione che conserva ancora oggi. Da lì, il percorso proseguì fino al 26 febbraio 1948, quando l’autonomia venne sancita come legge di rango costituzionale. Ecco perché, quando si celebra il 26 febbraio, conviene ricordare almeno tre idee-chiave , comprensibili anche a chi non mastica diritto o storia. Autogoverno : La possibilità di decidere su molte materie in modo più vicino al territorio, senza dover aspettare che ogni scelta passi sempre e solo dalla capitale. Identità linguistica : La parificazione del francese con l’italiano non è un vezzo anacronistico. È una tutela e una riparazione storica dopo ferite prodotte dalle politiche uniformatrici dell’Italia liberale e poi, in modo ben più duro, dalla dittatura fascista. E, più in profondità, è il riconoscimento di una storia lunga: un particolarismo vissuto e stratificato che affonda le radici nel Medioevo, ben prima dell’età contemporanea. Responsabilità : L’autonomia è un impegno di responsabilità, di capacità di buon governo. Non è soltanto un insieme di poteri, ma anche la misura della maturità civile di una comunità. Se allarghiamo appena lo sguardo, si capisce anche un altro elemento: l’autonomia moderna valdostana non nacque per una questione di confine con la Francia né come espressione di una presunta identità francese. La questione valdostana entrò invece negli interessi delle Grandi potenze che vinsero la Seconda guerra mondiale e fu oggetto di discussione internazionale, fino alla Conferenza di Pace. Il fattore etnico-linguistico era considerato rilevante nel definire il destino della Valle, insieme alla sua posizione strategica alpina. Il senso del 26 febbraio, oggi? Celebrarlo significa soprattutto una cosa: sapere che l’autonomia è un bene comune. Non è certo un’identità per alcuni o per pochi, tantomeno una parola da cerimonia men che meno mitologia. È una forma di libertà amministrativa e civile che appartiene a chi vive questa terra, la costruisce, la serve, la critica, la ama - in italiano, in francese e in francoprovenzale. L’autonomia ha quattro pilastri: conoscerla, capirla, proteggerla, implementarla. Voir clair, vouloir vivre - come scriveva Chanoux .
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 19 febbraio 2026
La casa infestata dagli “spiriti” Nella primavera del 1879 una notizia singolare apparve tra le colonne dei giornali tra la Valle d’Aosta e il Piemonte. Si trattava di una storia farcita con quella miscela di curiosità e serietà che solo la cronaca ottocentesca sapeva narrare. La notizia era quasi da racconto alla Edgar Allan Poe: una casa infestata da fantasmi. Si trattava dell’abitazione di un professore valdostano, trasferitosi a Cuneo, dove insegnava. Secondo quanto riferiva la Gazzetta Piemontese , nell’alloggio si verificavano fenomeni tanto insistenti quanto inspiegabili. La casa sarebbe stata hantée par les esprits . Il campanello suonava da solo, senza che nessuno si trovasse alla porta. Finestre e balconi venivano riempiti di lettere anonime. La sorveglianza più attenta, messa in atto per capire, non riusciva a individuare cosa stesse realmente accadendo. La police a commencé une enquête sur cette étrange affaire , concludeva un giornale valdostano. (1) Non stupisce che la vicenda fosse presentata sotto il titolo Esprits , parola al confine tra il soprannaturale e l’ironia, tra la moda spiritista del tempo e il semplice desiderio giornalistico di colorire il racconto. Erano anni in cui facevano notizia i tavolini che si muovevano, i colpi alle pareti e le manifestazioni misteriose. La logica spiegava i trucchi, ma al pubblico piacevano tanto quel tipo di spettacoli. Detto ciò, anche la storia “valdostana” sembrava aprire varchi nel regno dell’invisibile. Qualche settimana più tardi, però, ogni dubbio sulla natura dei fenomeni fu fugato - tanto da convincere anche gli irriducibili. Non vi era nulla di soprannaturale: sur l’issue de cette affaire qui n’a décidément rien de surnaturel . I cosiddetti “spiriti” avevano un nome… e un