Aosta vista dagli svizzeri
Mauro Caniggia Nicolotti • 23 dicembre 2020
Aosta vista dagli svizzeri
Il 14 luglio 1905 fu inaugurato il tratto della strada carrozzabile che collegava Aosta con il Gran San Bernardo.
Il tracciato andava a connettersi con quello che dal colle scendeva a Martigny, percorso già aperto al traffico dagli svizzeri un anno prima.
Per l’occasione i festeggiamenti valdostani furono tanti e le autorità elvetiche furono invitate ad Aosta.
Grazie a quella ospitata in città, alcuni giornali d'oltre confine ebbero modo di proporre ai loro lettori numerosi paragoni tra Aosta e Sion
(Vallese) e tra i rispettivi territori che fanno capo ai due agglomerati urbani.
Sebbene i due capoluoghi siano separati solo da un centinaio di chilometri, con la nascita del Regno d’Italia tale distanza sembrò moltiplicare; talmente tanto da far dimenticare a molte persone che tra i due territori - sempre in grande contatto tra loro nel corso dei secoli - l’unica cosa che li divideva era un contrafforte alpino e non la lingua, le tradizioni e la cultura.
Fu così che qualche commentatore di allora, forse digiuno di storia, si meravigliò per le tante analogie esistenti tra la Valle d’Aosta e il Vallese; cadde nel medesimo "tranello" anche l’anonimo giornalista svizzero che in un articolo dipinse la realtà valdostana che vide.(1)
Per la verità se la sua cronaca è pertinente, contemporaneamente presenta qualche stereotipo e pecca in alcuni punti; per esempio quello relativo al fatto che i valdostani sarebbero stati “mezzi francesi e mezzi italiani”. Probabilmente il giornalista fu ingannato sia dall’uso della lingua francese (idioma da secoli ufficiale in Valle), sia dall’italiano che, parlato da una piccola percentuale di abitanti (soprattutto giunti da fuori regione), aveva cominciato da tempo a insinuarsi nel tessuto valdostano.
Dopotutto, anche i vallesani parlano francese e tedesco e per questo non possono essere catalogati come “mezzi francesi e mezzi tedeschi”, ma tant’è.
Allora come oggi c’era qualcuno che non conosceva la parola “francofono” o “bilingue”...
Tralasciando ulteriori polemiche, ecco la parte del racconto di allora che ci interessa:
(...) "Con le sue antichità romane e i suoi 8.000 abitanti mezzi francesi e mezzi italiani, Aosta
è una delle città più interessanti degli Stati Sardi(2) e la capitale del ducato che porta il suo nome.
Quando si arriva ad Aosta da Saint-Christophe, si è colpiti dalla somiglianza che esiste tra questa città e la nostra bella Sion(3)
osservata scendendo dalla strada di Savièse.(4)
L’aspetto generale è il medesimo: stesse torri, stessi campanili e uno sfondo, che dà l’illusione di vedere quello di Les Mayens-de-Sion;(5) esiste anche qui su un’altura, ma un po’ meno a destra, una chiesa che ricorda quella di Salins.(6)
Con questi esempi si ferma la comparazione, perché, - senza parlare delle nostre deliziose colline di Tourbillon, Valère
o Montorge(7)
che nulla qua le può ricordare, - quando si percorrono le vie della città di Aosta non si trova quel clima intimo della capitale vallesana; quell’aria di fine bonomia e di vera gaiezza che caratterizza i nostri Sédunois.
La gente di Aosta sembra chiusa, diffidente; mi sono persino detto, e mi è sembrato di vedere sui loro volti “à la Calabrais”, che sono un po’ sornioni. In ogni caso, sorprende vedere tanti mendicanti chiedervi l’elemosina mentre due passi più in là degli industriali che vi spelano come gli inglesi.(...)
Arrivato per la prima volta nell’antica città di Augusto, mi affretto a visitarne le meraviglie; ecco la casa natale di sant’Anselmo di Canterbury,(8) ecco, un po’ dappertutto il ricordo del grande benefattore di Aosta, l’arcidiacono Bernard de Menthon;(9) questi santi hanno contribuito alla grandezza della città pretoriana molto più che il prestigio di Augusto che le ha dato il nome.
Tuttavia, quasi a unire in un unico ricordo queste tre glorie nazionali, ecco, poco distante dai resti dell’anfiteatro romano(10) e dall’Arco di Augusto, la massiccia Collegiata(11) con i suoi magnifici stalli, le sue interessanti galeries(12)
e i suoi capitelli finemente cesellati.(13) Più oltre ammiro l’Hôtel de Ville; il Seminario; le superbe asile des Veillards,(14) ente di beneficenza sorto grazie all’iniziativa e all’inesauribile dedizione di Père Laurent, cappuccino; il Convento delle Suore di San Giuseppe con l’adiacente Orphélinat, la torre des Crevafaim
(Bramafam) e quella dei Lebbrosi, immortalati dalla penna di Xavier de Maistre: la residenza o casa di Caccia del Re d’Italia;(15) infine la sede vescovile e la vecchia cattedrale ove siede, brillando di virtù, il venerabile vescovo Duc.(16)
Tuttavia, accanto alle testimonianze che il viaggiatore può ammirare, ci sono anche alcuni angoli di strade, certi viali, dove una società d’embellissement
troverebbe un prezioso campo di attività; (...) nonostante le celebrazioni e le feste che continuano sotto gli auspici delle autorità della città e della provincia, avevo voglia di risalire fino al San Bernardo e rivedere il Vallese.
