Il “misterioso” nevaio sopra Aosta

Mauro Caniggia Nicolotti • 24 luglio 2023
Il “misterioso” nevaio sopra Aosta

Un libro pubblicato nel 1841(1) menziona una credenza popolare valdostana legata a un particolare fenomeno meteorologico. L’autore afferma che gli fu fatto notare come indizio di altissima temperatura, e quindi di vino buono ed in quantità,(2) quando il giorno di Santa Maddalena il sole taglia la lettera s, porzione di ghiacciaio di tale forma, che splende a mezzodì d’Aosta nella screpolatura di un’alta montagna. È per questo che ancora oggi quel luogo è chiamato nevé de la remarque o S du bon vin
Si diceva che se tale massa di neve si divideva in due verso il centro il giorno di Santa Maddalena (il 22 luglio) o di Santa Cristina (24 luglio), ciò lasciava presagire una vendemmia successiva di ottimo livello, sia in termini quantitativi, sia qualitativi.

Il nevaio in questione si trova sotto la vetta del Mont-Père-Laurent (2.625 m), un costone situato al confine tra Pollein e Brissogne, ad est del Mont-Emilius (3.559 m).
In quel lontano 1841, durante il periodo della piccola era glaciale che aveva significativamente raffreddato il clima per tre secoli, ai meno esperti poteva sembrare un vero e proprio ghiacciaio, soprattutto perché la massa di neve presente in quegli anni era molto più consistente e resistente rispetto ai nostri giorni.(3)

La famosa “s” divenne anche oggetto di uno scherzo da parte del canonico Georges Carrel. Nel 1866, il religioso si trovava al Municipio di Aosta per una riunione del Club Alpino Italiano, quando, insieme ad altri soci si affacciò sul Grand Balcon per osservare le montagne a sud. L’avvocato Chevalier notò che la celebre “s” era ancora fort gonflé, interpretandola come un presagio di una vendemmia di scarsa qualità. 
Carrel, noto per essere qualche volta un farceur de première classe, ebbe un’idea divertente. Dopo aver osservato attentamente il nevaio con un cannocchiale, scommise che il 24 sarebbe stato coupé transersalement.(4) I presenti accettarono la sfida...

Il giorno successivo, Carrel salì all’Arpisson, dove incontrò due pastori conoscenti e chiese loro di accompagnarlo alla “s”. Lì tracciò dei segni sulla neve e chiese ai due uomini di recarsi sul posto per una decina di giorni, al mattino presto o al chiaro di luna, e di gettare della terra al centro del nevaio seguendo le sue precise indicazioni.

Il 24, tutti coloro che avevano partecipato alla sfida, si ritrovarono in un caffè della città con gli occhi puntati verso l’alto, osservando il nevaio che era nettement fendue dans toute sa largeur
Gli amici avvocati pagarono la scommessa offrendo una ricca mangiata. 

Tuttavia, due mesi dopo, dopo la désarpa, i due pastori scesero in città e, per caso, si trovarono a fare una piacevole bevuta in un frequentatissimo locale di Aosta. In quell’occasione, rivelarono l’incarico che Carrel aveva loro affidato. Coincidenza volle che uno degli avvocati fosse presente proprio in quel momento.

Qualche giorno dopo, incontrando il religioso al prato della Fiera, l’avvocato gli rimproverò quanto accaduto. Carrel, con la sua consueta calma, gli rispose che esiste un proverbio italiano che recita: “Passata la festa, gabbato lo santo”.(5)

La “s” del nevaio valdostano rimane un simbolo affascinante della saggezza e della cultura tramandate dalle generazioni precedenti, anche se ora sappiamo che il suo aspetto dipende da molteplici fattori climatici e non rappresenta una vera previsione per la vendemmia.

È attraverso storie come questa che la nostra cultura si arricchisce di aneddoti e leggende che ci connettono al passato e ci aiutano a preservare la nostra identità e tradizione.




