Aosta vista dagli svizzeri

Mauro Caniggia Nicolotti • 23 dicembre 2020
Aosta vista dagli svizzeri

Il 14 luglio 1905 fu inaugurato il tratto della strada carrozzabile che collegava Aosta con il Gran San Bernardo. 
Il tracciato andava a connettersi con quello che dal colle scendeva a Martigny, percorso già aperto al traffico dagli svizzeri un anno prima. 
Per l’occasione i festeggiamenti valdostani furono tanti e le autorità elvetiche furono invitate ad Aosta. 

Grazie a quella ospitata in città, alcuni  giornali d'oltre confine ebbero modo di proporre ai loro lettori numerosi  paragoni tra Aosta e Sion (Vallese) e tra i rispettivi territori che fanno capo ai due agglomerati urbani.
Sebbene i due capoluoghi siano separati solo da un centinaio di chilometri, con la nascita del Regno d’Italia tale distanza sembrò moltiplicare; talmente tanto da far dimenticare a molte persone che tra i due territori - sempre in grande contatto tra loro nel corso dei secoli - l’unica cosa che li divideva era un contrafforte alpino e non la lingua, le tradizioni e la cultura. 

Fu così che qualche commentatore di allora, forse digiuno di storia, si meravigliò per le tante analogie esistenti tra la Valle d’Aosta e il Vallese; cadde nel medesimo "tranello" anche l’anonimo giornalista svizzero che in un articolo dipinse la realtà valdostana che vide.(1) 
Per la verità se la sua cronaca è pertinente, contemporaneamente presenta qualche stereotipo e pecca in alcuni punti; per esempio quello relativo al fatto che i valdostani sarebbero stati “mezzi francesi e mezzi italiani”. Probabilmente il giornalista fu ingannato sia dall’uso della lingua francese (idioma da secoli ufficiale in Valle), sia dall’italiano che, parlato da una piccola percentuale di abitanti (soprattutto giunti da fuori regione), aveva cominciato da tempo a insinuarsi nel tessuto valdostano. 
Dopotutto, anche i vallesani parlano francese e tedesco e per questo non possono essere catalogati come “mezzi francesi e mezzi tedeschi”, ma tant’è. 
Allora come oggi c’era qualcuno che non conosceva la parola “francofono” o “bilingue”... 
Tralasciando ulteriori polemiche, ecco la parte del racconto di allora che ci interessa: 

(...) "Con le sue antichità romane e i suoi 8.000 abitanti mezzi francesi e mezzi italiani, Aosta è una delle città più interessanti degli Stati Sardi(2) e la capitale del ducato che porta il suo nome. 
Quando si arriva ad Aosta da Saint-Christophe, si è colpiti dalla somiglianza che esiste tra questa città e la nostra bella Sion(3) osservata scendendo dalla strada di Savièse.(4) 
L’aspetto generale è il medesimo: stesse torri, stessi campanili e uno sfondo, che dà l’illusione di vedere quello di Les Mayens-de-Sion;(5) esiste anche qui su un’altura, ma un po’ meno a destra, una chiesa che ricorda quella di Salins.(6)
Con questi esempi si ferma la comparazione, perché, - senza parlare delle nostre deliziose colline di Tourbillon, Valère o Montorge(7) che nulla qua le può ricordare, - quando si percorrono le vie della città di Aosta non si trova quel clima intimo della capitale vallesana; quell’aria di fine bonomia e di vera gaiezza che caratterizza i nostri Sédunois. 
La gente di Aosta sembra chiusa, diffidente; mi sono persino detto, e mi è sembrato di vedere sui loro volti “à la Calabrais”, che sono un po’ sornioni. In ogni caso, sorprende vedere tanti mendicanti chiedervi l’elemosina mentre due passi più in là degli industriali che vi spelano come gli inglesi.(...)

Arrivato per la prima volta nell’antica città di Augusto, mi affretto a visitarne le meraviglie; ecco la casa natale di sant’Anselmo di Canterbury,(8) ecco, un po’ dappertutto il ricordo del grande benefattore di Aosta, l’arcidiacono Bernard de Menthon;(9) questi santi hanno contribuito alla grandezza della città pretoriana molto più che il prestigio di Augusto che le ha dato il nome. 
Tuttavia, quasi a unire in un unico ricordo queste tre glorie nazionali, ecco, poco distante dai resti dell’anfiteatro romano(10) e dall’Arco di Augusto, la massiccia Collegiata(11) con i suoi magnifici stalli, le sue interessanti galeries(12) e i suoi capitelli finemente cesellati.(13) Più oltre ammiro l’Hôtel de Ville; il Seminario; le superbe asile des Veillards,(14) ente di beneficenza sorto grazie all’iniziativa e all’inesauribile dedizione di Père Laurent, cappuccino; il Convento delle Suore di San Giuseppe con l’adiacente Orphélinat, la torre des Crevafaim (Bramafam) e quella dei Lebbrosi, immortalati dalla penna di Xavier de Maistre: la residenza o casa di Caccia del Re d’Italia;(15) infine la sede vescovile e la vecchia cattedrale ove siede, brillando di virtù, il venerabile vescovo Duc.(16)

Tuttavia, accanto alle testimonianze che il viaggiatore può ammirare, ci sono anche alcuni angoli di strade, certi viali, dove una società d’embellissement troverebbe un prezioso campo di attività; (...) nonostante le celebrazioni e le feste che continuano sotto gli auspici delle autorità della città e della provincia, avevo voglia di risalire fino al San Bernardo e rivedere il Vallese. 

