Aosta vista dagli svizzeri

Mauro Caniggia Nicolotti • 23 dicembre 2020
Aosta vista dagli svizzeri

Il 14 luglio 1905 fu inaugurato il tratto della strada carrozzabile che collegava Aosta con il Gran San Bernardo. 
Il tracciato andava a connettersi con quello che dal colle scendeva a Martigny, percorso già aperto al traffico dagli svizzeri un anno prima. 
Per l’occasione i festeggiamenti valdostani furono tanti e le autorità elvetiche furono invitate ad Aosta. 

Grazie a quella ospitata in città, alcuni  giornali d'oltre confine ebbero modo di proporre ai loro lettori numerosi  paragoni tra Aosta e Sion (Vallese) e tra i rispettivi territori che fanno capo ai due agglomerati urbani.
Sebbene i due capoluoghi siano separati solo da un centinaio di chilometri, con la nascita del Regno d’Italia tale distanza sembrò moltiplicare; talmente tanto da far dimenticare a molte persone che tra i due territori - sempre in grande contatto tra loro nel corso dei secoli - l’unica cosa che li divideva era un contrafforte alpino e non la lingua, le tradizioni e la cultura. 

Fu così che qualche commentatore di allora, forse digiuno di storia, si meravigliò per le tante analogie esistenti tra la Valle d’Aosta e il Vallese; cadde nel medesimo "tranello" anche l’anonimo giornalista svizzero che in un articolo dipinse la realtà valdostana che vide.(1) 
Per la verità se la sua cronaca è pertinente, contemporaneamente presenta qualche stereotipo e pecca in alcuni punti; per esempio quello relativo al fatto che i valdostani sarebbero stati “mezzi francesi e mezzi italiani”. Probabilmente il giornalista fu ingannato sia dall’uso della lingua francese (idioma da secoli ufficiale in Valle), sia dall’italiano che, parlato da una piccola percentuale di abitanti (soprattutto giunti da fuori regione), aveva cominciato da tempo a insinuarsi nel tessuto valdostano. 
Dopotutto, anche i vallesani parlano francese e tedesco e per questo non possono essere catalogati come “mezzi francesi e mezzi tedeschi”, ma tant’è. 
Allora come oggi c’era qualcuno che non conosceva la parola “francofono” o “bilingue”... 
Tralasciando ulteriori polemiche, ecco la parte del racconto di allora che ci interessa: 

(...) "Con le sue antichità romane e i suoi 8.000 abitanti mezzi francesi e mezzi italiani, Aosta è una delle città più interessanti degli Stati Sardi(2) e la capitale del ducato che porta il suo nome. 
Quando si arriva ad Aosta da Saint-Christophe, si è colpiti dalla somiglianza che esiste tra questa città e la nostra bella Sion(3) osservata scendendo dalla strada di Savièse.(4) 
L’aspetto generale è il medesimo: stesse torri, stessi campanili e uno sfondo, che dà l’illusione di vedere quello di Les Mayens-de-Sion;(5) esiste anche qui su un’altura, ma un po’ meno a destra, una chiesa che ricorda quella di Salins.(6)
Con questi esempi si ferma la comparazione, perché, - senza parlare delle nostre deliziose colline di Tourbillon, Valère o Montorge(7) che nulla qua le può ricordare, - quando si percorrono le vie della città di Aosta non si trova quel clima intimo della capitale vallesana; quell’aria di fine bonomia e di vera gaiezza che caratterizza i nostri Sédunois
La gente di Aosta sembra chiusa, diffidente; mi sono persino detto, e mi è sembrato di vedere sui loro volti “à la Calabrais”, che sono un po’ sornioni. In ogni caso, sorprende vedere tanti mendicanti chiedervi l’elemosina mentre due passi più in là degli industriali che vi spelano come gli inglesi.(...)

Arrivato per la prima volta nell’antica città di Augusto, mi affretto a visitarne le meraviglie; ecco la casa natale di sant’Anselmo di Canterbury,(8) ecco, un po’ dappertutto il ricordo del grande benefattore di Aosta, l’arcidiacono Bernard de Menthon;(9) questi santi hanno contribuito alla grandezza della città pretoriana molto più che il prestigio di Augusto che le ha dato il nome. 