cognome; infatti, più che alla casa… appartenevano alla casata stessa. Per l’appunto, fu riconosciuto che l’autore delle manifestazioni altri non era che il figlio del professore. Un giovane dal nome che era tutto un programma: Xenophon. Le lettere misteriose, il suono dei campanelli, l’assedio silenzioso all’abitazione non erano altro che un piano ostinato per ottenere ciò che non riusciva a esprimere apertamente. Il ragazzo non sopportava l’alloggio e voleva costringere il padre ad abbandonarlo. Il dettaglio colpì i cronisti, al punto che sottolinearono quella goliardata come une affaire d’un genre nouveau . Il nome stesso del giovane - quello dello storico greco Senofonte che aveva narrato nell’ Anabasi la lunga marcia dei Diecimila verso casa - sembrava aggiungere una nota involontariamente ironica al nostro “spiritoso” protagonista: invece di guidare uomini verso casa, guidava finti “spiriti” dentro casa. Così la casa infestata cessò di essere un mistero e tornò a essere una semplice abitazione, come lo era sempre stata. La vicenda non si concluse tuttavia con lo smascheramento. Alcune settimane più tardi i giornali piemontesi tornarono sull’episodio con un titolo inatteso, quasi teatrale: Regia Pretura - Il Processo degli Spiriti . (3) Dalle cronache giudiziarie emergeva che il giovane, nel tentativo di dare maggior forza alla sua messinscena, era giunto persino a simulare un’aggressione e un sequestro. Fu smascherato quando gli investigatori lo sorpresero mentre faceva cadere una lettera dalle tasche - l’ultimo atto della farsa. La missiva, dal tono minaccioso, si concludeva con parole che lasciavano poco spazio al dubbio: Oggi l’hai scampata, un’altra volta non più . Processato per simulazione di reato, fu riconosciuto colpevole ma, in ragione della giovane età, condannato a una pena lieve: 20 lire d’ammenda (o corrispondenti giorni d’arresti) ed alle spese processuali . Anche gli “spiriti”, talvolta, finiscono davanti al giudice. Ci manca sapere come continuò la storia. Forse fu una lezione per entrambi, forse solo un modo un po’ teatrale per dirsi ciò che non si riusciva a dire. L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 27 marzo 1879. (2) L’Echo du Val d’Aoste , 7 aprile 1879. (3) La Sentinella delle Alpi , 20 maggio 1879.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 16 febbraio 2026
Un sudanese tra i bersaglieri ad Aosta Nell’ottobre del 1879, mentre L’Écho du Val d’Aoste scriveva di mercuriali, matrimoni, vendemmie, filossera e cronaca diversa, dedicò anche mezza colonna a un personaggio che aveva attraversato la città anni prima lasciando un ricordo vivo: il bersagliere Michele Amatore (1826-1883). Il giornale riferiva che a Milano una grande folla si era radunata negli uffici dello stato civile per assistere al suo matrimonio. La notizia non era soltanto mondana. Il foglio valdostano ricordava ai lettori chi fosse quell’uomo dalla biografia fuori dall’ordinario: schiavo a sei anni, era stato venduto a un piemontese, Luigi Castagnoni, allora protomedico del viceré d’Egitto. (1) L’uomo era nato à Cómi, en Nubi e serviva nell’esercito italiano fin dal 1848; aveva ottenuto la cittadinanza per decreto reale e si era distinto sui campi di battaglia, oltre che a Palermo durante l’epidemia di colera, dove aveva soccorso i malati con dévouement et abnégation . (2) Il particolare che più colpiva i cronisti dell’epoca era il contrasto tra l’aspetto dell’ufficiale e quello della sposa milanese: Le capitaine, bel homme encore dans toute la vigueur de l’âge, a épousé une charmante dame milanaise, dont l’éclatante blancheur contraste avec le teint noir ébène de son vaillant mari . Michele, il cui nome originario era Quetto (ed era conosciuto anche come Sulayman al-Nubi ), era infatti un sudanese di pelle nera. Ma per i lettori valdostani vi era un motivo di interesse ancora più diretto. Il giornale ricordava che, quando era di guarnigione ad Aosta negli anni 1856 o 1857, Amatore era stato uno degli istruttori dei pompieri