Mentre salivo a piedi la bellissima valle che porta all’Ospizio,(17) mi sono accorto che molte valli laterali del nostro cantone hanno, con questa, una grande analogia. La Val d’Hérens,(18) per esempio, le assomiglia molto. Presenta più o meno la stessa disposizione dei villaggi e nella popolazione si trovano le stesse tradizioni e usanze.
Ecco, ai piedi della valle, Saint-Christophe
che ricorda molto bene Bramois;(19) in alto a destra, una dozzina di villaggi sparsi o frazioni: è la graziosa parrocchia di Roisan
che potrebbe apparire come una parente stretta di ciò che noi chiamiamo Vex.(20)
Ma ad un certo punto, in una curva della strada, apparire i villaggi di Allein
e Doues
che evocano in modo del tutto naturale il ricordo di Hérémence(21)
e di Mage,(22) ma le case sono meno affollate, i pendii meno ripidi, la terra meno morcelés.
Etroubles, Saint-Oyen, Saint-Rémy
potrebbero chiamarsi Euseigne,(23) Saint-Martin, Evolène.(24)
Infine, questo delizioso Ollomont, un po’ a sinistra sul fianco della montagna, non perderebbe molto nell’essere scambiato con la motta del Rectorat de La Sage.(25)
Le colture valdostane sono più o meno le stesse della Val d’Hérens, vite, patate, mais, segale, fagioli, prati, ma qui c’è in più una superba presenza di castagni e, va aggiunto che, essendo il terreno meno arido, la vegetazione è anche più lussureggiante.
Come da noi, il mulo è molto utilizzato, ma viene impiegato principalmente per trainare la grosse carriole
a due ruote in uso in queste contrade.
Le persone sembrano laboriose, ma non si preoccupano del loro abbigliamento e della cura della pulizia.
Tutto sommato, e nonostante la nostra origine comune, c’è una differenza piuttosto grande tra il Valdostain(26)
e il Vallesano
e credo che ciò non sia solo per orgoglio nazionale che preferisco gli abitanti della valle del Rodano."
(1) Gazette du Valais, 24 luglio 1905. (2) Non più esistenti; i suoi territori furono inglobati poi nel Regno d’Italia proclamato nel 1861. (3) Sion è la capitale del Canton Vallese (Svizzera). (4) Savièse è un comune del Canton Vallese che si trova poco più a nord di Sion. (5) Luogo di montagna e di villeggiatura nelle vicinanze di Sion. (6) Piccolo villaggio nel Comune di Sion. Il riferimento è, forse, alla parrocchiale di Charvensod. (7) Diverse alture presso Sion coronate da altrettanti castelli. (8) In realtà si tratta di Sant’Anselmo di Aosta L’edificio si trova in via Sant’Anselmo. (9) San Bernardo di Mentone, come si credeva un tempo, in realtà è san Bernardo di Aosta (1020-1081). (10) Forse s’intende il teatro. Ancora oggi da molti viene chiamato erroneamente “anfiteatro”, monumento i cui resti si trovano invece poco più a nord. (11) ... di Sant’Orso. (12) Probabilmente si tratta del piccolo portico del Priorato. (13) Si tratta del chiostro romanico (metà del XII secolo). (14) Il riferimento era all’attuale centro residenziale per anziani “Refuge Pére Laurent” ancora oggi ben attivo. (15) Non è chiaro a cosa lo scrivente si riferisca; probabilmente al castello reale di Sarre distante - anche visivamente - dalla città. (16) Joseph-Auguste Duc, vescovo della Valle d’Aosta dal 1872 al 1907. (17) La valle del Gran San Bernardo. (18) Valle laterale di quella del Rodano che si apre a sud di Sion. (19) Villaggio del Comune di Sion. (20) Comune e capoluogo del distretto di Hérens. (21) Comune del distretto di Hérens. (22) Oggi Mase; villaggio del Comune di Mont-Noble, distretto di Hérens. (23) villaggio del Comune di Hérémence. (24) Comuni del distretto di Hérens. (25) La Sage: piccolo villaggio del Comune di Evolène posto a 1.667 metri d’altitudine. (26) La parola
Valdostains
era usata nei secoli precedenti; oggi è in uso il termine
Valdôtains
mutuato dal francoprovenzale
Val d’Outa
(Valle d’Aosta).