Foto di copertina: Scatto del 21 giugno 2023.
(1) Frammenti di un viaggio in Piemonte, Lettera del prof. G. F. Baruffi; continuazione e fine; fascicolo VIII, in Poligrafo. Giornale di Scienze, lettere ed Arti e Commentario..., p. 135. (2) (...) que tous les vignerons de la plaine ont l’habitude d’observer en Juillet, car la disparition plus ou moins précoce de la neige, est un vrai pronostic de la maturité des raisins. Telle est d’ailleurs la “conta”. Le Messager Valdôtain, 1917, p. 39. (3) Generalmente, In questi anni il nevaio scioglie del tutto durante i primi giorni di luglio. (4) Le Messager Valdôtain, 1917, p. 40. (5) Le Messager Valdôtain, 1917, p. 41.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 8 giugno 2026
Vescovi di Aosta che non presero mai la strada di Aosta Nel corso del Cinquecento anche la Valle d’Aosta fu interessata dalle nuove idee religiose che attraversavano l’Europa. La diffusione di dottrine eterodosse fu particolarmente avvertita negli anni Venti di quel secolo a Brusson, Saint-Vincent e in Valtournenche. Le chiese di Torgnon e Antey furono perfino interdette a causa dell'influenza delle idee riformate provenienti dalle terre elvetiche attraverso il colle del Théodule. In un momento così delicato, la diocesi si trovò per anni senza una guida stabile. Ercole d’Azeglio e Amedeo Berruti, vescovi tra il 1511 e il 1525, per esempio, non risiedettero ad Aosta. Alla morte di Berruti la situazione si complicò ulteriormente perché la sede rimase vacante per tre anni poiché più di un candidato rifiutò l'incarico. Il protonotario apostolico Giovanni Battista Provana di Leinì dichiarò di non sentirsi all’altezza della carica. Anche lo spagnolo Álvaro Rodríguez, designato vescovo da Roma nel 1527, rinunciò prima ancora di mettersi in viaggio verso la Valle. Solo nel gennaio del 1528 papa Clemente VII nominò Pietro Gazino, che raggiunse finalmente Aosta e guidò la diocesi fino al 1566. Durante il suo lungo episcopato dovette affrontare il radicarsi della Riforma. Pur governando la diocesi negli anni del Concilio di Trento (1545-1563), non partecipò personalmente alle sessioni conciliari. Ancora nel 1557 il duca di Savoia lamentava che la Valle non fosse stata «purgata dagli elementi eterodossi» , mentre l'anno seguente denunciava la presenza della «maledetta settaccia lutherana» . Le autorità valdostane reagirono con fermezza contro la diffusione delle dottrine riformate. Per i colpevoli erano previste il carcere, la «strappade de corde» - una forma di tortura praticata mediante sospensione a una corda - e, per gli ostinati, addirittura il rogo: «bruslez comme hérétiques» . Tempi duri...  - Immagine di copertina: La cattedrale di Aosta (foto propr. autore).