Mentre salivo a piedi la bellissima valle che porta all’Ospizio,(17) mi sono accorto che molte valli laterali del nostro cantone hanno, con questa, una grande analogia. La Val d’Hérens,(18) per esempio, le assomiglia molto. Presenta più o meno la stessa disposizione dei villaggi e nella popolazione si trovano le stesse tradizioni e usanze. 
Ecco, ai piedi della valle, Saint-Christophe che ricorda molto bene Bramois;(19) in alto a destra, una dozzina di villaggi sparsi o frazioni: è la graziosa parrocchia di Roisan che potrebbe apparire come una parente stretta di ciò che noi chiamiamo Vex.(20)
Ma ad un certo punto, in una curva della strada, apparire i villaggi di Allein e Doues che evocano in modo del tutto naturale il ricordo di Hérémence(21) e di Mage,(22) ma le case sono meno affollate, i pendii meno ripidi, la terra meno morcelés. 
Etroubles, Saint-Oyen, Saint-Rémy potrebbero chiamarsi Euseigne,(23) Saint-Martin, Evolène.(24) 
Infine, questo delizioso Ollomont, un po’ a sinistra sul fianco della montagna, non perderebbe molto nell’essere scambiato con la motta del Rectorat de La Sage.(25) 

Le colture valdostane sono più o meno le stesse della Val d’Hérens, vite, patate, mais, segale, fagioli, prati, ma qui c’è in più una superba presenza di castagni e, va aggiunto che, essendo il terreno meno arido, la vegetazione è anche più lussureggiante. 
Come da noi, il mulo è molto utilizzato, ma viene impiegato principalmente per trainare la grosse carriole a due ruote in uso in queste contrade. 

Le persone sembrano laboriose, ma non si preoccupano del loro abbigliamento e della cura della pulizia. 
 Tutto sommato, e nonostante la nostra origine comune, c’è una differenza piuttosto grande tra il Valdostain(26) e il Vallesano e credo che ciò non sia solo per orgoglio nazionale che preferisco gli abitanti della valle del Rodano."

(1) Gazette du Valais, 24 luglio 1905. (2) Non più esistenti; i suoi territori furono inglobati poi nel Regno d’Italia proclamato nel 1861. (3) Sion è la capitale del Canton Vallese (Svizzera). (4) Savièse è un comune del Canton Vallese che si trova poco più a nord di Sion. (5) Luogo di montagna e di villeggiatura nelle vicinanze di Sion. (6) Piccolo villaggio nel Comune di Sion. Il riferimento è, forse, alla parrocchiale di Charvensod. (7) Diverse alture presso Sion coronate da altrettanti castelli. (8) In realtà si tratta di Sant’Anselmo di Aosta L’edificio si trova in via Sant’Anselmo. (9) San Bernardo di Mentone, come si credeva un tempo, in realtà è san Bernardo di Aosta (1020-1081). (10) Forse s’intende il teatro. Ancora oggi da molti viene chiamato erroneamente “anfiteatro”, monumento i cui resti si trovano invece poco più a nord. (11) ... di Sant’Orso. (12) Probabilmente si tratta del piccolo portico del Priorato. (13) Si tratta del chiostro romanico (metà del XII secolo). (14) Il riferimento era all’attuale centro residenziale per anziani “Refuge Pére Laurent” ancora oggi ben attivo. (15) Non è chiaro a cosa lo scrivente si riferisca; probabilmente al castello reale di Sarre distante - anche visivamente - dalla città. (16) Joseph-Auguste Duc, vescovo della Valle d’Aosta dal 1872 al 1907. (17) La valle del Gran San Bernardo. (18) Valle laterale di quella del Rodano che si apre a sud di Sion. (19) Villaggio del Comune di Sion. (20) Comune e capoluogo del distretto di Hérens. (21) Comune del distretto di Hérens. (22) Oggi Mase; villaggio del Comune di Mont-Noble, distretto di Hérens. (23) villaggio del Comune di Hérémence. (24) Comuni del distretto di Hérens. (25) La Sage: piccolo villaggio del Comune di Evolène posto a 1.667 metri d’altitudine. (26) La parola Valdostains era usata nei secoli precedenti; oggi è in uso il termine Valdôtains mutuato dal francoprovenzale Val d’Outa (Valle d’Aosta).