Le monete valdostane che davano fastidio al re di Francia Nel 1556 il re di Francia Enrico II, tra i mille problemi, ne aveva uno curioso: nel suo regno circolavano anche gli «escus de la Valdoste» , gli scudi valdostani. Niente di strano, se non ci fosse stata la guerra. Gli Stati sabaudi erano stati infatti in gran parte occupati dai Francesi, mentre la Valle d’Aosta era rimasta fuori dal conflitto grazie a una politica di neutralità. In una situazione eccezionale, mentre il duca di Savoia conservava sulla Valle la propria sovranità, il governo valdostano, il «Conseil des Commis» , guidava il paese, conduceva una propria attività diplomatica e militare e, dal 1549, ad Aosta batteva anche moneta. Su quelle monete, però, oltre alla dicitura «AUG. PRAETORIA» («Augusta Prætoria»), continuavano a comparire le armi dei Savoia. E così gli scudi valdostani che passavano il confine finivano per far circolare in Francia anche il simbolo di un principe nemico. C’era poi un problema assai più concreto. Gli scudi della Valle d’Aosta venivano accettati a un certo valore, ma secondo la «Cour des monnaies» francese valevano un po’ meno. Il 23 maggio 1556 furono quindi inseriti, insieme ad altre monete straniere, in un provvedimento che ne proibiva la circolazione. (1) La vicenda racconta bene quegli anni singolari. Mentre eserciti e sovrani si contendevano l’Europa, una piccola moneta uscita dalla zecca di Aosta, nei pressi del teatro romano, riuscì ad attraversare le Alpi e a procurare qualche grattacapo al re di Francia. - Immagine di copertina: Monete della zecca di Aosta di proprietà dell'autore. (1) E. Bollati, «Le Congregazioni dei tre Stati della Valle d’Aosta» , pp. 474-475, n. 1; A. Fontanon, «Les Edicts et Ordonnances des Roys de France» , t. II, Paris, 1611, pp. 161-162; M. Orlandoni, «Antiche monete in Val d’Aosta» , p. 128.

Mistero tra i ghiacci del Cervino Nel settembre del 1885 Alexandre Pession, guida di Valtournenche, percorreva i pascoli sopra Giomen e La Barma, nei pressi del ghiacciaio del Colle del Teodulo (3.316 m), quando vide affiorare dal ghiaccio una grossa trave di legno. Cominciò a scavare. Comparvero altre assi, dodici in tutto. Che cosa ci facevano tutti quei legni a quell'altitudine? Lo scavo continuò e dal ghiaccio cominciarono a uscire altri oggetti: brandelli di abiti, grani di rosario, medaglie, due croci d'argento apribili, reliquiari, una piccola botte, persino dei noccioli di ciliegia. C'erano anche alcuni nodi di corda in legno. Uno portava incisa una data: 1582. A quel punto comparvero i morti. Erano due, disposti a forma di croce. E insieme a loro c'erano due teste di cavallo e otto zampe ancora ferrate. Che cosa era accaduto lassù? La notizia scese presto a valle. In paese si dovette parlare parecchio di quei due morti riemersi dal ghiaccio e anche i giornali cominciarono a interrogarsi sulla loro identità. Soldati posti a guardia di un avamposto? Pellegrini diretti all'abbazia svizzera di Einsiedeln? Mercanti piemontesi sorpresi da una tormenta? (1) Dopotutto il Teodulo era una via percorsa da secoli. Nel 1891, nella stessa zona, vennero alla luce vecchie monete, tra le quali una ventina di esemplari romani in bronzo e argento, alcuni risalenti all'età di Augusto e di Diocleziano. (2) Tutti indizi di un passaggio frequentato da lungo tempo. Ma chi erano quei due uomini che attraversavano il Teodulo sul finire del Cinquecento? E soprattutto, a cosa servivano quelle dodici lunghe assi? A costruire forse un riparo? Per capirlo ci si può affidare alle descrizioni del funzionario sabaudo Philibert-Amédée Arnod, che nel 1691 raccontò i passaggi e i colli valdostani. Scrisse che le condizioni del ghiacciaio – erano gli anni della Piccola età glaciale – e i numerosi crepacci obbligavano «les passants » a portare con sé delle assi per attraversarli. (3) Quei due uomini, dunque, potevano essere semplicemente dei viaggiatori, attrezzati per il passaggio. Qualcosa, purtroppo, accadde. Li sorprese forse una tormenta? Per trecento anni il ghiaccio custodì i loro corpi, i cavalli, le assi, le croci, persino i noccioli delle ciliegie che avevano portato con sé. Nel settembre del 1885 restituì tutto. Tranne i loro nomi. - Immagine di copertina: cartolina d'epoca (1) Sulla scoperta del 1885 e sulle ipotesi formulate intorno all’identità dei due uomini: «Feuille d’Aoste» , 2 settembre 1885; «Le Patriote» , 4 settembre 1885; «L’Eco dell’Industria» , 6 settembre 1885; «L’Echo du Val d’Aoste» , 11 settembre 1885; «Le Bien public» , 22 settembre 1885. (2) Sul ritrovamento, nel 1891, delle monete antiche nella zona del Teodulo: «Feuille d’Aoste» , 7 ottobre 1891. (3) P.-A. Arnod, «Relation des passages de tout le circuit du Duché d’Aoste venant des provinces circonvoisines avec une sommaire description des montagnes» (1691 e 1694), in «Archivum Augustanum», I, 1968, p. 55.