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 4 giugno 2026
Voyadzo gratis Amé Gorret (1836-1907), sacerdote e alpinista originario di Valtournenche, fu una delle figure più singolari della Valle d’Aosta dell’Ottocento. Uomo dal carattere indipendente, brusco e spesso caustico, mal sopportava la vita troppo sedentaria e l’obbedienza formale. Per queste ragioni fu spostato più volte da una parrocchia all’altra; perfino in Savoia. Lui stesso diceva di essere «domicilié en route» . Ma dietro quella scorza ruvida si nascondeva un uomo perspicace, generoso e incapace di rinunciare alla propria franchezza. Fu proprio quando fu trasferito in Francia che nacque un episodio rimasto celebre. (1) Quando poteva, Gorret rientrava in Valle d’Aosta e, prima della partenza, girava per le botteghe acquistando piccole cose e immagini da regalare ai nipoti di Valtournenche. Una volta, però, tra souvenirs e qualche bicchierino di vino, aveva finito il denaro. Senza più soldi per il viaggio, corse alla stazione e salì sul treno senza acquistare il biglietto. Accucciato in un angolo del vagone, si addormentò per ore. Quando passavano i controllori, «en veyen si gran prére» , si guardavano bene dal disturbarlo. Ma vicino a Bourg-Saint-Maurice uno di loro trovò il coraggio di domandargli con insistenza fino a svegliarlo: - «Signore, come vi chiamate?» «Adon lo gran Gorret» , stropicciandosi e con aria stralunata, rispose: - «Io non mi chiamo affatto. Non mi sono mai chiamato. È il mondo che mi chiama e mi infastidisce!» Tanto bastò perché il controllore si spaventasse e, interdetto, scappasse a gambe levate. Paul Verlaine soleva dire che «il treno scivola senza mormorio; ogni carrozza è un salotto in cui si parla sottovoce». Il povero controllore, per farsi sentire dall' abbé Gorret che dormiva profondamente, dimenticò quella regola. Fu una pessima idea dato che sotto quella tonaca consumata dormiva un uomo buono come il pane, ma ruvido come la sua veste. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L'Union Valdôtaine , 1° gennaio 1946.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 1 giugno 2026
Votate! (“On doit le 2 juin aller voter”) Nel maggio del 1946 i giornali valdostani pubblicarono un curioso avviso destinato ai cittadini chiamati alle urne il 2 giugno . Il titolo era secco, quasi perentorio: «On doit le 2 juin aller voter» . Bisognava andare a votare. Sotto compariva il richiamo al Decreto Legislativo Luogotenenziale 10 marzo 1946 n. 74, quello che regolava l’elezione dell’ Assemblea Costituente . Il testo ricordava che il voto era «un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il paese in un momento decisivo della vita nazionale» . Per chi si fosse astenuto senza giustificato motivo erano previste conseguenze oggi quasi impensabili. L’elenco degli assenti sarebbe stato esposto per un mese nell’albo comunale; per cinque anni sui certificati di buona condotta avrebbe potuto comparire la nota «non ha votato» . Una formula che, allora, poteva creare disagi concreti nella vita quotidiana. Letto oggi, quel trafiletto sorprende. Sembra appartenere ad un altro mondo. E in effetti lo era. L’Italia del 1946 usciva da vent’anni di fascismo, dalla guerra civile, dai bombardamenti, dall’occupazione tedesca, dalla fame. Molte località erano semidistrutte; migliaia di famiglie attendevano ancora il ritorno di uomini dispersi o prigionieri. Eppure proprio in quel clima il voto venne vissuto come qualcosa di enorme importanza. Per la prima volta le donne italiane partecipavano ad una consultazione politica nazionale. Per la prima volta gli italiani erano chiamati a scegliere direttamente la forma dello Stato - monarchia o repubblica - e contemporaneamente ad eleggere l’ Assemblea che avrebbe scritto la Costituzione . Dietro quel tono severo vi era la paura del vuoto politico lasciato dalla dittatura e dall’indifferenza. Dopo anni nei quali le elezioni erano state svuotate o trasformate in rituale, la