Tuttavia, quasi a unire in un unico ricordo queste tre glorie nazionali, ecco, poco distante dai resti dell’anfiteatro romano(10) e dall’Arco di Augusto, la massiccia Collegiata(11) con i suoi magnifici stalli, le sue interessanti galeries(12) e i suoi capitelli finemente cesellati.(13) Più oltre ammiro l’Hôtel de Ville; il Seminario; le superbe asile des Veillards,(14) ente di beneficenza sorto grazie all’iniziativa e all’inesauribile dedizione di Père Laurent, cappuccino; il Convento delle Suore di San Giuseppe con l’adiacente Orphélinat, la torre des Crevafaim (Bramafam) e quella dei Lebbrosi, immortalati dalla penna di Xavier de Maistre: la residenza o casa di Caccia del Re d’Italia;(15) infine la sede vescovile e la vecchia cattedrale ove siede, brillando di virtù, il venerabile vescovo Duc.(16)

Tuttavia, accanto alle testimonianze che il viaggiatore può ammirare, ci sono anche alcuni angoli di strade, certi viali, dove una società d’embellissement troverebbe un prezioso campo di attività; (...) nonostante le celebrazioni e le feste che continuano sotto gli auspici delle autorità della città e della provincia, avevo voglia di risalire fino al San Bernardo e rivedere il Vallese. 

Mentre salivo a piedi la bellissima valle che porta all’Ospizio,(17) mi sono accorto che molte valli laterali del nostro cantone hanno, con questa, una grande analogia. La Val d’Hérens,(18) per esempio, le assomiglia molto. Presenta più o meno la stessa disposizione dei villaggi e nella popolazione si trovano le stesse tradizioni e usanze. 
Ecco, ai piedi della valle, Saint-Christophe che ricorda molto bene Bramois;(19) in alto a destra, una dozzina di villaggi sparsi o frazioni: è la graziosa parrocchia di Roisan che potrebbe apparire come una parente stretta di ciò che noi chiamiamo Vex.(20)
Ma ad un certo punto, in una curva della strada, apparire i villaggi di Allein e Doues che evocano in modo del tutto naturale il ricordo di Hérémence(21) e di Mage,(22) ma le case sono meno affollate, i pendii meno ripidi, la terra meno morcelés
Etroubles, Saint-Oyen, Saint-Rémy potrebbero chiamarsi Euseigne,(23) Saint-Martin, Evolène.(24) 
Infine, questo delizioso Ollomont, un po’ a sinistra sul fianco della montagna, non perderebbe molto nell’essere scambiato con la motta del Rectorat de La Sage.(25) 

Le colture valdostane sono più o meno le stesse della Val d’Hérens, vite, patate, mais, segale, fagioli, prati, ma qui c’è in più una superba presenza di castagni e, va aggiunto che, essendo il terreno meno arido, la vegetazione è anche più lussureggiante. 
Come da noi, il mulo è molto utilizzato, ma viene impiegato principalmente per trainare la grosse carriole a due ruote in uso in queste contrade. 

Le persone sembrano laboriose, ma non si preoccupano del loro abbigliamento e della cura della pulizia. 
 Tutto sommato, e nonostante la nostra origine comune, c’è una differenza piuttosto grande tra il Valdostain(26) e il Vallesano e credo che ciò non sia solo per orgoglio nazionale che preferisco gli abitanti della valle del Rodano."

(1) Gazette du Valais, 24 luglio 1905. (2) Non più esistenti; i suoi territori furono inglobati poi nel Regno d’Italia proclamato nel 1861. (3) Sion è la capitale del Canton Vallese (Svizzera). (4) Savièse è un comune del Canton Vallese che si trova poco più a nord di Sion. (5) Luogo di montagna e di villeggiatura nelle vicinanze di Sion. (6) Piccolo villaggio nel Comune di Sion. Il riferimento è, forse, alla parrocchiale di Charvensod. (7) Diverse alture presso Sion coronate da altrettanti castelli. (8) In realtà si tratta di Sant’Anselmo di Aosta L’edificio si trova in via Sant’Anselmo. (9) San Bernardo di Mentone, come si credeva un tempo, in realtà è san Bernardo di Aosta (1020-1081). (10) Forse s’intende il teatro. Ancora oggi da molti viene chiamato erroneamente “anfiteatro”, monumento i cui resti si trovano invece poco più a nord. (11) ... di Sant’Orso. (12) Probabilmente si tratta del piccolo portico del Priorato. (13) Si tratta del chiostro romanico (metà del XII secolo). (14) Il riferimento era all’attuale centro residenziale per anziani “Refuge Pére Laurent” ancora oggi ben attivo. (15) Non è chiaro a cosa lo scrivente si riferisca; probabilmente al castello reale di Sarre distante - anche visivamente - dalla città. (16) Joseph-Auguste Duc, vescovo della Valle d’Aosta dal 1872 al 1907. (17) La valle del Gran San Bernardo. (18) Valle laterale di quella del Rodano che si apre a sud di Sion. (19) Villaggio del Comune di Sion. (20) Comune e capoluogo del distretto di Hérens. (21) Comune del distretto di Hérens. (22) Oggi Mase; villaggio del Comune di Mont-Noble, distretto di Hérens. (23) villaggio del Comune di Hérémence. (24) Comuni del distretto di Hérens. (25) La Sage: piccolo villaggio del Comune di Evolène posto a 1.667 metri d’altitudine. (26) La parola Valdostains era usata nei secoli precedenti; oggi è in uso il termine Valdôtains mutuato dal francoprovenzale Val d’Outa (Valle d’Aosta).