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono... emigrati Cogne possedeva una grande montagna di ferro. Eppure, nella seconda metà dell’Ottocento, molti «cogneins» furono costretti ad andarsene per cercare lavoro altrove. Dopo la lunga stagione di César-Emmanuel Grappein, la miniera di magnetite attraversò infatti decenni difficili. Direttori, affittuari e tentativi di rilancio si susseguirono senza riuscire a garantire continuità allo sfruttamento. Nel 1869 Joseph-Antoine Jeantet ricordava che da molto tempo i filoni erano abbandonati o sfruttati soltanto a intervalli da alcuni privati di Cogne. La situazione precipitò negli anni successivi. Nel 1874 il Comune, proprietario della miniera, tentò di metterla all’incanto, m la vendita andò deserta. Nell’aprile dello stesso anno la «Feuille d’Aoste» descriveva una situazione quasi paradossale: Cogne possedeva un filone ritenuto forse il più ricco d’Europa, ma nessuno lo affittava, il minerale estratto non veniva venduto e gli operai erano «sans pain et sans travail» , senza pane e senza lavoro. Alcuni reclamavano persino gli stipendi arretrati. (1) La situazione era diventata tanto grave che il sindaco aveva dovuto scrivere all’estero per cercare un’occupazione ai minatori rimasti senza lavoro. «Quelles en sont les nombreuses causes?» , si chiedeva il giornale. Due anni dopo capiamo che cosa stava accadendo. Nell’aprile del 1876 la «Feuille d’Aoste» annunciava che 150 «cogneins» erano partiti durante l’inverno per diverse città della Svizzera. Nemmeno lì, però, avevano trovato fortuna. Il cattivo tempo aveva impedito a molti di lavorare e il giornale raccontava che quasi tutti vivevano «dans une profonde misère» . (2) Centocinquanta persone erano già moltissime per una comunità come quella di Cogne. Ma non erano tutte. Nel febbraio del 1883, mentre si tornava a discutere del futuro della miniera, «L’Écho du Val d’Aoste» parlava ormai di «300 Cogneins émigrés» . Trecento emigrati. (3) Il giornale osservava che la semplice prospettiva di non dover più pagare le imposte comunali non ne avrebbe fatto tornare neppure uno. Soltanto una vera ripresa della miniera avrebbe potuto cambiare le cose: allora, scriveva, nessuno sarebbe più andato o rimasto all’estero «pour gagner sa vie» . Per guadagnarsi da vivere. La miniera continuava intanto a passare attraverso nuovi tentativi di affitto, vendita e sfruttamento. Bisognò attendere la fine del secolo perché cominciasse a profilarsi quella trasformazione industriale che avrebbe cambiato profondamente Cogne. E la cosa avrebbe cambiato anche la direzione degli uomini. Nel Novecento, infatti, sarebbero stati lavoratori provenienti da altri luoghi a raggiungere Cogne per lavorare nella sua miniera; pochi decenni prima era accaduto esattamente il contrario: erano i «cogneins» a dover partire. Eran trecento. Ed erano emigrati. - Immagine di copertina: Stazione di carico Liconi, « L’Illustrazione Italiana » , 7 giugno 1914, p. 564. (1) Edizione del 22 aprile 1874. (2) Edizione del 5 aprile 1876. (3) Edizione del 9 febbraio 1883.

Lo stomaco di Aosta «Quel est l’écrivain qui a fait tout un volume sur le Ventre de Paris?» , domandava un giornale valdostano nel 1881. (1) Lo scrittore era naturalmente Émile Zola e il libro «Le Ventre de Paris» , pubblicato nel 1873. Il romanzo aveva per scenario «Les Halles» , i grandi mercati generali della capitale francese, e raccontava attraverso quel «ventre» una società fatta di ricchezza e miseria, abbondanza e fame, negli anni del Secondo Impero. Il giornale valdostano prendeva però Zola come pretesto per una domanda molto più vicina: che cosa si mangiava ad Aosta? L’argomento, «ça va sans dire» , offriva anche l’occasione per sfogare un po’ di verve. A giudicare da quanto raccontava l’articolista, ce n’era parecchio bisogno. Il contadino, scriveva, aveva buone ragioni per diffidare del cibo dei ricchi, perché in città si mangiavano «de telles saletés» da giustificare ampiamente il suo disprezzo. Si parlava infatti di una sessantina di asini «écloppés, fourbus, galeux, pelés» – azzoppati, sfiniti, rognosi e spelacchiati – venduti clandestinamente come carne di prima qualità. E non erano soli: allo stesso modo era stato smerciato anche un cavallo morto. Il particolare più gustoso, almeno per il giornalista, riguardava però i clienti. A rifornirsi «de pareilles saletés» erano soprattutto le cosiddette migliori famiglie della città, che costituivano addirittura «le gros de ces consommateurs de charogne» : il grosso di quei consumatori di carogne. Il piccolo «ventre di Aosta» assumeva così contorni decisamente meno grandiosi di quello parigino, ma forse altrettanto interessanti. Niente immense «Halles» di ferro e vetro: bastavano qualche macellazione clandestina, una sessantina di vecchi asini, un cavallo morto e clienti abbastanza rispettabili da preferire che nessuno facesse troppe domande. Del resto, osservava il giornale, il fascino del frutto proibito, «l’attrait du fruit défendu» , era così forte « qu’il passe au-dessus de toutes les délicatesses» . A quel punto la conclusione veniva quasi da sé: «Et après cela, n’avions-nous pas raison de dire que celui qui ferait un examen plus ou moins humoristique du ventre d’Aoste aurait de curieuses choses à raconter?» . Aveva probabilmente ragione. Un «Ventre d’Aoste» non fu mai scritto. Ma tra asini rognosi venduti come carne di prima qualità, un cavallo morto e le migliori famiglie della città sedute a tavola, il materiale per cominciarlo certo non mancava. Chissà quale romanzo naturalista ne sarebbe uscito. E forse non è ancora troppo tardi per scriverlo, quel «Ventre d’Aoste d’antan» ... Immagine di copertina: Piazza Carlo Alberto, oggi piazza Émile Chanoux, in un giorno di mercato, in una cartolina d’epoca viaggiata nel 1931. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 14 gennaio 1881.