partecipazione appariva una necessità quasi vitale per la ricostruzione del Paese. In Valle d’Aosta quel voto arrivò in un momento delicatissimo. La questione valdostana era apertissima; la Francia non disdegnava l’annessione; l’autonomia si trovava ancora in una fase incerta e fragile e il 2 giugno fu percepito come un passaggio decisivo. Ottant’anni dopo il clima è completamente diverso. Nessuno rischia più di vedere il proprio nome affisso all’albo comunale per non essere andato alle urne e nessuno metterebbe seriamente in discussione il diritto di astenersi. La Repubblica, col tempo, ha scelto giustamente di lasciare piena libertà anche nel non voto . Resta però una domanda difficile. Che cosa si è spezzato, in questi decenni, fra gli italiani e quel senso di partecipazione che nel 1946 sembrava quasi naturale? Perché oggi milioni di cittadini considerano le urne inutili, lontane o incapaci di incidere sulla realtà? Le risposte sono molte: la crisi dei partiti storici, la sfiducia nelle istituzioni, la sensazione che le decisioni reali vengano prese altrove, il logoramento del linguaggio politico. Ridurre tutto a disinteresse o superficialità sarebbe troppo semplice. Eppure quel trafiletto comparso sulla stampa valdostana nel maggio del 1946 conserva ancora qualcosa di potente. Non tanto per le sue minacce amministrative, oggi lontanissime dalla nostra sensibilità, quanto perché restituisce il valore che allora si attribuiva al voto. Per una generazione uscita dalla guerra, mettere una scheda nell’urna significava partecipare concretamente alla nascita di un paese nuovo. Forse è proprio questa distanza - più ancora dei numeri dell’astensione - a raccontare meglio gli ottant’anni della Repubblica italiana. Per la generazione del 1946 la Repubblica non era qualcosa di acquisito.  Era qualcosa da costruire, un’urna alla volta . Immagine di copertina: Augusta Praetoria , 11 maggio 1946.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 28 maggio 2026
I “lenzuoli” di Brusson - tra miracolo e scienza Il 1867, come registrò con chiarezza la stampa valdostana dell’epoca, fu un anno durissimo. Il 17 settembre la «Feuille d’Aoste» raccolse sotto il titolo «Les malheurs de 1867» una lista impietosa: gelate straordinarie, raccolti poveri, vigne rovinate, siccità, bestiame da vendere e, sopra ogni cosa, il colera, che aveva fatto numerose vittime in tutta la Valle d’Aosta. In quel clima, anche i fatti più minuti sembravano assumere un significato più largo. Il 6 giugno «L’Indépendant» riferì da Brusson un «phénomène prodigieux». Da più di una settimana, presso una cappella del capoluogo, (1) oltre cinquanta persone vedevano la stessa cosa: su una superficie di circa sei metri resisteva una macchia di neve fresca. Intorno, nulla. Per trovare altra neve bisognava camminare due o tre ore verso l’alto. La forma, secondo il giornale, appariva così regolare da ricordare ai passanti dei lenzuoli bianchi ( «des linceuils blancs» ) stesi a terra. L’articolo si chiudeva con una formula sospesa tra curiosità e prudenza: «Nous prions les théologiens et les physiciens d’examiner le fait» . I teologi, probabilmente, potevano restare tranquilli. I fisici bastavano. Il 25 maggio lo stesso giornale aveva infatti annunciato un brusco abbassamento della temperatura: il termometro era sceso fino a zero e quel raffreddamento generale aveva prodotto gelate devastanti nelle vigne della Valdigne e della piana di Aosta, compromettendo seriamente la vendemmia. Anche «les blés de la montagne, le maïs, les pommes de terre, etc.» erano stati «gravement endommagés» . Rimaneva comunque quel fatto curioso: una gelata forse persistente perché protetta dall’ombra o da una particolare condizione del terreno. In un anno segnato da malattie, raccolti perduti e paura, bastava poco perché la cronaca scivolasse verso una specie di prodigio. Del resto, in quei mesi i giornali raccoglievano volentieri notizie singolari. Il 4 marzo la «Feuille d’Aoste» aveva riportato un episodio proveniente dall’Ungheria: dopo il passaggio di due meteoriti, alcuni testimoni avevano udito una detonazione; nella notte seguente sarebbe caduto un metro e mezzo di neve. Gli animali condotti «à l’abreuvoir» la mangiavano con piacere. Qualcuno ne raccolse una grande quantità, la fece bollire ed evaporare, e notò che il residuo lasciava una discreta quantità di sale. Nel 1867, dunque, la neve poteva... ammantare anche la cronaca.  - Immagine di copertina: Panorama di Brusson; cartolina viaggiata nel 1917. (1) Si potrebbero considerare le cappelle di Pila, Fontaine o forse anche San Valentino.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 24 maggio 2026
“Vi dico come sarà la Valle d’Aosta fra 200 anni” Il 31 ottobre 1844 la «Feuille d’Annonces d’Aoste» pubblicò un articolo dell’avvocato Alcide Bochet (1802-1859) dal titolo significativo: «Améliorations et découvertes prophétisées» . Il testo sembrava una proiezione della Valle d’Aosta di quasi due secoli dopo. In anni in cui le ferrovie erano ancora una novità e i grandi trafori alpini appartenevano quasi alla fantasia, Bochet delineò una serie di trasformazioni che, tra Otto e Novecento, sarebbero in parte diventate realtà. «Nous vivons dans un siècle de grandes découvertes et de projets vraiment extraordinaires» , scriveva in apertura. Per migliorare la società valdostana e non solo, osservava, qualcuno stava già calcolando la spesa necessaria a perforare il Monte Bianco «afin d’opérer des voyages souterrains entre Courmayeur et Chamouny» . Poi spingeva il ragionamento ancora oltre. Perché non forare anche sotto la Becca di Nona e le montagne retrostanti? In questo modo, invece di aggirare i rilievi per uscire dalla Valle, si sarebbe potuti arrivare «en ligne droite» fino a Torino, installandovi «les chemins de fer et les voitures à vapeur» . Quando Bochet scriveva quelle righe mancavano ancora sedici anni all’apertura del traforo ferroviario del Fréjus, inaugurato nel 1871 dopo lavori immensi. Il traforo del Monte Bianco, evocato quasi come un sogno futuristico, sarebbe invece entrato in funzione soltanto nel 1965, ben 121 anni più tardi. Il passaggio diretto sotto la Becca di Nona non uscì mai dall’immaginazione, anche se l’idea riapparve più volte tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento; qualcuno tornò persino a parlarne agli inizi del XXI secolo. Bochet immaginava anche nuove strade verso i colli del San Bernardo. La carrozzabile del Piccolo San Bernardo sarebbe arrivata pochi anni più tardi, mentre quella del Gran San Bernardo venne completata circa sessant’anni dopo. Allora, sosteneva, «l’industrie et le commerce fleuriront» , mentre abbondanza e prosperità avrebbero trasformato la Valle d’Aosta fino a raddoppiarne o triplicarne la popolazione. Nel 1844 i valdostani erano circa 90.000; oggi sono poco più di 120.000. La crescita non raggiunse dunque le dimensioni immaginate da Bochet, ma la trasformazione economica e sociale della regione fu comunque profonda. Non mancavano altre intuizioni. I mineralogisti, secondo lui, avrebbero scoperto miniere d’oro e d’argento. Non avvenne esattamente in quei termini, ma miniere come quelle di Cogne, Ollomont o La Thuile divennero importanti risorse economiche per oltre un secolo. Le acque della Dora Baltea e del Buthier, scriveva ancora, sarebbero state regolate da grandi dighe capaci di fermare le inondazioni e sostenere l’agricoltura. Bochet non poteva immaginare l’idroelettrico moderno, eppure dighe come Place-Moulin, Beauregard e molte altre avrebbero effettivamente trasformato la montagna valdostana nel Novecento. Gli stessi corsi d’acqua, secondo lui, avrebbero favorito il trasporto del legname verso Aosta e sostenuto nuove coltivazioni: barbabietole da zucchero, vigneti, meleti. Anche la città futura trovava spazio nelle sue pagine. Bochet prevedeva un nuovo cimitero collocato lontano dal centro abitato e immaginava un corpo di pompieri a cavallo per contrastare gli incendi che colpivano frequentemente paesi e villaggi valdostani. Infine descriveva una piazza di Aosta che, «dans sa magnificence» , non avrebbe avuto nulla da invidiare alle altre piazze dello Stato sabaudo. Riletto oggi, quel testo colpisce soprattutto per la distanza temporale tra l’idea e la sua eventuale realizzazione. Molte opere prospettate da Bochet richiesero decenni, talvolta oltre un secolo. Altre non videro mai la luce. Eppure, dietro quelle pagine del 1844, c’era già qualcuno che provava a immaginare la Valle d’Aosta del futuro.  