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 31 ottobre 2026
Quando il giorno dei Morti finivano anche le vacanze Oggi il giorno della commemorazione dei defunti è legato soprattutto al ricordo dei propri cari scomparsi e alla visita ai cimiteri. Ma nella Valle d’Aosta di metà Ottocento, per molti ragazzi, quella ricorrenza segnava anche la fine delle vacanze e il momento di lasciare la famiglia per tornare a scuola. Il 15 novembre del 1850, per esempio, il giornale «Feuille d’Annonces d’Aoste» raccontava che, subito dopo il giorno dei Morti, da tutte le strade che conducevano ad Aosta arrivavano gruppi di bambini e giovani, quasi sempre accompagnati dai genitori e seguiti da qualche animale da soma carico di bagagli. Erano gli studenti del Real Collegio (Saint-Bénin), che avevano trascorso le vacanze autunnali presso le rispettive famiglie. Un periodo di riposo dagli studi e di ritorno alla vita di casa, certamente diverso dalle vacanze che conosciamo oggi. Prima di ripartire avevano partecipato alle preghiere familiari per i defunti, concludendo così quel periodo trascorso accanto ai propri cari. Per alcuni di loro era il primo distacco da casa. Il cronista li descriveva impacciati, con gli abiti ancora «vierges de toute modification civilisatrice» e stupiti davanti ai palazzi di Aosta, tanto da rimanere basiti «à la vue de nos palais» . Eppure, mentre osservavano meravigliati la città, volgevano gli occhi pieni di lacrime verso i luoghi che avevano appena lasciato. Sulla fronte portavano ancora il bacio della madre, un bacio ancora caldo che la donna avrebbe voluto imprimere come un segno indelebile, capace di proteggerli dai pericoli della nuova vita. Era un timore che coinvolgeva anche il cronista, il professor Jean-Oyen Mellé, che paragonava quei giovani a piccoli uccelli che, lasciato il nido nel quale erano stati amorevolmente custoditi, si avventuravano timidamente nell’ «Océan des airs» . Il giorno seguente, il 4 novembre, era dedicato alla solenne distribuzione dei premi, «des prix modestes, récompenses de leurs travaux passés, et gages de leurs succès futurs» , modesti riconoscimenti per gli studi compiuti e auspicio dei successi futuri. La cerimonia, che si svolgeva nella chiesa del Collegio, era stata aperta dall’ «abbé» Guichardaz con un discorso sull’importanza dello studio della lingua francese. Si concludevano così le vacanze e cominciava un nuovo anno scolastico, fra il ricordo di chi non c’era più, il ritorno sui banchi e le speranze per l’avvenire. Passato, presente e futuro. - Immagine di copertina: Il cimitero di Gressoney-Saint-Jean (foto dell’autore).
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 29 ottobre 2026
La carrozza dei «miracoli» Alla fine dell’Ottocento, sulle strade della Valle d’Aosta, poteva capitare di incontrare una berlina trainata da quattro cavalli, accompagnata da alcuni musicisti che annunciavano l’arrivo di Ernesto Gandolfi, un venditore ambulante di medicinali che si presentava come professore di chirurgia, prometteva guarigioni e, generalmente, estraeva anche i denti. Una volta radunato il pubblico, cominciava la vendita di pomate e rimedi ai quali attribuiva virtù miracolose. Nel settembre del 1889, un abitante della Valtournenche, poco soddisfatto dei risultati ottenuti, reclamò pubblicamente su un giornale valdostano la restituzione delle 40 lire che aveva versato al sedicente professore. (1) Gandolfi continuò lo stesso a percorrere la Valle con la sua carrozza e i suoi musicisti, finché le sue attività finirono per interessare anche la giustizia. Il 9 aprile 1890 il pretore di Châtillon gli inflisse una multa di 125 lire per esercizio abusivo della professione medica. Pochi giorni dopo, la «Feuille d’Aoste» raccontò la vicenda definendolo un «charlatan manchot» . (2) Il 4 giugno successivo «Le Valdôtain» , sotto il titolo «Une étrange aventure» , raccontò quanto era accaduto a un medico valdostano che aveva tentato di fermare le attività del cavadenti ambulante. Indignato per quell’intrusione nel campo della medicina, si era rivolto al sindaco del proprio comune chiedendo che venissero applicate le disposizioni di legge. Non ricevendo alcuna risposta scrisse nuovamente al sindaco, ma anche la seconda lettera rimase senza seguito. Decise allora di rivolgersi alla Sottoprefettura, dalla quale ricevette finalmente una risposta: doveva rivolgersi al sindaco... Era stato un grido nel deserto. Le disposizioni, comunque, esistevano ed erano tutte dirette a reprimere gli abusi commessi da quanti esercitavano attività sanitarie senza averne i requisiti. Gandolfi, sentendosi tollerato, esercitava ormai il suo mestiere «au grand jour» , alla luce del sole, continuando indisturbato a vendere i propri rimedi «aux quatre vents» . E quando le autorità avessero finalmente deciso di intervenire, sarebbe già stato lontano, partito sotto l’occhio indifferente della polizia. (3) Intanto proseguivano anche le vicende giudiziarie: nell’agosto del 1890 la multa di 125 lire inflittagli a Châtillon giunse all’esame del tribunale di Aosta (4) e il 16 luglio del 1891 una sentenza gli inflisse tre nuove multe, rispettivamente di 50, 300 e 100 lire. In tutto 450 lire che, sommate alle 125 dell’anno precedente, portavano a 575 lire le sanzioni ricordate dalle cronache. (5) Ma Gandolfi