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 8 luglio 2026
I fili della memoria tra le valli di Cogne e Soana Le relazioni tra le valli di Cogne e Soana affondano le loro radici in un passato molto lontano. I documenti raccontano con chiarezza i legami che unirono le due comunità lungo i crinali della catena del Gran Paradiso e della Rosa dei Banchi, montagne che oggi sembrano dividerle ma che per secoli costituirono un naturale spazio d’incontro. Quei rapporti furono fatti di condivisioni e di contrasti. Emblematico fu il caso dell’alpeggio di Ondezana che, verso la metà del Settecento, passò dalla comunità di Cogne a quella della Valle dell’Orco. Il progressivo raffreddamento climatico della Piccola Età Glaciale rese infatti sempre più difficile il valico del colle, impedendo ai «cogneins» di raggiungere e utilizzare regolarmente l'alpeggio - oggi chiamato Teleccio - del quale possedevano la proprietà almeno fin dal 1206. Come dimenticare, poi, le vicende del Tuchinaggio nel pieno XIV secolo, quando gli abitanti di Cogne sostennero i valsoanini ribellatisi nel contesto delle lotte che contrapponevano i marchesi del Monferrato ai Savoia? Oppure il riso che, risalendo dalle pianure piemontesi attraverso la Val Soana, giunse fino a Cogne, dove sarebbe divenuto uno dei piatti della tradizione locale? E lo stesso ferro estratto dalle miniere di Cogne che, in più di un’occasione, invece di scendere verso Aosta, prese la via del versante canavesano. Il progressivo raffreddamento del clima finì tuttavia per interrompere quasi del tutto questi contatti. Soltanto un filo continuò a unire ogni estate le due comunità: quello della processione di San Besso (10 agosto). Ma esistono anche altri fili che, ancora oggi, continuano a intrecciarsi nella trama della storia. Sono fatti di amicizie, rapporti personali, iniziative condivise e scambi culturali che mantengono vivo il dialogo tra le due vallate. Uno di questi è rappresentato dalla biblioteca comunale di Ronco Canavese , definita dal sito istituzionale «un piccolo presidio culturale di montagna, dove libri, persone e paesaggi continuano a incontrarsi» . (1) Riaperta dopo anni di chiusura, è tornata a essere un luogo vivo di incontro e di iniziative culturali per la comunità. Il legame con la Valle d’Aosta si riflette anche nella scelta di intitolare la biblioteca a Maria Ida Viglino . Nata a Gignod nel 1915, apparteneva infatti a una famiglia originaria di Ronco Canavese. (2) Come molte altre, anche quella dei Viglino attraversò le montagne nella seconda metà dell’Ottocento per stabilirsi in Valle d’Aosta. Fra i protagonisti di questa migrazione vi fu Giovanni Michele Viglino che, insieme al fratello Carlo Giuseppe, lasciò Forzo nel 1869 per trasferirsi a Gignod, portando con sé il mestiere di stagnino. Qui nacque suo figlio Giovanni che, dopo un periodo trascorso con la sua famiglia nella regione parigina, rientrò in Valle d’Aosta stabilendosi a Saint-Christophe. (3) La figlia, Maria Ida, conseguì a Parigi nel 1931 il «Brevet d’enseignement primaire supérieur» . Dopo il rientro della famiglia in Valle d’Aosta, nel 1939 avviò il proprio percorso universitario a Torino, iscrivendosi a Scienze matematiche. (4) Durante la Resistenza partecipò alla lotta partigiana con il nome di battaglia «Piera» , assumendo la presidenza del Comitato di Liberazione Nazionale valdostano. Fu tra i fondatori dell’Union Valdôtaine e, nel 1946, entrò a far parte del primo Consiglio della Valle d’Aosta. Insegnante di matematica e preside, dedicò la propria vita alla scuola, alla difesa della lingua francese, dell’autonomia e dell’identità valdostana. Morì nel 1985. Ai funerali parteciparono autorità e cittadini; fra le corone di fiori fu notata anche quella del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. (5) «Siamo onorati di intitolare la nostra Biblioteca Comunale a questa donna, le cui radici provengono dal nostro territorio: di sangue valsoanino e valdostano, radici comuni che attraversano le montagne che hanno unito nei secoli le nostre valli» , si legge sul sito della biblioteca. (6) Quelle montagne che oggi siamo abituati a considerare un confine continuano invece a rivelarsi un luogo d’unione, lungo i cui crinali persone, famiglie e culture hanno saputo intrecciare, ieri come oggi, una storia comune. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) https://www.biblioronco.it/la-biblioteca . (2) La presenza dei Viglino in Valle d’Aosta non riguardò soltanto il ramo di Giovanni Michele. Giovanni Maria Viglino, «chaudronnier» originario di Ronco Canavese, sposò nel 1882 Adèle-Sophie Rey di Cogne; dieci anni più tardi Domenico Viglino, agricoltore, anch’egli proveniente da Ronco, sposò Marie-Virginie Bionaz di Saint-Christophe. L’Echo du Val d’Aoste , 7 luglio 1882; Feuille d’Aoste , 12 ottobre 1892. Questi matrimoni testimoniano come i rapporti tra il Canavese e la Valle d’Aosta fossero tutt’altro che episodici. (3) https://www.biblioronco.it/la-biblioteca . (4) R. Nicco, Maria Ida Viglino in Les Cents du Millénaire , p. 309. (5) Corriere della Valle d’Aosta , 27 giugno 1985. (6) https://www.biblioronco.it/la-biblioteca .