La « bancha » di Cogne Nel Medioevo il castello di Cogne apparteneva al vescovo di Aosta, signore temporale della valle e conte di Cogne. Una cinta circondava la torre e racchiudeva uno spazio chiamato «barrio» , utilizzato come «loco et auditorio causarum» , luogo nel quale venivano ascoltate le cause della valle. (1) Qui, una volta all’anno, tra San Michele e Ognissanti, quando gli uomini erano ormai scesi dagli alpeggi, il vescovo saliva a Cogne per amministrare la giustizia e riscuotere quanto gli era dovuto. La «sogne» , il parlamento locale, durava tre giorni e riuniva i capifamiglia della comunità. (2) La grande campana li chiamava dai villaggi «more solito» , secondo la consuetudine. (3) Possiamo quasi vedere la scena: gli uomini entrano nella cinta e si raccolgono nel «barrio» , il vescovo prende posto, il notaio prepara le carte, vengono ascoltate le cause. Davanti alla torre c’è anche una «bancha» . La incontriamo nel giugno del 1408, quando numerosi «cogneins» ratificarono le ricognizioni dei beni e dei diritti vescovili: gli atti furono compiuti «in bancha iuxta turrim domini episcopi», nella «bancha» accanto alla torre del vescovo. (4) Una panca? Anche. La parola indicava un banco o un lungo sedile di legno, ma nel linguaggio giuridico medievale aveva assunto un significato preciso. Du Cange scrive: «Bancha, Tribunal judicum» , tribunale dei giudici. (5) Il banco sul quale sedeva chi amministrava la giustizia poteva dunque indicare il tribunale stesso. Un confronto quasi contemporaneo arriva proprio da Aosta. Nelle «Audiences générales» del 1409 le autorità sedevano su diverse «banchae» , assegnate secondo rango e funzione. Curiosamente, quelle udienze si tenevano nell’episcopio, nella «sala de Cognia in qua audientie tenentur» , la sala di Cogne dove si tenevano le udienze. (6) A chiarire la «geografia» è un documento del 1423. Nel «barrio» , presso la torre, troviamo il vescovo «sedenti propter tribunali» : seduto al tribunale. (7) La «bancha» , dunque, doveva essere proprio quel tribunale dal cui seggio il vescovo amministrava la giustizia. Medioevo e signoria vescovile, certo, ma il tutto si svolgeva in presenza di «tota nostra communitatem nostre vallis Cognie» , l’intera comunità della valle: una forma ancora embrionale di partecipazione popolare. L’ultima decisione spettava al vescovo, ma non prima di aver «audito» gli abitanti. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Archives Historiques Régionale, «Fonds Cogne» , vol. 2, doc. 10. (2) Ivi, vol. I, doc. 16, 28 settembre 1365. (3) Ivi, vol. II, doc. 6 S.P., 1447. (4) Archivio Storico Vescovile Aosta, 106 (Cogne), 1, 19-20 giugno 1408. (5) Du Cange, «Glossarium mediae et infimae latinitatis» , s.v. «Bancha»: «Bancha, Tribunal judicum» . (6) F. Baudin, R. Bertolin, J.-G. Rivolin, R. Willien, «Les Audiences générales d’Amédée VIII de Savoie en Vallée d’Aoste» , in Bibliothèque de l’Archivum Augustanum, XLIII, pp. 176 e 91. (7) Archives Historiques Régionale, «Fonds Cogne» , vol. 1, doc. 36, 1423.