cittadini. Allora era conosciuto come il Sergent Maure , il sergente moro: Ce brave militaire, dont le courage et la valeur ne se sont jamais démentis, est le même M. Amatore, devenu chevalier et capitaine . I giornali valdostani si occuparono dell’ufficiale anche pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta nel 1883. Il capitano Amatore morì a Rosignano Monferrato (Alessandria), où la population lui a fait de splendides funérailles . (3) Il giornale osservava come beaucoup de nos concitoyens se souviendront du sergent des bersaillers maure Amatore qui a laissé dans notre ville de nombreux amis . Probabilmente partecipò ai diversi incendi scoppiati in città, nei quali veniva riconosciuto il valore della guarnigione: Honneur aussi et reconnaissance à notre brave garnison de Bersaillers! officiers et soldats, ils ont tous montré que le courage militaire ne se déploie pas seulement sur les champs de bataille . (4) Amatore dovette essere tra gli uomini della guarnigione che lasciarono Aosta il 25 settembre 1857. (5) Un frammento dimenticato della nostra storia cittadina. Copertina: Immagine di Michele Amatore-Wikimedia Commons, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Michele_Amatore_or_Sulayman_al-Nubi_aka_Quetto.jpg (1) L’amico dei fanciulli , 1° luglio 1883. (2) L’Echo du Val d’Aoste , 9 ottobre 1879. (3) L’Écho du Val d’Aoste , 15 giugno 1883. (4) Feuille d’Aoste , 15 marzo 1855. (5) Vendredi passé, a eu lieu le changement de la garnison de notre ville. Nous avons en ce moment le 5me bataillon des bersaillers auquel nous souhaitons la bienvenue. Feuille d’Aoste , 1° ottobre 1857.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 12 febbraio 2026
Quando un cane portò via la chiave della Cattedrale di Aosta A volte i fatti di cronaca di storia locale regalano episodi curiosi che s’incastrano tra loro e, come un mosaico, compongono una scena. 1878. I giornali della città registrarono la presenza ad Aosta di un cane rabbioso. Il giovane e già noto François Farinet, verso le 22 di una sera d’inizio estate, fu morso da un pericoloso cane idrofobo. Il fatto destò il commesso della vicina farmacia del Borgo di Sant’Orso, Gatti, che corse in suo aiuto e procedette à la cautérisation della ferita. Il cane era uno tra i tanti che le cronache di tanto in tanto segnalavano scorrazzare in lungo e in largo per la Valle d’Aosta. Animale rabbioso che continuò imperterrito a vagare per diversi giorni: proveniva da Villeneuve, giunse fino in città e arrivò perfino a Quart. Ad Aosta colpì anche il campanaro della Cattedrale di Aosta mentre apriva la porta del Duomo. L’uomo si ritrovò con la mano destra orribilmente lacerata. In quel terribile frangente, raccontò un giornale, il cane gli strappò anche la chiave che teneva in mano. Poi fuggì portandola via e la lasciò cadere in una via vicina. A leggerla sembra una scena inventata, e invece è fredda cronaca: una delle chiavi più importanti della città in balìa della furia di un cane. Le cronache raccontavano di altri morsi, sia a persone sia ad animali, di un carabiniere che una notte gli sparò contro, di un operaio che alla Croix-Noire pose fine alla sua folle corsa con un tridente. Le autorità reagirono come potevano: ordini severi, cani al guinzaglio o soppressi. La misura divenne generale. Saint-Vincent, Verrès - l’ombra si allargava: Cette mesure est générale, car on a signalé aussi la présence de chiens enragés à St-Vincent et à Verrès . (1) Ed ecco l’aneddoto più curioso di tutta la vicenda, raccontato direttamente da un personaggio d’eccezione: Venance Jaccod, che ad Aosta era un cittadino conosciuto, attivo, ricopriva incarichi importanti ed era proprietario dell’Ancien Bazar, oltre a possedere un’ironia ineguagliabile. In quelle settimane difficili, Jaccod passeggiava con il suo cane museruolato come da regolamento, ma senza guinzaglio, al Plot (attuale piazza della Repubblica). Nessuna guardia municipale o altro agente incontrato aveva sollevato problemi ( sans recevoir