Immagine di copertina: "Petit Saint-Bernard. - Colonne de Joux, altitude 2762 mètres" , cartolina d'epoca, archivio dell'autore.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 19 maggio 2026
Il fleyé musicale è valdostano Il fleyé nacque come strumento musicale nel 1959 in Valle d’Aosta. Ben più antica è invece la storia dell’oggetto da cui derivò: il fléau , ovvero il correggiato agricolo utilizzato per la battitura dei cereali. Diffuso per secoli in gran parte dell’Europa e in numerose altre aree del mondo, era formato da due elementi lignei collegati fra loro da corregge o snodi, struttura che permetteva di colpire e separare il grano dalla paglia. Il termine francese fléau trova nel francoprovenzale valdostano forme locali come flèyì e flèyë . La particolare conformazione dello strumento ne favorì talvolta anche un uso offensivo. In varie regioni europee il correggiato agricolo venne infatti adattato ad arma improvvisata, soprattutto fra tardo Medioevo ed età moderna. Le fonti ricordano casi nell’Europa centrale, nel mondo germanico e nelle guerre contadine, dove strumenti analoghi comparvero anche nei manuali di scherma tedeschi ( Fechtbücher ). Anche la Valle d’Aosta conserva tracce di questo universo materiale. Nei documenti del Conseil des Commis del XVI secolo compaiono infatti termini come «caczafrustz» , «frande» ed «esclate» , all’interno delle disposizioni relative all’armamento delle comunità valdostane. In un passaggio si prescriveva che gli uomini disponessero di strumenti semplici da utilizzare anche in caso di maltempo, quando gli archibugi non potevano essere impiegati: «…de soy pouuoir preualloir desdictz caczafrustz et esclactes…» ; altrove i documenti distinguevano chiaramente fra strumenti e pietrame da lancio: «…dun caczafrush ou soit frande ou soit esclate…» . Si trattava però di un adattamento ad uso difensivo dello strumento agricolo, completamente lontano dall’utilizzo musicale moderno. Il fleyé come strumento ritmico e coreografico nacque invece, come detto, in Valle d’Aosta nell’ambiente del gruppo folkloristico La Clicca di Saint-Martin-de-Corléans . Fu allora che il vecchio correggiato contadino -grazie a Venance Bernin e Vittorio Bovi - fu reinterpretato in chiave folkloristica e musicale, trasformandosi progressivamente, già a partire dal 1960, in uno dei simboli più riconoscibili dell’immaginario tradizionale valdostano; nel 1962 il gruppo ne verbalizzava la disciplina d’uso. Il 7 ottobre 1965, per esempio, il Corriere della Valle d’Aosta descriveva i «ballets très rapides et le spectaculaire numéro des “Fleyé de la Grandze”, interprété par M.lle Esther Rosset et par M. Henri Chenal» ; considerazioni a cui faceva eco La Région che il 17 settembre aveva già avuto modo di scrivere che “fleyé” e “beus” , usati per eseguire alcune composizioni, erano ormai “strumenti tipici valdostani”. Negli ultimi anni lo strumento è comparso anche al di fuori della Valle d’Aosta, talvolta accompagnato da ricostruzioni che ne hanno attribuito origini differenti da quella valdostana, ma il fleyé musicale è e resta valdostano. Nello stesso ambiente della Clicca nacquero anche altre elaborazioni musicali tradizionali, come “Lo Xilophon de la Grandze” (1978) di Claudio Vigna, autore nel 1973 anche di un’implementazione dello stesso fleyé . Quest’ultimo, così come altri strumenti tipici - ad esempio il tamburo di Cogne - andrebbe tutelato. Si tratta di elementi della tradizione, come la cucina, le produzioni, i canti, la cultura e i costumi, assieme a molti altri aspetti dell’ identità valdostana che meriterebbero protezione, magari attraverso un’apposita legge regionale e un marchio capace di garantirne la territorialità. L’identità è un’impronta e ogni impronta è diversa dall’altra. - La foto di copertina è di proprietà del gruppo folkloristico La Clicca de Saint-Martin de Corléans.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 18 maggio 2026