San Besso, il santo conteso tra Cogne e la Val Soana Il 10 agosto, sulle montagne che separano Cogne dalla Val Soana si festeggia San Besso. Un santo poco conosciuto fuori da queste vallate, ma protagonista di una devozione antica e di una storia piuttosto singolare. Anche perché, per molto tempo, valdostani e piemontesi non sembrarono essere del tutto d’accordo neppure su chi fosse. Le prime attestazioni scritte risalgono all’epoca del vescovo di Ivrea Warmondo, tra X e XI secolo. Associato alla Legione Tebea, Besso entrò in un racconto agiografico che prese forma soprattutto a Ivrea nel 1473. Secondo questa tradizione sarebbe stato un soldato romano cristiano che, sfuggito al massacro dei suoi compagni, raggiunse le vallate del Gran Paradiso dove cercò di evangelizzare gli abitanti. Avrebbe rifiutato di mangiare la carne di una pecora rubata offertagli da alcuni pastori, che per vendetta lo fecero precipitare dalla rupe del Monte Fautenio. Ancora vivo, sarebbe stato raggiunto e ucciso dai soldati romani che lo stavano cercando. Dall’altra parte della montagna, però, a Cogne si raccontava una storia diversa. Il «petit saint Besse» non era un soldato romano, ma un giovane del luogo, un uomo di Dio e un pastore che possedeva le pecore più belle. Proprio per questo due pastori, mossi dall’invidia, lo avrebbero gettato dalla rupe. Due racconti molto diversi che avevano però un punto in comune: la grande roccia. Ai suoi piedi sorse il santuario. Non sappiamo quando vi fu costruito il primo luogo di culto, ma nel 1647 il vescovo di Ivrea trovò già due cappelle: una risaliva al 1548, l’altra al 1618. Quest’ultima sarebbe stata successivamente inglobata in un edificio più grande, terminato nel 1669. E ogni 10 agosto quella montagna diventava il punto d’incontro delle comunità dei due versanti. All’inizio del Novecento l’antropologo francese Robert Hertz raccolse testimonianze preziose sulla festa. I pellegrini di Cogne arrivavano già il giorno precedente e compivano nove volte il giro dell’enorme roccione recitando il rosario. Alla fine salivano sulla roccia per baciare la croce di ferro posta sulla sommità, proprio sul bordo del precipizio. Il rito è sopravvissuto, anche se in forma semplificata: i nove giri furono ridotti a tre e la salita alla croce a una sola. La devozione, tuttavia, non impediva qualche attrito. Le comunità di Campiglia, Cogne, Ingria, Ronco e Valprato si alternavano nell’organizzazione della festa e perfino l’onore di portare la statua del santo in processione provocava discussioni: per evitare conflitti si arrivò a mettere quel privilegio all’asta. I rapporti tra cogneins e valsoanini potevano essere anche più... vivaci. Hertz incontrò nel 1912 un uomo di Cogne di 77 anni che, ricordando le antiche zuffe tra pellegrini, gli raccontò sorridendo: «Ah, saint Besse! [...] j’y ai attrapé un joli coup de couteau» ; insomma, si era preso una bella coltellata. (1) Le donne di Cogne, invece, avrebbero evitato persino di indossare il loro costume tradizionale per passare inosservate. Terminati i riti, però, le distanze sembravano ridursi. Comparivano fisarmoniche e bottiglie di vino, si preparava una grande zuppa da mangiare tutti insieme e cominciavano canti e risate. Rimaneva persino una piccola discordanza sul calendario. In Val Soana si sosteneva che la «vera» festa di San Besso fosse quella del 1° dicembre e che il 10 agosto fosse stato concesso dal vescovo per consentire ai montanari di celebrarlo in quota. Hertz osservò però che a Cogne della festa invernale sembravano non sapere nulla. Soldato per gli uni, pastore per gli altri; celebrato il 1° dicembre oppure il 10 agosto; conteso persino nel privilegio di portarne la statua. Eppure, da secoli, San Besso riesce ogni estate a far salire verso la stessa roccia uomini e donne provenienti dai due versanti della montagna. Magari litigavano anche. Ma il 10 agosto, alla fine, si ritrovavano tutti lassù, come ancora oggi, e le differenze tra i due versanti finivano per sfumare nella stessa fede in Dio. - Immagine di copertina: cartolina d'epoca. (1) R. Hertz, Sociologie religieuse et ethnographie (1912-1915) , edizione e presentazione di S. Baciocchi e N. Mariot, pp. 37/39.

La Madonna delle Nevi e il villaggio scomparso a Cogne Secondo la tradizione, l’antico capoluogo della valle di Cogne sarebbe stato il villaggio di Crêt. Situato nel vallone dell’Urtier, a 2.014 metri di altitudine, il sito potrebbe affacciarsi nelle fonti già agli inizi del XIII secolo. In seguito, però, i documenti ne parlano sempre più raramente. Il villaggio dovette cominciare a perdere importanza già durante il raffreddamento climatico che interessò l’Europa tra il XII e il XIII secolo e che spinse gli abitanti ad abbandonare gli insediamenti più elevati per stabilirsi intorno ai 1.500 metri di quota. Fu allora che il baricentro della valle si spostò nell’attuale Veulla, conosciuta anche come Cogne, dove nel 1202 venne consacrata la nuova chiesa parrocchiale e dove, pochi anni prima, i Savoia avevano autorizzato la costruzione di un castello. Crêt continuò tuttavia a vivere come uno dei piccoli nuclei sparsi della vallata, legato agli alti pascoli e alla loro frequentazione stagionale. Tra il XVI e il XIX secolo il clima cambiò nuovamente. Si aprì la cosiddetta Piccola Età Glaciale che, aggravata per la comunità anche dalle conseguenze della peste del 1630, segnò un nuovo periodo di difficoltà. Il piccolo abitato conobbe così il suo definitivo declino. Nel 1674, infatti, alcuni abitanti dichiararono che nella cappella del villaggio, allora dedicata a san Bartolomeo, da molto tempo non veniva più celebrata la Messa e che l’edificio versava in cattive condizioni. Intervennero allora alcuni benefattori del villaggio che assicurarono le risorse necessarie per celebrare a Cogne ogni anno una Messa il 5 agosto, giorno della Madonna delle Nevi, alla quale decisero di dedicare la cappella. (1) È possibile che questa nuova intitolazione fosse anche un’invocazione alla Vergine affinché proteggesse la comunità dagli effetti di quel lungo periodo di raffreddamento climatico. Da quel momento Crêt si spense lentamente. Nel 1722 era ancora indicato come «village» ; nel 1789 era già sceso al rango di «hameau» e nel 1887 veniva descritto come un semplice «chalet» . Da tempo, ormai, il sito non era più abitato durante tutto l’anno. Oggi, quasi come una silenziosa sentinella della memoria, rimane la cappella della Madonna delle Nevi. Non è però quella originaria. L’edificio attuale venne ricostruito poco più a monte verso la fine dell’Ottocento e nel 1983 fu completamente restaurato dal gruppo dell’Associazione Nazionale Alpini di Cogne. Quella cappella, insieme ai pochi ruderi superstiti e alle altre tracce ancora leggibili sul terreno, continua a ricordare l’esistenza di un antico villaggio. I recenti sondaggi archeologici hanno infatti confermato la presenza di un insediamento medievale, restituendo i resti di edifici, strutture murarie e focolari e aggiungendo nuovi elementi ai documenti che già ne lasciavano intuire l’antichità. La storia di Crêt, probabilmente, ha ancora molto da raccontare. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Archivio Notarile Distrettuale di Aosta, Tappa di Aosta, notaio Guichardaz, vol. 1158.