la moindre observation ), finché un maresciallo dei carabinieri non decise che proprio quel cane rappresentasse una minaccia pubblica: si lanciò à mes trousses comme s’il s’agissait de sauver la société e minacciò Jaccod in maniera dura di sopprimere il cane sul posto: et me menace avec des manières rien moins qu’urbaines de tuer l’animal sous mes yeux . L’uomo rovistò in tasca, trovò un fazzoletto e con quello improvvisò il guinzaglio che gli salvò l’animale. Scrisse con ironia sì, ma ferita, definendo il suo cane un lazzaretto a quattro zampe - non più creatura, quindi, ma un’epidemia ambulante. (2) Insomma, un fazzoletto diventava un guinzaglio, ma prima ancora una bandiera bianca… Nessuno rideva, in realtà, di quel racconto. Neppure Jaccod che, malgrado le sue parole ironiche, rimase colpito. La rabbia era temuta davvero. Le storie e le ferite erano vere. Alcune persone erano anche decedute. Alla fine dei conti, tra cauterizzazioni notturne, tridenti, revolver, ordinanze e lettere indignate, la città non poté fare altro che muoversi per difendere l’incolumità pubblica. Ah! La chiave della Cattedrale fu ritrovata… L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 1° luglio 1878. (2) L’Echo du Val d’Aoste , 2 settenbre 1878.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 9 febbraio 2026
Essere naufraghi ad Aosta Un tempo, lungo la Dora Baltea, esistevano varie isole. I documenti del passato ne ricordavano diverse (Corgnand, Berlier, Valletta, Colombé, Ubertin, ecc.), dovute a ramificazioni e a percorsi differenti rispetto a oggi. Quelle Isles , (1) sfruttate per il legname e per il taglio dell’erba, furono anche oggetto di contestazioni tra privati e istituzioni pubbliche. Scomparvero poi agli inizi del Novecento, soprattutto con l’arginatura del fiume. Meno prevedibile, però, era che un’isola potesse nascere quasi all’improvviso, sotto gli occhi di chi non se ne accorse neppure. Fu ciò che accadde in un sabato di fine Ottocento. Una donna si trovava lungo le sponde della Dora a tagliare l’erba, intenta al suo lavoro come tante altre volte. Non si rese conto, però, che, mentre lavorava, il terreno su cui si trovava veniva isolato dal resto della riva. Una piena improvvisa aveva aperto un nuovo braccio d’acqua, circondandola da ogni lato. Quello che un momento prima era un semplice lembo di prato lungo la riva diventò una piccola isola, con tanto di abitante. La donna, senza volerlo, era diventata infatti una naufraga… in terra ferma. Le sue grida si udirono soltanto verso sera. Avvertiti dell’accaduto, i carabinieri accorsero, guidati dal tenente Bianchi. La Dora, che al calare del giorno soleva ingrossare ancora di più, correva con forza, spumosa; l’oscurità, intanto, avvolgeva tutto. Non era possibile tentare subito il salvataggio. Si decise allora di attendere il mattino, ma senza lasciare la donna sola nella paura. Un carabiniere rimase sulla riva con una lanterna accesa, incaricato di farle sentire di tanto in tanto la propria voce, per rassicurarla e farle capire che si stavano occupando di lei: pour empêcher la naufragée de se livrer au désespoir, et laisser sur la berge un carabinier muni d’une lanterne, chargé d’avertir de temps en temps, par des cris, ce Robinson Crusoë d’un nouveau genre, qu’on ne l’oubliait pas . Lei. Lei, infatti, era diventata una sorta di nuova Robinson Crusoe: una naufraga, anche se senza mare e senza quella solitudine da romanzo d’avventura. Forse più un dramma, potremmo dire… Verso le tre del mattino l’ufficiale dei carabinieri tornò con due uomini e le attrezzature necessarie. Si gettò in acqua con i suoi uomini, affrontando la corrente impetuosa e un freddo che entrava nelle ossa, come l’acqua del fiume. Dopo sforzi e rischi di ogni sorta, i militi riuscirono a raggiungere la piccola ed effimera isola e a trarne in salvo la donna. Il giornale, che si era occupato dell’accaduto, chiudeva con l’elogio dei tre soccorritori, e soprattutto del loro capo: Honneur aux trois généreux sauveteurs pour leur zèle et leur courage, et surtout au dévouement démontré par leur brave chef, qui s’est prodigué dans cette circonstance avec abnégation au-dessus de tout éloge . (2) La povera donna era sana e salva; questo era ciò che contava davvero. Il resto, oltre all’articolo e al rischio di qualche raffreddore, febbre o peggio, poteva essere materiale per un romanzo d’altri tempi, certamente per l’aneddoto qui narrato. Immagine di copertina: Aosta, cartolina viaggiata nel 1907. (1) L. Colliard, Vecchia Aosta , p. 175. (2) L’Écho du Val d’Aoste , 18 giugno 1877.