aveva fatto parlare di sé anche ben lontano dalla Valle d’Aosta. L’11 maggio 1872, per esempio, il giornale inglese «The Graphic» gli aveva dedicato un’incisione che lo ritraeva a Campo de’ Fiori, a Roma, mentre, sopra un carro e accompagnato dai suoi musicisti, estraeva denti e vendeva medicinali davanti a una folla di curiosi. Al posto del braccio sinistro, perduto durante una campagna militare contro gli austriaci, aveva una protesi munita di uncino. Secondo il cronista, infatti, Gandolfi era stato soldato prima di dedicarsi a quel singolare mestiere, che comprendeva anche la vendita di una polvere capace, a suo dire, di liberare i denti dai vermi ritenuti responsabili del dolore. Il giornale inglese lo chiamava «Gandolpho Ernesti» . (6) La sua figura continuò a suscitare interesse anche in seguito, tanto che nel dicembre del 1950 venne pubblicato uno studio intitolato «Ernesto Gandolfi, il cavadenti monco (1843-1902)». (7) Insomma, l’unico miracolo che riuscì a compiere fu quello di sparire dalle cronache. - Immagine di copertina: Ernesto Gandolfi, il cavadenti ambulante , raffigurato a Campo de’ Fiori, a Roma, con i suoi musicisti e la protesi a uncino al posto del braccio sinistro. Incisione pubblicata su «The Graphic» l’11 maggio 1872. Fonte: Wellcome Collection, riferimento 21053i. Immagine di pubblico dominio (Public Domain Mark). (1) «Le Valdôtain» , 25 settembre 1889. (2) «Feuille d’Aoste» , 16 aprile 1890; «Le Valdôtain», 16 aprile 1890. (3) «Le Valdôtain» , 4 giugno 1890. (4) «Le Valdôtain» , 7 maggio, 6 agosto e 1° ottobre 1890. (5) «Le Valdôtain» , 24 luglio 1891. (6) «Le Valdôtain» , 24 luglio 1891. (7) R. Modica, «Rivista italiana di stomatologia» , dicembre 1950, vol. 5, n. 12, pp. 1669-1670.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 28 ottobre 2026
L’inesistente castello valdostano di Sant’Anna La sera del 15 settembre 1871, verso le sette, Vittorio Emanuele II attraversò Aosta di ritorno dalla Valsavarenche, dove si era recato per la seconda volta in quell’anno a caccia di stambecchi. Non era una visita ufficiale e il sovrano, diretto a Torino, non si fermò neppure per ricevere le autorità cittadine. Fu così che il vescovo di Aosta, monsignor Jacques-Joseph Jans, accompagnato dal suo vicario generale, dovette avvicinarsi alla carrozza reale per presentargli i propri omaggi attraverso la portiera. Al saluto si unirono le autorità civili, come raccontò qualche giorno dopo il giornale «L’Indépendant» . (1) Il giorno seguente, alle 13.40, Vittorio Emanuele II raggiunse Torino, accompagnato dal colonnello Gaietti, dal marchese di Cocconato e dal commendatore Aghemo. Sembrava così concludersi una delle tante visite del Re alle riserve di caccia valdostane, ma il giornale aggiunse un’ultima notizia che merita di essere riletta. Un decreto reale, pubblicato nella «Gazzetta Ufficiale» del 15 settembre e datato 14 agosto, avrebbe stabilito che da quel momento il castello di Sarre si sarebbe chiamato «castello Sant’Anna»: «Un décret royal publié dans la gazette officielle du 15 7bre, portant la date du 14 août et signé du château de Sarre, porte qu’il s’appellera désormais le château de Sainte-Anne» . (2) La «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia» del 15 settembre 1871 pubblicò effettivamente un decreto firmato da Vittorio Emanuele II il 14 agosto precedente. Era il numero 421 della seconda serie della Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno, e riguardava una questione che non aveva nulla a che vedere con la Valle d’Aosta: l’inserimento di una strada nell’elenco delle strade provinciali di Grosseto. In fondo al provvedimento compariva però una formula che poteva aver provocato l’equivoco: «Dato al R. Castello di S. Anna, addì 14 agosto 1871». (3) Il castello di Sant’Anna non era altro che la residenza reale costruita nel Cuneese, a Sant’Anna di Valdieri, dove Vittorio Emanuele II aveva fatto realizzare pochi anni prima, cioè tra il 1864 e il 1865, una palazzina destinata ai soggiorni e alle battute di caccia. La notizia pubblicata dall’«Indépendant» sembra quindi essere nata da un’interpretazione errata della formula con cui si concludeva l’atto reale. Un piccolo quiproquo. Il castello restò quello di Sarre, nome storico che l’ultimo re d’Italia, Umberto II di Savoia, riprese quando, dopo la vittoria della Repubblica al referendum del 1946, si stabilì in Portogallo assumendo il titolo di «conte di Sarre». (4) - Immagine di copertina: il castello di Sarre in una cartolina d'epoca (particolare). (1) «L’Indépendant» , 21 settembre 1871. (2) «Ivi». (3) «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia» , n. 252, 15 settembre 1871, p. 1, regio decreto 14 agosto 1871, n. 421. (4) «Le Confédéré» , 18 giugno 1946.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 26 ottobre 2026