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 5 luglio 2026
Aosta, in attesa del treno: ieri e oggi Centoquarant’anni fa, il 4 luglio 1886, Aosta attendeva il suo treno. Era il compimento di un vecchio desiderio, inseguito per quasi trent’anni da un’intera regione. Il 7 luglio il giornale valdostano «Feuille d’Aoste» raccontava che, fin dal primo mattino, «la petite ville d’Aoste a revêtu ses plus beaux ornements» , con bandiere, drappi e festoni, mentre i comuni vicini «déversaient dans nos rues des flots de curieux» . Tutta una popolazione si era mossa verso la stazione, trattenuta in una lunga attesa resa ancora più intensa dai ritardi del convoglio. Poi, finalmente, «le sifflement de la vapeur vint réjouir toutes les oreilles» e il treno – due locomotive e ventotto vagoni – fece la sua «entrée triomphale» . Il vescovo di Aosta benedì le locomotive, ricordando come la Chiesa «acclame et bénit» i progressi della scienza, mentre nel pomeriggio fu inaugurata anche la statua di Vittorio Emanuele II, il re cacciatore; più tardi un banchetto di oltre quattrocento invitati prolungò la grande festa. Il giorno seguente, lo scoprimento della lapide dedicata a Innocenzo Manzetti rese omaggio a uno dei più grandi inventori del suo tempo. Nello stesso numero del periodico locale, in quarta pagina, si annunciava anche la messa in vendita di «Lo Tzemin de fer» , il poema che l’ abbé Jean-Baptiste Cerlogne, il più grande poeta dialettale valdostano, aveva composto per accompagnare l’arrivo della ferrovia. Si può dire che nello stesso momento in cui il treno entrava in Valle d’Aosta, il patois già lo raccontava, aggiungendo nuove parole nel suo vocabolario. Quando infine scese la sera, place Charles-Albert si illuminò grazie alla luce elettrica, una novità che il giornale paragonò a «un vrai soleil» e che lasciò la popolazione meravigliata, mentre i fuochi accesi sulle montagne e i fuochi d’artificio in città prolungarono nella notte quella festa di progresso. Centoquarant’anni dopo, mentre la linea verso Aosta resta ancora interrotta dai lunghi lavori in corso, la Valle d’Aosta si ritrova ancora una volta in attesa del ritorno del suo treno. Un’attesa diversa da quella del 1886: senza fanfare né luminarie, ma ancora accompagnata dalla speranza. Chissà cosa avrebbe scritto, per l’occasione, il buon abbé Cerlogne. «Lo tsemin de fer... élèitrique» ?  - Immagine di copertina: La stazione di Aosta in una cartolina d'epoca.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 2 luglio 2026
I vigneti di Cogne e di Champorcher Quante volte ci si lamenta del fatto che la burocrazia europea oppure quella statale produca norme pensate per territori molto diversi fra loro, senza tener conto delle differenze morfologiche, altitudinali, latitudinali, ambientali e socio-culturali. Eppure questo modo di legiferare non appartiene soltanto ai nostri tempi. Anche il Regno d’Italia offre molti esempi che, riletti oggi, conservano un sapore quantomeno curioso. Nel 1882, infatti, come annotava «L’Écho du Val d’Aoste» , furono approvate norme legislative degne di una barzelletta. Il giornale valdostano scriveva senza mezzi termini di «esclavage de l’Italie» , asserendo che si legiferava sotto il dominio della forma, della norma e della burocrazia. Un caso particolare era stato evidenziato e coinvolgeva i comuni di Cogne e Champorcher, chiamati a riunire i rispettivi consigli comunali per approvare una variante ai regolamenti di polizia rurale che introduceva precise misure contro la fillossera. Quel parassita, che in quegli anni devastava realmente molti vigneti, costituiva senza dubbio una minaccia seria per vaste regioni viticole europee. La situazione appariva però ben diversa a Cogne, Champorcher, così come in molte altre località valdostane, dove la vite non trovava spazio neppure nelle fasce più basse del territorio comunale, viste le altitudini sul livello del mare. Eppure i consigli, osservava il