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 1 febbraio 2026
Aosta e il cane che veniva dal limite del mondo Nel 1899 la nave Stella Polare , baleniera norvegese adattata alla spedizione, salpò alla volta del Polo Nord con a bordo Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, accompagnato dagli uomini scelti per l’impresa. Il 25 aprile 1900 fu raggiunta una meta da record, alla latitudine di 86° 33’ 49”. La missione non toccò il Polo: la nave rimase bloccata nei ghiacci per tutto l’inverno e il gelo estremo causò gravi congelamenti anche al Duca, che subì l’amputazione di due falangi. Fu comunque un successo riconosciuto a livello internazionale, che consacrò il nobile tra i grandi esploratori dell’epoca. A quella spedizione presero parte anche quattro guide di Courmayeur: Alexis Fenoillet, Félix Ollier, Joseph Petigax e Cyprien Savoye. Il Re, quale tributo della sua ammirazione per la fermezza e la gagliardia di cui diedero prova , donò a ciascuno un cronometro d’oro. Il Duca stesso, al rientro, regalò loro indumenti, coltelli da caccia e altri oggetti usati durante l’impresa. Dei sessanta cani condotti in Norvegia, solo cinque sopravvissero. Si decise di trasferirli a Courmayeur, affidandoli alla custodia della guida Petigax, a trovarvi un clima più confacente . Anzi, quattro. Il quinto, malaticcio, fu lasciato ad Aosta all’inizio del febbraio 1901, affidato alle cure del signor Pierre Pivot. L’animale era quasi morente, ma migliorò sensibilmente. La stampa dell’epoca annotava: Ora si vede la brava bestia passeggiare frequentemente per le vie di Aosta, oggetto della generale curiosità e delle carezze di quanti la incontrano . (1) Guarito quasi del tutto, il cane venne poi ricondotto a Courmayeur, ma morì poco dopo aver raggiunto i suoi compagni. (2) Per qualche settimana, tra le sue vie, Aosta ebbe un cane che veniva dal limite del mondo. Immagine di copertina: Foto: Stato maggiore della nave “Stella Polare”, spedizione al Polo Nord (1899-1900). Fonte: Wikimedia Commons, file Lo_Stato_Maggiore_della_nave_“Stella_Polare”_(1899-1900).jpg, CC0 1.0 Universal (public domain) — https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Lo_Stato_Maggiore_della_nave_%22Stella_Polare%22_(1899-1900).jpg (1) L’Alpino , 8 febbraio 1901. (2) L’Alpino , 1° marzo 1901.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 27 gennaio 2026
Finalement . Ernest Page Quando morì, un giornale si espresse così: La Vallée d’Aoste vient de perdre un des plus vaillants défenseurs de ses droits . (1) L’avvocato Ernest Page, nato a Saint-Vincent nel 1888, morì ad Aosta il 24 febbraio 1969. Fu vicepresidente della Ligue valdôtaine – Comité pour la protection de la langue française dans la Vallée d’Aoste e membro della Jeune Vallée d’Aoste prima della Grande Guerra; con Émile Chanoux, nel 1943, partecipò all’incontro di Chivasso. Dopo l’ultimo conflitto mondiale, oltre a essere tra i fondatori dell’Union Valdôtaine (1945), fu componente del primo Consiglio Valle (10 gennaio 1946) nelle file della Democrazia Cristiana e primo assessore alla Pubblica Istruzione (1946-1948), quindi Senatore della Repubblica dal 1948 al 1958. In molti ricordavano un suo importante discorso dopo la Liberazione, una sorta di “ Finalement ”, in cui si felicitava di come finalmente la Valle d’Aosta avesse vinto la sua lotta di libertà, per la ricostituzione del “ Conseil des Commis ”, per la difesa del francese e perché finalmente i Valdostani fossero tornati a essere maîtres chez eux . (2) La città di Aosta gli ha dedicato una via (adiacente all'arena Croix-Noire). Questo articolo lo considero uno spunto per raccontare la storia valdostana attraverso l’odonomastica: la storia da leggere agli angoli dei muri… Foto: Ernest Page — Senato della Repubblica Italiana Fonte: Wikimedia Commons (CC BY 3.0 IT) Licenza: CC BY 3.0 IT — https://commons.wikimedia.org/wiki/File:ErnestoPage.jpg (1) Le Peuple Valdôtain , 15 aprile 1969. (2) Le Peuple Valdôtain , 15 aprile 1969.