«Mi venderebbe le vetrate della Cattedrale di Aosta?» Dal lontano 1876 giunge ad Aosta una lettera irricevibile. Un uomo, le cui generalità sfuggono, ma certamente un commerciante di oggetti antichi nella zona di Torino, cercava per un certo affare l’autorizzazione del canonico Édouard Bérard (1825-1889), che aveva già avuto modo di incontrare ad Aosta. L’uomo infatti era stato in Valle poiché, come ricordano le cronache, faceva parte di quelle persone che percorrevano in lungo e in largo la nostra regione con lo scopo di acquistare oggetti preziosi conservati negli edifici religiosi. In questo caso specifico, questo «chevalier d’industrie» , come venivano definiti simili «commercianti», insisteva con il religioso: «Quantunque il sottoscritto che ebbe l’onore di parlare con la S.V. in Aosta, circa gli oggetti antichi che ci sono nella Cattedrale», ricordando che il canonico era sempre stato assolutamente «contrario d’alienarli», con quella lettera credeva fosse «opportuno di rinnovarle la proposta se non altro, almeno per 12 finestre antiche» della Cattedrale risalenti ai secoli XV-XVI. Dopotutto, sosteneva l’uomo, si potevano rompere e lui era pronto a pagarle bene... (1) Bérard, oltre a essere uomo serio e onesto, era anche ispettore delle antichità per la Valle d’Aosta e la sua morale, la sua fede e la sua professionalità gli impedivano anche solo di pensare di cedere oggetti sacri o opere d’arte. Cosicché, le belle vetrate istoriate del Duomo di Aosta sono ancora al loro posto, sopravvissute a quasi cinque secoli e mezzo di storia e di “cavalieri” senza cavallo che hanno tentato di arrampicarcisi sopra. - Immagine di copertina: Interno della Cattedrale di Aosta. (1) Aosta, Biblioteca del Seminario Maggiore, Fondo Gal-Duc, VIII, 12.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 22 ottobre 2026
Aosta e l’uomo in barile Nella primavera del 1901, ad Aosta, c’era un uomo che combatteva quotidianamente contro un nemico difficile da sconfiggere: la polvere. Non disponeva di armi particolari, ma soltanto di una vecchia botte, con la quale percorreva piazza Charles-Albert, l’attuale piazza Chanoux, cercando di bagnare il terreno prima che il vento sollevasse fastidiosi nuvoloni di polvere. A raccontare la sua singolare battaglia fu il giornale «Jacques Bonhomme» del 24 maggio 1901, che salutò con una certa ironia la ricomparsa del «bonhomme au tonneau» , l’uomo con la botte, evidentemente un personaggio già conosciuto dagli abitanti della città e tornato in servizio con l’arrivo della bella stagione. All’epoca, quando le strade e le piazze non erano ancora asfaltate, la polvere rappresentava un problema tutt’altro che trascurabile, soprattutto nelle giornate ventose. Per limitarne gli effetti si ricorreva all’innaffiamento del terreno, un servizio che ad Aosta veniva svolto con un sistema piuttosto rudimentale. Possiamo immaginare il nostro uomo intento a trascinare o spingere un carretto sul quale era sistemata una botte piena d’acqua, munita probabilmente di un dispositivo per distribuirla sulla strada. Il problema era che, nonostante l’arrivo del nuovo secolo, nulla sembrava essere cambiato. Il giornale osservava infatti che l’unica miglioria apportata all’attrezzatura consisteva nell’aver ricoperto di catrame la vecchia botte, mentre il sistema d’innaffiamento continuava a essere in condizioni pietose. Il risultato era quasi comico: quando l’uomo riusciva finalmente a bagnare una parte della piazza, quella appena lasciata alle sue spalle era già asciutta. Il vento, insomma, lavorava più velocemente di lui, rendendo pressoché inutili tutti i suoi sforzi. Il giornalista, che sembrava provare una certa compassione per quel povero lavoratore, si domandava allora se fosse davvero impossibile inventare un sistema d’innaffiamento più efficace e meno primitivo. La critica, naturalmente, non era rivolta all’uomo, che faceva quello che poteva, ma all’amministrazione municipale, incapace di trovare una soluzione a un problema tanto semplice quanto fastidioso. Insomma, mentre l’uomo se ne andava in giro con il suo barile, l’amministrazione comunale sembrava proprio un pesce in barile.  Immagine di copertina: Piazza Chanoux; cartolina viaggiata nel 1913.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 19 ottobre 2026
Uno strano veicolo ai piedi del Monte Rosa La «locomotive Manzetti» , come veniva citata dai giornali valdostani e piemontesi degli anni 1869 e 1870, era una sorta di automobile che Manzetti aveva inventato nel 1864. Inizialmente il suo motore era a vapore, poi l’inventore si concentrò su altre forze, sperimentando benzina, ammonio, ecc. La novità è che per la prima volta si trattava di un veicolo leggero e capace di solcare le strade del normale traffico veicolare. Ma se queste notizie sono conosciute, è invece certamente una rarità quella secondo la quale il celebre birraio Anton Zimmermann (1803-1873), di Gressoney-Saint-Jean, nel 1872, come riportato dal giornale «L’Écho du Val d’Aoste» del 30 agosto, fu visto lungo la strada della valle del Lys, che collega Pont-Saint-Martin con Gressoney-La-Trinité, «soit jusqu’au pied du Mont-Rose» , alla guida di una vettura con «un genre de locomotion dont il est l’inventeur» . Una notizia purtroppo troppo breve per capire che cosa fosse quell’ «essai» e quale fosse la natura del veicolo e del suo sistema di movimento. La stampa di allora non riporta altro, lasciando un vuoto dietro a quell’evento. Forse Zimmermann fu ispirato dagli esperimenti fatti ad Aosta da Manzetti; certamente avrà studiato un mezzo di trasporto utile al trasporto delle sue famose birre, che produceva ad Aosta in via Xavier de Maistre, proprio a pochi passi da casa Manzetti.  - Immagine di copertina: cartolina viaggiata nel 1900: « Gressoney - San Giovanni. S. M. La regina sul Ponte del Lys ».