periodico, dovettero ugualmente «s’exécuter» , poiché la procedura amministrativa imponeva l’approvazione della variante anche là dove essa risultava del tutto inutile. La chiusa dell’ «Écho» non poteva che essere ironica: «La phylloxera à Cogne et à Champorcher, grands dieux!» . Un’esclamazione che richiamava direttamente anche il titolo stesso dell’articolo: «La fooorme» . È una piccola vicenda, certo, ma racconta bene quanto la distanza fra il centro e la periferia potesse apparire grande già allora. Quanto ai vini di Cogne e di Champorcher, possiamo concederci almeno questo: la fillossera, lassù, non avrebbe trovato davvero nulla da divorare, se non quelle inutili delibere comunali. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Edizione del 10 novembre.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 29 giugno 2026
Porca miseria… Nell’aprile del 1890, a Cossonay, nel canton Vaud in Svizzera, arrivarono alla fiera due branchi di maiali, per un totale di 270 capi, provenienti dalla Valle d’Aosta. Fin qui nulla di strano: da sempre i mercati elvetici ricevevano bestiame valdostano. Ma quella volta accadde qualcosa che bastò a far montare una polemica. Per portare gli animali dalla stazione ferroviaria al campo della fiera occorreva pagare venticinque centesimi di trasporto «de camionnage» a capo. Una piccola spesa, si direbbe. Eppure, «nos délicats Piémontais» - così venivano definiti i valdostani da un cronista che scrisse al «Nouvelliste vaudois» (1) - preferirono risparmiare quella somma facendo avanzare i maiali a piedi per le strade del paese. Passarono persino davanti alla prefettura, dove furono fermati e multati seduta stante per quaranta franchi. L’articolista annotava la cosa con un certo sarcasmo: avevano scelto di violare la legge vodese sapendolo benissimo: «le sachant et le voulant» . Paradossalmente, pagando la multa, avevano così risparmiato quindici centesimi di trasporto a capo. A giudizio del cronista, il vero problema stava nel percorso dei maiali. Gli animali, infatti, avevano seguito lo stesso tragitto battuto dal resto del bestiame della fiera, migliaia di capi destinati poi a disperdersi in tutta la Svizzera. Bastava che uno soltanto fosse malato perché il contagio potesse correre ovunque proprio nei giorni che precedevano la salita agli alpeggi. Era il tempo in cui la paura delle epizoozie pesava quasi quanto quella delle carestie. Il giornale ricordava il caso di San Gallo, dove ventimila capi erano stati abbattuti per fermare una malattia arrivata dall’Est Europa. Porca miseria, davvero, si potrebbe dire, allora. La miseria, il peso dei costi e il poco guadagno stavano spesso alla base della sopravvivenza e, sapendo che i loro maiali non erano infetti, gli allevatori valdostani scelsero di aggirare la norma. Non era corretto, certo, ma è facile capire a volta a cosa può costringere la necessità. La parola «maiale» sembra portare con sé un’eco antichissima, forse legata a Maia, dea della primavera e del risveglio della terra. E in quella primavera del 1890, a Cossonay, furono proprio i maiali valdostani a risvegliare, insieme al mercato, anche gli animi.  - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Le National Suisse , 24 aprile 1890.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 26 giugno 2026
Un neonato tra i cespugli di Bramafam (1877) Nel 1877, nei pressi del castello di Bramafam di Aosta, un giornale locale raccontò un fatto che si collocava ai limiti della cronaca nera. In un cespuglio, in un prato, era stato trovato un neonato, un maschietto, abbandonato da poche ore. A rinvenirlo fu la signora Degrandi. La piccola creatura godeva, scrisse il giornale, di perfetta salute. Fu affidata immediatamente all’autorità competente, registrata e collocata in un ricovero, mentre furono avviate le indagini di polizia per risalire a chi l’avesse esposta così, di nascosto, alla sorte, come si leggeva, «pour découvrir l’auteur dénaturé de