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 25 gennaio 2026
Nel bicentenario della nascita di Innocenzo Manzetti, il mercoledì sarà dedicato a lui con un post settimanale: notizie, spunti e il calendario degli eventi in programma. Articolo n. 2 Il maestro d’aria di Aosta Innocenzo Manzetti (1826-1877) è stato un inventore valdostano, attivo in ambiti diversi della meccanica: automi, dispositivi pneumatici – i primi in assoluto –, studi sul suono finalizzati al telefono, di cui fu il primo inventore, e una vettura a vapore maneggevole e in grado di circolare su strada sono tra le sue più importanti realizzazioni. Considerati nel loro insieme, queste macchine mostrano una continuità e una costante evidenti. L’aria che mette in movimento gli automi, che trasporta il suono e rende possibile la propagazione delle onde, è la stessa del vapore che muove la sua autovettura. Quando, negli stessi anni, il velocipede comincia a diffondersi e a essere oggetto di sperimentazione, Manzetti ne resta colpito. Anche quel mezzo, a suo modo, ha a che fare con l’aria. Non solo la fende, ma rappresenta il movimento, lo spostamento, la trasmissione: altre costanti del suo modo di vedere. Gli articoli pubblicati sulla stampa locale nel 1870 e nel 1874 raccontano di un velocipede costruito da Manzetti - tournait alors toutes les têtes - e concepito come triciclo, quindi più stabile e facile da guidare. Una macchina provata sulle strade della Valle d’Aosta. Le cronache ci regalano i viaggi intrapresi tra Aosta e Nus, e tra la città e Saint-Pierre. Discese, salite, incidenti: segni di una sperimentazione condotta in condizioni tutt’altro che ideali, quali erano le strade dell’epoca e la morfologia del territorio. Colpisce, in questi resoconti, il modo in cui il movimento viene descritto, con quel mezzo definito capricieux véhicule e paragonato a Bucefalo. Le cronache del 1874 insistono sulla velocità e sulle difficoltà di controllo: Filâmes, c’est bien le mot … Les trois roues du vélocipède précipitées dans cette descente paraissaient vouloir se dérober sans nous; nous ne marchions pas, nous volions! (1) Non sono descrizioni comuni da leggere nella stampa del tempo. Perlomeno in quella valdostana. E forse è proprio per questo che risultano ancora oggi così gustose: quasi romanzate, a tratti ironiche. Come se davanti a quei mezzi in corsa si avvertisse che qualcosa stava cambiando. Il velocipede di Manzetti era già stato sperimentato nel 1870. Furono François Farinet, Albert Darbelley ed Elisée Valleise a compiere l’impresa il 20 gennaio di quell’anno. Partirono dal Ponte di Pietra di Aosta per raggiungere Nus e ritorno, attaccando dietro al veicolo une demi-douzaine de grelots qui faisaient un bruit infernal . La dozzina di chilometri che separano la città da Nus furono percorsi in un’ora e mezza, a una velocità media di circa otto-nove chilometri orari, tutt’altro che trascurabile per un triciclo dell’epoca. “Se non fossimo stati obbligati a fermarci cinque o sei volte, ci avremmo messo almeno un quarto d’ora in meno”, dichiararono i triciclisti. (2) Colsero ancora i tempi, la fatica, l’avventura. Ma, come visto, il viaggio successivo era già improntato alla velocità. L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa: ricostruzione grafica ipotetica su base delle fonti de 1870 e 1874. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 27 novembre 1874. (2) Feuille d’Aoste , 26 gennaio 1870.