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 14 ottobre 2026
154 anni fa nascevano gli Alpini. E Aosta... Il 15 ottobre 1872 Vittorio Emanuele II decretò la fondazione del Corpo degli Alpini, inizialmente composto da quindici compagnie destinate alla difesa delle frontiere montane del Regno d’Italia. La nuova organizzazione militare interessava direttamente anche la Valle d’Aosta, tanto che il 1° novembre il giornale «L’Écho du Val d’Aoste» , sotto il titolo «Défense des Alpes» , ricordò la visita compiuta durante l’estate precedente da Bellati, un avvocato che aveva abbandonato la carriera forense per quella militare, diventando «lieutenant d’État-major» . Secondo il giornale, una o due delle nuove compagnie avrebbero potuto essere destinate al territorio valdostano. La previsione cominciò a prendere forma nei mesi successivi. Ad Aosta si cercò uno spazio idoneo per la caserma e il 1° aprile 1873, verso mezzogiorno, i primi Alpini fecero il loro ingresso in città. La compagnia contava circa 150 uomini, reclutati in buona parte nei paesi da Quart in su, cosicché per molti di quei soldati, almeno inizialmente, il servizio militare significava rimanere relativamente vicini a casa. La presenza dei nuovi soldati suscitò intanto l’interesse di altri paesi. Nel settembre 1873 il Consiglio comunale di Châtillon deliberò di chiedere una compagnia alpina, pensando certamente alla difesa delle montagne, ma anche ai vantaggi economici che una guarnigione avrebbe portato al paese. La richiesta si inseriva nell’ampliamento dei reparti alpini che l’Esercito stava già progettando e, nel dicembre dello stesso anno, il giornale annunciò che una nuova compagnia era in via di formazione a Châtillon, destinata ad aggiungersi a quelle di Aosta e Bard. Negli anni successivi l’organizzazione degli Alpini avrebbe conosciuto evoluzioni e cambiamenti, consolidando progressivamente il proprio ruolo nell’Esercito italiano. Era soltanto l’inizio di una lunga storia fatta di fatica, di guerre, di eroismo e, in tempi più recenti, anche di missioni di pace e di aiuto alle popolazioni. - Immagine di copertina: cartolina d'epoca. Fonti: «L'Écho du Val d’Aoste» , 1° novembre 1872; 17 gennaio, 21 e 28 marzo, 4 aprile, 18 e 25 luglio, 12 settembre, 31 ottobre e 12 dicembre 1873, 28 luglio 1879, 9 maggio 1884. «Le Patriote» , 2 maggio 1884.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 12 ottobre 2026
Il sole «impazzito» nei cieli di Aosta Nel luglio del 1847 una misteriosa foschia avvolse Aosta per cinque giorni, nascondendo quasi completamente le montagne, mentre il sole assunse un colore rosso intenso e fu accompagnato da insoliti fenomeni luminosi. La prima notizia comparve sulla «Feuille d’Annonces d’Aoste» del 15 luglio. Da qualche giorno il caldo era aumentato e la temperatura aveva raggiunto i 30 gradi, ma ciò che maggiormente stupiva gli abitanti era una sorta di vapore molto denso, comparso la mattina precedente, che nascondeva le montagne tanto da dare l’impressione di trovarsi nelle pianure d’Italia. Anche il sorgere e il tramontare del sole offrivano uno spettacolo straordinario, «au milieu des plus hautes montagnes des Alpes» . (1) La foschia persistette fino al 18 luglio, quando una leggera pioggia finì per dissiparla. Nel frattempo si erano verificati altri episodi, raccolti e descritti un mese dopo da Georges Carrel (1800-1870), canonico della cattedrale di Aosta e studioso di meteorologia. Carrel ricordò che nessuno, a memoria d’uomo, aveva mai osservato nella Valle d’Aosta un vapore atmosferico di quelle caratteristiche. Si domandò se potesse trattarsi di polvere sospesa nell’aria, di fumo proveniente dalle fornaci da calce o dagli altiforni, oppure di una nebbia umida. Considerò anche l’ipotesi di una nebbia secca, simile a quella che aveva interessato l’Europa nel giugno del 1783, quando il sole appariva rosso e privo di splendore. Quell’episodio era stato provocato dalla grande eruzione del vulcano islandese Laki, che aveva immesso nell’atmosfera enormi quantità di gas e particelle. (2) Nel caso del 1847, tuttavia, Carrel propendeva per una nebbia almeno parzialmente umida, sia per le indicazioni dell’igrometro e del barometro, sia perché il fenomeno si era concluso con una pioggia. Restavano però da spiegare gli straordinari effetti luminosi osservati intorno al sole. La mattina del 15 luglio alcune persone, dirette da Aosta al santuario di Plout, a Saint-Marcel, videro il sole nascente di un rosso intensissimo, tanto da poterlo fissare senza alcun fastidio. Era circondato da corone di colori differenti che sembravano ruotare ora in un senso, ora nell’altro, talvolta spezzandosi per poi ricongiungersi con grande rapidità. Carrel aggiunse, con una punta di ironia, che gli osservatori ne avevano tratto alcune conseguenze superstiziose. Ancora più sorprendente fu quanto raccontò il dottor Cristiani, che il 14 luglio stava tornando da Nus. Erano circa le sei del pomeriggio. Il cielo appariva sereno, qualche nube leggera velava appena le sommità delle montagne e i raggi del sole erano ancora chiari e vivaci. A un certo momento il medico abbassò lo sguardo per consultare l’orologio. Quando rialzò la testa, lo spettacolo era completamente cambiato. I raggi solari sembravano essersi spenti, senza che fosse sopraggiunta l’oscurità del tramonto. Davanti