cette exposition clandestine» . (1) Il giornale aggiungeva un dettaglio di pietà verso il trovatello che, con «louable charité» , il signor Degrandi si offrì di farsi carico personalmente del battesimo del bambino. (2) Lo stesso giornale ricordava che Jean Degrandi teneva «l’auberge du Jardin des Plantes» in via Challand e, l’anno successivo, annunciava l’apertura, sempre a suo nome, di un nuovo albergo nei pressi dell’attuale piazza Chanoux, con camere, cortile, scuderia e servizio curato. La famiglia Degrandi compariva dunque più volte nelle cronache cittadine di quegli anni come una famiglia, agiata e ben inserita nel tessuto sociale di Aosta. (3) Chissà, forse avrebbero potuto prendersi cura di quel bimbo. È soltanto un’ipotesi che viene oggi, ragionando col senno di poi. Qualche settimana dopo, però, la stampa tornò sulla vicenda. La madre del bambino era stata finalmente rintracciata e, cosa che il cronista sottolineava con un certo sollievo, l’istruttoria aveva escluso ogni idea di abbandono o, peggio, di delitto: il fatto sarebbe stato imputato a un semplice «malheur arrivé par… accident» . Una giustificazione poco chiara, senza ulteriore eco, ma, comunque fossero andate davvero le cose, con quella decisione giudiziaria fu posta fine a quella brutta vicenda. La vicenda si chiuse così, almeno sulla carta. Restò il silenzio. E nello scoramento che ancora oggi lascia leggere simili notizie, forse c’è almeno una certezza, anche se poco gratificante: a tragedie come questa non ci si abitua mai.  - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L’Écho du Val d’Aoste , 18 giugno 1877. (2) L’Écho du Val d’Aoste , 20 agosto 1877. (3) L’Écho du Val d’Aoste , 15 ottobre 1877, 23 settembre 1878.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 22 giugno 2026
Spostateviii!!! Anno 1896. Piena estate. Centro di Aosta. In quei giorni la città sembrava in balia del vento. Un «venticello» - scriveva un giornale - soffiava senza tregua «dal levare al tramontare del sole» , trasformandosi talvolta quasi in uragano. In piazza si vedevano volare cappelli e gonfiarsi gonne, mentre terriccio e polverame, vetri, lanterne e oggetti d’ogni sorta finivano per aria. Volteggiavano qua e là freneticamente, mentre quelli più pesanti tornavano giù veloci e pericolosi come proiettili. Fu proprio a causa di una folata, per esempio, che il grosso fanale appeso alla porta dell’allora birreria Bieler precipitò a terra. «Guai se sotto vi fosse stato qualcuno!», commentava il cronista. (1) Forse fu quel ventaccio a spaventare anche un cavallo la sera del 9 luglio, un giovedì. Un carro, guidato da un «giovinotto, di cui ignoriamo il nome» , (2) scendeva dal sobborgo di Saint-Etienne lungo rue Croix-de-Ville quando, all’improvviso, il cavallo si imbizzarrì. (3) «Di subito la bestia adombratasi per non sappiamo qual motivo si diede a corsa sfrenata» . Il quadrupede si lanciò allora senza sosta, veloce come il vento, seminando rumore, paura e un fuggi fuggi generale. (4) Per un istante la via sembrò sprofondare nel timore del peggio. La corsa dell’animale finì contro la vetrina di un orologiaio di via Aubert, «mandandogli in frantumi vetri, ed in aria orologi, sveglie, catenelle, ecc...» . Mentre alcuni passanti accorrevano per fermare il cavallo, il giovane conducente giaceva a terra svenuto, sbalzato nel tentativo di riprenderne il controllo. Poi tutto si calmò e sembrò tornare al suo posto, tranne, ovviamente, i danni. Paradossalmente, in quell’inizio di luglio del 1896, ad Aosta, tra animali imbizzarriti, fanali volanti, cappelli in fuga e gonne ribelli, le uniche cose davvero ferme furono gli orologi dell’orologiaio, danneggiati e sparsi tra la vetrina e il pavimento della bottega: uno scenario degno di Dalì e dei suoi orologi «molli». - In copertina: cartolina d'epoca. (1) L’Alpino , 10 luglio 1896. (2) L’Alpino , 17 luglio 1896. (3) Le Duché d’Aoste , 15 luglio 1896. (4) L’Alpino , 17 luglio 1896. 