1877: una notte terribile per il Petit-Séminaire di Aosta Nel novembre 1877 Aosta si svegliò nel pieno della notte al suono delle campane e delle grida: «Au feu» . Erano circa le quattro del mattino quando il Petit-Séminaire, lungo l’attuale rue du Petit Séminaire, prese fuoco. L’incendio, raccontò «L’Echo du Val d’Aoste» , si manifestò quasi subito in tutta la sua violenza: una grande colonna di fumo e scintille illuminò la città ancora immersa nel buio, mentre le fiamme avevano già avvolto l’ala occidentale dell’edificio. (1) Le pompe arrivarono rapidamente, ma i primi tentativi di spegnere l’incendio fallirono per la mancanza d’acqua. In quel momento si potevano utilizzare soltanto due piccole fontane e a una di esse si riuscì ad accedere soltanto dopo averne abbattuto a colpi d’ascia la porta. La risposta della città fu immediata. Alcuni abitanti deviarono verso il seminario l’acqua del vicino ruscello. Due catene umane alimentarono senza sosta le pompe, mentre un’altra squadra cercava di impedire che il fuoco si propagasse ai prati vicini. «L’Echo du Val d’Aoste» ricordò l’impegno dei pompieri, dei militari della guarnigione e della popolazione accorsa in aiuto. Fra i volontari comparivano anche numerose donne, descritte come «non moins ardentes au travail que les hommes» . Per circa tre ore la lotta contro le fiamme proseguì senza sosta. Raggiunsero il luogo dell’incendio anche il sotto-prefetto, il direttore dei pompieri e alcuni consiglieri municipali. L’intervento riuscì a salvare una parte dell’edificio e soprattutto gli effetti personali degli studenti, sorpresi nel sonno. I pagliericci, rifatti da poco, avrebbero potuto alimentare rapidamente l’incendio, ma le fiamme non riuscirono a raggiungerli. In mezzo alla concitazione trovò spazio anche un episodio straziante. Un enorme maiale fuggì dal cortile del seminario, mezzo arrostito, correndo fra libri, grammatiche, lessici ed «Epitome» sparsi ovunque. I danni furono stimati tra le cinque e le seimila lire e interessarono soprattutto il tetto e i pavimenti del secondo piano. Più incerta rimase invece la causa dell’incendio. Il giornale riferì anche alcune voci secondo cui l’edificio, appartenente al vescovado, non fosse assicurato, evitando però di confermarle. Quella notte lasciò anche una testimonianza poco consueta sulla società valdostana dell’Ottocento. Nel ricordare i soccorsi, il cronista sentì infatti il bisogno di citare espressamente le molte donne accorse al Petit-Séminaire, impegnate - scrisse - «non moins ardentes au travail que les hommes» . Una frase breve, che restituisce con naturalezza una presenza femminile spesso lasciata sullo sfondo delle cronache, ma certamente non della vita della città. - L'immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con AI su indicazioni dell'autore. ( 1) «L’Echo du Val d’Aoste» , 8 novembre 1877.