al sole appariva una sorta di corpo circolare, né trasparente né completamente opaco, leggermente più piccolo del disco solare, che sembrava ruotare con straordinaria rapidità, come uno di quei soli artificiali dei fuochi d’artificio che continuano a girare anche quando la miccia si è ormai consumata. Quel corpo non rimaneva fermo. Si abbassava, risaliva, si spostava a destra e a sinistra, lasciando scoperta una porzione del sole, che appariva di un arancione scuro e poteva essere osservato senza fastidio. Sotto i due dischi si distingueva inoltre una fascia di un bel violetto pallido, simile a una mezzaluna dalle estremità appuntite. Lo spettacolo terminò quando la cresta di una montagna nascose il sole. Carrel cercò di interpretare quelle osservazioni ricordando che gli aloni e le corone potevano derivare dall’interazione della luce con il vapore acqueo o con minuscoli cristalli di ghiaccio sospesi nell’atmosfera. Rimaneva però difficile spiegare il movimento degli anelli luminosi e concluse prudentemente: «Je suis loin d’avoir la prétention de vouloir expliquer tous les phénomènes que la météorologie nous présente» . Che cosa era dunque accaduto? Oggi sappiamo che polveri e gas prodotti dalle eruzioni vulcaniche possono essere trasportati nell’atmosfera per enormi distanze, velando il cielo e modificando il colore del sole. Nel 1847 erano in attività diversi vulcani, soprattutto in Indonesia, dove il Lamongan aveva eruttato fino alla fine di giugno. (3) Qualcosa di simile può verificarsi con i grandi incendi boschivi, come nel giugno del 2025, quando il fumo degli incendi del Canada attraversò l’Atlantico e raggiunse anche la Valle d’Aosta. Quanto alle corone colorate, potrebbero essere state prodotte dalla diffrazione della luce attraverso minuscole goccioline d’acqua sospese nell’atmosfera. Non sappiamo se nel luglio del 1847 la foschia avesse un’origine tanto lontana, ma le cronache ci hanno conservato la testimonianza di un fenomeno che trasformò per cinque giorni il cielo e il paesaggio di Aosta, lasciando senza una spiegazione completa persino gli studiosi dell’epoca. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) «Feuille d’Annonces d’Aoste» , 15 luglio 1847. (2) «Feuille d’Annonces d’Aoste» , 15 agosto 1847; si veda anche: Richard B. Stothers, The Great Dry Fog of 1783, «Climatic Change» , vol. 32, 1996, pp. 79-89. (3) Smithsonian Institution, Global Volcanism Program, documentazione storica del vulcano Lamongan, Giava, Indonesia. È registrata un’attività eruttiva dal 26 marzo al 26 giugno 1847.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 8 ottobre 2026
L’astrologo di Aosta.. . Il 26 dicembre 1849 ad Aosta faceva freddo. Il termometro, informava «L’Indépendant» , aveva segnato dieci gradi sotto zero. Il giornale, però, oltre a questa e ad altre notizie, ne riportava una molto particolare: «Un «astrologue» d’Aoste nous annonce un fort vent» . (1) Quell’«astrologo», che farebbe pensare a un personaggio circondato da sfere di cristallo e carte del cielo, era invece Georges Carrel (1800-1870), canonico e scienziato che aveva cominciato le osservazioni barometriche ad Aosta nel 1834 e che nel 1840 aveva sistemato sulla canonica una sorta di edicola per gli strumenti meteorologici. Da allora avrebbe continuato le sue rilevazioni per trent’anni. Il corsivo usato dal giornale per «astrologue» sottolineava l’ironia della definizione, sullo sfondo della diatriba che contrapponeva ormai la stampa cattolica e conservatrice a quella liberale. Nel 1853 l’ «astrologue d’Aoste» ricomparve. La «Feuille d’annonces d'Aoste» aveva appena passato in rassegna il tempo degli ultimi due anni: giorni di pioggia e di neve, siccità, millimetri d’acqua caduti. Poi spiegò ai lettori dove rivolgersi se proprio volevano conoscere in anticipo il tempo che avrebbe fatto. Potevano consultare alcuni famosi almanacchi ed evitare altre fonti, come l’ «astrologue» di Aosta. (2) L’ironia era evidente. Ed era rivolta a un uomo che il tempo lo studiava davvero. Passarono dieci anni e, nell’estate del 1863, il problema divenne molto pratico. Alcuni aostani avevano progettato una gita al Gran San Bernardo. Prima di partire volevano però sapere se il tempo li avrebbe favoriti. Consultarono tutto quello che avevano a disposizione, compreso l’« astrologue» di Aosta; ricorsero persino al telegrafo. Le risposte dovettero sembrare favorevoli, perché si misero in cammino. (3) Andò male. Grandine e temporali li «ont bien maltraités» , raccontò la «Feuille d’Aoste» , che concluse che avrebbero certamente evitato il contrattempo se, invece di affidarsi a tutti quei sistemi, avessero consultato semplicemente san Medardo. Insomma, con tutto il rispetto per i santi e per il detto secondo il quale «Se piove a San Medardo, pioverà per altri quaranta giorni», un giornale liberale moderato finiva per preferire alla scienza una credenza popolare, pur di fare critica politica... - Immagine di copertina: particolare di una cartolina d'epoca con la torretta Carrel al chiostro di Sant'Orso di Aosta. (1) «L’Indépendant» , 27 dicembre 1849. (2) «Feuille d’annonces d’Aoste» , 13 agosto 1853. (3) «Feuille d’Aoste» , 16 giugno 1863. Il giornale scrive: «On a consulté à cet égard tous les almanachs, Mathieu de la Drôme, l’astrologue d’Aoste; on a même recours au télégraphe» .