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 14 giugno 2026
“Vi telefono… o aspetto il cane San Bernardo?” Il telefono arrivò sui colli valdostani nel 1887, soprattutto come supporto ai salvataggi di chi si trovava in difficoltà a causa delle condizioni climatiche. «La Valigia» annunciò che a dicembre era stata impiantata una comunicazione telefonica tra l’Ospizio del Piccolo San Bernardo, le case cantoniere e La Thuile, con apparecchi «del sistema Bell-Blake» , e ricordò che un servizio simile era già in funzione «da qualche tempo prima» tra l’Ospizio del Gran San Bernardo, la Cantina e l’ufficio telegrafico di Saint-Rhémy-en-Bosses. (1) Il 17 dicembre due carabinieri di Étroubles, segnalati di passaggio al valico, non giunsero a Saint-Rhémy-en-Bosses perché colti da una valanga. Due squadre di soccorso, allertate con una telefonata, li trovarono «au fond d’un couloir», stremati e in condizioni serie, e riuscirono a portarli in salvo. (2) La notizia attraversò rapidamente le Alpi e anche la Manica. La londinese «St James’s Gazette» , sotto il titolo «The Telephone in the Alps» , presentò il nuovo collegamento come uno strumento destinato a ridurre «the number of fatal accidents annually happening among French and Italian workmen while crossing the mountains between October and May» , cioè «il numero di incidenti mortali che ogni anno colpivano operai francesi e italiani nell’attraversamento dei passi tra ottobre e maggio» . (3) Quasi quindici anni dopo, il sistema era talmente entrato nell’uso da produrre anche una certa ironia. «Le Duché d’Aoste» del 14 agosto 1901, riprendendo il vallesano «L’Ami du Peuple» , raccontò di un turista francese che, sorpreso dalla nebbia, si sedette su una pietra aspettando i cani dell’ospizio. Il viaggiatore, definito con ironia «notre original tartarin» (allusione a Tartarino di Tarascona, personaggio spaccone e un po’ ingenuo di Daudet), non demordeva dal suo intento e continuò ad attendere i celebri cani del San Bernardo. I cani ovviamente non arrivarono. Poi il tempo migliorò e il "deluso cinofilo" giunse senza problemi all’ospizio. Reclamò. I religiosi, con molta pazienza, gli spiegarono che i loro ausiliari si muovevano soltanto su segnalazione o dopo una chiamata telefonica. Lungo la strada, sui due versanti, i rifugi erano dotati di apparecchio e, non appena giungeva una chiamata, partiva un uomo con il cane verso il punto indicato. L’animale portava al collo un paniere con pane, formaggio e vino. Anche nel cuore dell’inverno transitavano quotidianamente sei o sette persone attraverso il colle, che annualmente vedeva il passaggio di non meno di 15.000 lavoratori, mentre l’ospizio ospitava migliaia di viaggiatori e pellegrini. «Grâce au téléphone, on le sait, les accidents sont désormais très rares» , concludeva il giornale. E in effetti, anche se il vecchio cane San Bernardo continuava a fare la sua parte, ormai pure una telefonata poteva salvare delle vite. - Immagine di copertina: cane san Bernardo; cartolina d'epoca. (1) Edizione del 12 febbraio 1888. (2) Feuille d’Aoste , 4 gennaio 1888. (3) Edizione del 27 dicembre 1887.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 11 giugno 2026
Aosta e... gli oggetti volanti In passato, molte volte la città di Aosta fu teatro di episodi tanto curiosi quanto pericolosi. A quanto pare, finestre, balconi e davanzali sembravano talvolta animarsi di vita propria, trasformandosi in vere e proprie rampe di lancio dalle quali gli oggetti più comuni prendevano il volo come proiettili. Il 24 luglio 1875, per esempio, due signori stavano passeggiando lungo via Porta Pretoria quando un enorme coperchio di baule precipitò ai loro piedi con un fragore impressionante, tanto da gettare il panico tra i passanti. Se fosse caduto un solo istante più tardi, avrebbe potuto colpire uno dei due uomini alla testa. Lo scampato pericolo spinse un giornale locale a commentare l’accaduto con una punta d’ironia chiedendosi se gli appartamenti soprastanti non fossero abitati da qualche «briseur de têtes» . «Nous ne le croyons pas» , si rispondevano subito i cronisti, invitando però la polizia municipale a sorvegliare con maggiore attenzione. (1) Qualche anno più tardi fu invece una giovane domestica a pagare il prezzo di una finestra maneggiata con troppa leggerezza. Mentre percorreva via De Tillier, una vera e propria pioggia di vetri precipitò dal secondo piano di un edificio colpendola alla testa. I frammenti, scrisse il giornale, «s’y enfoncent et la lui labourent» , provocandole una ferita così grave da farle perdere i sensi. La ragazza fu soccorsa e quindi accompagnata «à la pharmacie de l’hôpital où ses blessures sont pansées et bandées» . Il cronista, che aveva aperto l’articolo con un eloquente «Attention aux fenêtres» , concluse osservando che si trattava di un incidente che avrebbe potuto avere conseguenze funeste e di cui il responsabile non poteva essere considerato esente da colpe. (2) Il caso più incredibile, però, fu quello che coinvolse un giovane abitante dell’attuale via Porta Pretoria. Nella notte del 16 agosto 1903 il ragazzo si era addormentato appollaiato alla finestra del terzo piano della propria abitazione. Nel sonno scivolò oltre il parapetto, ma si risvegliò all’improvviso riuscendo ad aggrapparsi ai fili del telegrafo. La caduta, « d’une hauteur de dix mètres» , fu in parte rallentata dai cavi, ai quali rimase sospeso per qualche istante prima di precipitare al suolo. La sua avventura si concluse con una gamba rotta e diverse lesioni al capo. (3) Sono alcune tra le cento storie che Aosta restituisce dai cieli del passato. Non erano oggetti non identificati, ovvio, ma volanti sì.  - In copertina: cartolina d'epoca, via de Tillier, Aosta. (1) Parmi les locataires de la maison du notaire Rosset y a-t-il peut-être des briseurs de têtes? Nous ne le croyons pas, mais nous leur rappelons qu’il est sévèrement défendu de jeter dans la rue des projectiles quelconques, à plus forte raison d’énormes couvercles; invitando al tempo stesso la polizia municipale a vigilare con attenzione e, se necessario, ad applicare sans pitié les peines établies par la loi . Feuille d’Aoste , 28 luglio 1875. (2) Le Duché d’Aoste , 6 gennaio 1897. (3) L’Union valdôtaine , 18 agosto 1903.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 8 giugno 2026
Vescovi di Aosta che non presero mai la strada di Aosta Nel corso del Cinquecento anche la Valle d’Aosta fu interessata dalle nuove idee religiose che attraversavano l’Europa. La diffusione di dottrine eterodosse fu particolarmente avvertita negli anni Venti di quel secolo a Brusson, Saint-Vincent e in Valtournenche. Le chiese di Torgnon e Antey furono perfino interdette a causa dell'influenza delle idee riformate provenienti dalle terre elvetiche attraverso il colle del Théodule. In un momento così delicato, la diocesi si trovò per anni senza una guida stabile. Ercole d’Azeglio e Amedeo Berruti, vescovi tra il 1511 e il 1525, per esempio, non risiedettero ad Aosta. Alla morte di Berruti la situazione si complicò ulteriormente perché la sede rimase vacante per tre anni poiché più di un candidato rifiutò l'incarico. Il protonotario apostolico Giovanni Battista Provana di Leinì dichiarò di non sentirsi all’altezza della carica. Anche lo spagnolo Álvaro Rodríguez, designato vescovo da Roma nel 1527, rinunciò prima ancora di mettersi in viaggio verso la Valle. Solo nel gennaio del 1528 papa Clemente VII nominò Pietro Gazino, che raggiunse finalmente Aosta e guidò la diocesi fino al 1566. Durante il suo lungo episcopato dovette affrontare il radicarsi della Riforma. Pur governando la diocesi negli anni del Concilio di Trento (1545-1563), non partecipò personalmente alle sessioni conciliari. Ancora nel 1557 il duca di Savoia lamentava che la Valle non fosse stata «purgata dagli elementi eterodossi» , mentre l'anno seguente denunciava la presenza della «maledetta settaccia lutherana» . Le autorità valdostane reagirono con fermezza contro la diffusione delle dottrine riformate. Per i colpevoli erano previste il carcere, la «strappade de corde» - una forma di tortura praticata mediante sospensione a una corda - e, per gli ostinati, addirittura il rogo: «bruslez comme hérétiques» . Tempi duri...  - Immagine di copertina: La cattedrale di Aosta (foto propr. autore).
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 4 giugno 2026
Voyadzo gratis Amé Gorret (1836-1907), sacerdote e alpinista originario di Valtournenche, fu una delle figure più singolari della Valle d’Aosta dell’Ottocento. Uomo dal carattere indipendente, brusco e spesso caustico, mal sopportava la vita troppo sedentaria e l’obbedienza formale. Per queste ragioni fu spostato più volte da una parrocchia all’altra; perfino in Savoia. Lui stesso diceva di essere «domicilié en route» . Ma dietro quella scorza ruvida si nascondeva un uomo perspicace, generoso e incapace di rinunciare alla propria franchezza. Fu proprio quando fu trasferito in Francia che nacque un episodio rimasto celebre. (1) Quando poteva, Gorret rientrava in Valle d’Aosta e, prima della partenza, girava per le botteghe acquistando piccole cose e immagini da regalare ai nipoti di Valtournenche. Una volta, però, tra souvenirs e qualche bicchierino di vino, aveva finito il denaro. Senza più soldi per il viaggio, corse alla stazione e salì sul treno senza acquistare il biglietto. Accucciato in un angolo del vagone, si addormentò per ore. Quando passavano i controllori, «en veyen si gran prére» , si guardavano bene dal disturbarlo. Ma vicino a Bourg-Saint-Maurice uno di loro trovò il coraggio di domandargli con insistenza fino a svegliarlo: - «Signore, come vi chiamate?» «Adon lo gran Gorret» , stropicciandosi e con aria stralunata, rispose: - «Io non mi chiamo affatto. Non mi sono mai chiamato. È il mondo che mi chiama e mi infastidisce!» Tanto bastò perché il controllore si spaventasse e, interdetto, scappasse a gambe levate. Paul Verlaine soleva dire che «il treno scivola senza mormorio; ogni carrozza è un salotto in cui si parla sottovoce». Il povero controllore, per farsi sentire dall' abbé Gorret che dormiva profondamente, dimenticò quella regola. Fu una pessima idea dato che sotto quella tonaca consumata dormiva un uomo buono come il pane, ma ruvido come la sua veste. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L'Union Valdôtaine , 1° gennaio 1946.