Quando Aosta provò a fermare una guerra Alla fine del 1535 Aosta si trovò al centro di una difficile trattativa internazionale. Ginevra si stava progressivamente allontanando dall’autorità dei Savoia e si avvicinava alla Riforma, sostenuta da Berna, ormai protestante. Il duca di Savoia Carlo III tentava invece di conservare il proprio controllo sulla città. Per cercare una soluzione al conflitto, il 29 ottobre l’ambasciatore sabaudo Paolo Vagniono propose a Berna di tenere una conferenza di pace ad Aosta. La data fu fissata per il 21 novembre, «nonobstant la saison» : nonostante la stagione. (1) Non era un particolare da poco. Gli inviati di Berna dovevano attraversare il Gran San Bernardo alle soglie dell’inverno e partirono soltanto dopo avere ottenuto dal duca garanzie per una tregua con Ginevra. Arrivarono ad Aosta «un des derniers jours de novembre» . Ad attenderli, però, non trovarono Carlo III. Il duca propose allora di trasferire l’incontro a Torino o almeno a Ivrea. Gli inviati rifiutarono e rimasero ad Aosta. Fu Carlo III a raggiungerli il 4 dicembre e soltanto allora le trattative poterono cominciare. (2) L’accordo si rivelò presto difficile. Alle questioni politiche si aggiungeva quella religiosa e il duca dichiarò di non voler neppure sentir parlare di Riforma. Il 16 gennaio 1536 gli inviati bernesi lasciarono Aosta senza avere raggiunto un accordo. Poche settimane dopo gli avvenimenti precipitarono. Nel nuovo scontro tra Francesco I e Carlo V per il controllo dell’Italia settentrionale, le armate francesi invasero gli Stati sabaudi e occuparono gran parte della Savoia e del Piemonte. La Valle d’Aosta rimase fuori dall’occupazione e dovette provvedere in larga misura a sé stessa. Nacque subito il Conseil des Commis , che assunse importanti funzioni di governo. La Valle riuscì inoltre a mantenersi neutrale nel conflitto, pur restando fedele ai Savoia. Quando, con la pace di Cateau-Cambrésis del 1559, la dinastia rientrò nei propri domini, la Valle d’Aosta aveva vissuto oltre vent’anni sviluppando una capacità di autogoverno ancora più spiccata, accompagnata dalla libera scelta di adottare, fin dal 1536, il francese negli atti pubblici, tre anni prima dell’ordinanza di Villers-Cotterêts con la quale Francesco I impose nel 1539 l’uso del francese negli atti giudiziari e amministrativi del regno di Francia. - Immagine di copertina: veduta di Aosta, stampa metà XIX secolo. (1) «Le Chroniqueur - Recueil Historique et Journal de l’Helvétie Romande» , 1836, pp. 178-195. (2) J.-A. Duc, «Histoire de l’Église d’Aoste» , vol. V, p. 273.

Il valdostano più vecchio del mondo Nel 1754 moriva a Étroubles un uomo che aveva raggiunto una veneranda età. Si chiamava Jean-Georges Bertin ed era nato nello stesso paese il 2 giugno 1636. Morì a Étroubles il 2 febbraio 1754 a centodiciassette anni e otto mesi; forse il più vecchio del mondo in quegli anni. Gli abitanti lo chiamavano comunemente Georges «de Gnon», dal nome della casa in cui viveva, situata oltre il torrente, di fronte al villaggio di Échevenoz e già ridotta in rovina all’inizio del Novecento. Jean-Georges faceva il tornitore e l’età sembra non gli avesse tolto la capacità di lavorare: a centoquindici anni torniva ancora i fusi per le donne della sua parrocchia. Fu una cattiva annata a procurargli un incontro singolare. Non riuscendo a pagare una rendita dovuta all’episcopio, mandò ad Aosta il figlio Matthieu, che aveva già ottantasette anni, per chiedere al vescovo Pierre-François de Sales una dilazione. Il prelato, sorpreso nell’apprendere che quell’uomo così anziano avesse ancora il padre, volle conoscerlo. Qualche giorno dopo Jean-Georges, basso di statura ma robusto, scese dunque a piedi da Étroubles ad Aosta. Aveva centodiciassette anni. Pranzò alla tavola del vescovo insieme al «commandant de la ville» e il giorno seguente fu quest’ultimo a invitare entrambi a casa propria. La straordinaria età dell’ospite suscitò la curiosità dei commensali, che lo interrogarono a lungo sul suo modo di vivere e sulle ragioni di una vecchiaia tanto vigorosa. Secondo il racconto pubblicato nel 1905, (1) Jean-Georges indicò due semplici regole: «Boire peu de vin et se tenir loin des femmes, voilà [...] les deux chemins qui conduisent à un âge avancé» . Bere poco vino e stare lontano dalle donne erano, secondo lui, le due strade per arrivare a un’età avanzata. Monsignor Joseph-Auguste Duc, riprendendo successivamente l’episodio nella sua «Histoire de l’Église d’Aoste» , preferì una formulazione più discreta: «Boire peu de vin et garder la continence» . (2) Jean-Georges descrisse poi anche la propria alimentazione: «Ma nourriture habituelle est du pain de seigle, que je gratte près de ma fontaine et que j’accompagne avec du fromage, quand j’en ai» . Pane di segale, dunque, che grattava presso la sua fontana e accompagnava con formaggio, quando ne aveva. A quella dieta frugale aggiungeva qualche buon pezzo di camoscio procuratogli dal figlio Matthieu, rinomato cacciatore. Ecco una breve descrizione biografica di Jean-Georges Bertin che visse a lungo. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1 ) «Bulletin de la Société académique religieuse et scientifique du Duché d’Aoste» , vol. XIX, 1905, pp. 61-62. Il testo precisa che le notizie erano state trasmesse a Joseph-Auguste Duc dal priore Antoine Gal, da François-M. Beuchod, allora vicario di Étroubles, e da Joseph Curtaz, curato di Émarèse. (2) J.-A. Duc, «Histoire de l’Église d’Aoste» , vol. VIII, pp. 359-360.