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 5 ottobre 2026
«Vendere» la Valle d’Aosta Quando nel 1861 fu proclamato il Regno d’Italia mancavano ancora il Veneto, sotto il dominio austriaco, e soprattutto il Lazio, territorio papale difeso dalla Francia. Napoleone III aveva favorito l’unificazione italiana, ma guardava con crescente preoccupazione a uno Stato destinato a diventare sempre più grande e potente. Fu così che, oltre agli accordi diplomatici, cominciarono a circolare voci di trattative segrete tra Italia e Francia relative a compensazioni territoriali da offrire a Napoleone III in cambio dei territori sopracitati. Si parlò di Sardegna, Liguria, isola d’Elba e terre piemontesi, ma soprattutto della Valle d’Aosta . L’obiettivo di ottenere Roma e di elevarla a capitale valeva, per qualcuno, la rinuncia a qualche area del Regno. La notizia arrivò immediatamente in Valle e il giornale valdostano «L’Indépendant» reagì con una frase che vale più di molte spiegazioni: «Les marchés des peuples sont toujours dégoutants au point de vue de la morale et de la saine politique» . (1) La reazione locale, tuttavia, fu più complessa. Il nuovo Regno aveva deluso molte speranze e la Valle si sentiva povera, periferica e dimenticata. La stampa arrivava a chiedersi provocatoriamente «Où la Vallée d’Aoste se trouve-t-elle située?» , ricordando persino che durante il periodo napoleonico erano state migliorate le comunicazioni attraverso i colli alpini. (2) Le voci di cessione finirono persino nelle questioni più spicce: alla fine del 1864 diversi Comuni valdostani dichiararono di trovarsi in difficoltà ad anticipare le imposte dovute per il 1865 e uno di essi propose addirittura di attendere poiché, se il governo francese fosse succeduto a quello italiano in Valle d’Aosta, che cosa se ne sarebbe fatto delle quietanze per somme già versate? (3) Anche la tanto attesa ferrovia Ivrea-Aosta finì dentro quel gioco. Proprio mentre circolavano le voci di cessione, il Parlamento sembrò finalmente interessarsi alla sua costruzione e «L’Indépendant» si domandò con malizia se si trattasse di «sincerità o bugia». Qualcuno, rincarando la dose, si chiedeva come potesse lo Stato investire denaro in una ferrovia destinata a una terra che sarebbe stata presto ceduta alla Francia. (4) La questione rimase aperta ancora per alcuni anni, fino a quando lo scacchiere internazionale portò prima il Veneto, nel 1866, poi Roma all’Italia quattro anni dopo. (5) Il grande gioco delle compensazioni territoriali perse improvvisamente significato e la Valle d’Aosta restò dov’era. Da qualche anno, però, aveva cessato di costituire una propria unità amministrativa: già Divisione e Provincia di Aosta, era stata addirittura declassata a circondario della Provincia di Torino. Finiva quel momento, ma continuava, anzi aumentava, l’incessante sogno di autonomia amministrativa, filo principale di cucitura del libro della storia valdostana. - Immagine di copertina: «La Sentinella delle Alpi» , 14 ottobre 1864. (1) «L’Indépendant» , 20 ottobre 1864. (2) «Feuille d’Aoste» , 13 dicembre 1864. (3) «Feuille d’Aoste» , 20 dicembre 1864. (4) «L’Indépendant» , 20 ottobre 1864. La linea Ivrea-Aosta sarebbe stata inaugurata soltanto nel 1886. (5) Approfondimenti: M. Caniggia Nicolotti, L. Poggianti, «Valle d’Aosta in saldo. Trattative segrete tra Italia e Francia per scambiare la Vallée con Roma e le Venezie» (2019).