Due cimiteri per Perloz? Nel marzo del 1879 una notizia singolare proveniente dalla valle del Lys raggiunse le pagine della stampa valdostana, con quel tono a metà tra il serio e il sarcasmo che a volte caratterizzava la cronaca dell’epoca. (1) A Perloz - comune valdostano disteso sui due versanti della valle - gli abitanti dell’Envers e quelli dell’Adret erano giunti a una vera e propria contesa funebre. Oggetto della disputa: il cimitero. «Les gens de Perloz ont des querelles lugubres» , osservava il giornale. Quelli dell’Adret rivendicavano il diritto di seppellire tutti i morti della comunità nel cimitero comune. Gli abitanti dell’Envers, invece, desideravano possederne uno proprio. La questione, precisava il giornale, nasceva da ragioni molto concrete e nulla aveva a che vedere con «luttes traditionnelles des Guelfes et des Gibelins» . La morfologia del territorio di Perloz era - e resta - aspra, «excessivement rapide» , tanto ripido che, secondo un vecchio detto, un tempo si sarebbero dovute perfino ferrare le galline per impedire loro di scivolare sui pendii. Trasportare una bara dai villaggi dell’Envers al cimitero significava affrontare una discesa ripidissima e poi risalire un versante «non moins escarpé» . In inverno le sepolture venivano talvolta rinviate per giorni in attesa che i sentieri tornassero praticabili. l giornale ricordava anche un episodio tragico. Durante un trasporto funebre un feretro precipitò nel vuoto trascinando con sé quattro uomini. Da allora, spiegava l’articolo, gli abitanti dell’Envers adottarono un sistema diverso: uno trasportava il corpo sulle spalle, un altro la bara, un terzo il coperchio, mentre un quarto aiutava i compagni nei punti più difficili del percorso. «Un enterrement en détail» , commentava amaramente il giornale. Il cimitero comunale veniva ormai considerato troppo piccolo e difficile da ampliare senza grandi muri di sostegno che il tempo avrebbe potuto distruggere, costringendo magari «les générations futures à aller recueillir pieusement les os de leurs ancêtres dans le Lys» . Gli abitanti dell’Envers decisero allora di costruire un proprio camposanto. La decisione provocò proteste, ricorsi e l’intervento della Deputazione provinciale di Torino, che impose il mantenimento di un unico cimitero comunale. Una scelta giudicata evidentemente presa «comme si nos routes étaient aussi commodes que la rue Doragrossa» di Torino. L’Envers, tuttavia, continuò a seppellire i propri morti sul proprio versante, mentre quelli dell’Adret protestavano vedendosi sottrarre - scriveva il giornale con umorismo nero - la loro «proie mortuaire» . Le cronache promettevano ulteriori aggiornamenti, poi passarono ad altro. Nulla cambiò per molto tempo. A Perloz, invece, le pendenze rimasero quelle di sempre anche con due cimiteri. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L’Écho du Val d’Aoste , 20 marzo 1879.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 14 maggio 2026
Anche il re mangia la minestra di fagioli Vittorio Emanuele II amava cacciare stambecchi e camosci, passione che lo portava regolarmente in Valle d’Aosta, fra le vallate del Gran Paradiso. Prima dell’acquisto del castello reale di Cogne, il suo quartier generale erano gli accampamenti in montagna che lo ospitavano la sera e la notte al ritorno dalle battute di caccia. Terminata la giornata, il re restava spesso in piedi sul prato con le mani dietro la schiena, fumando lentamente il sigaro e osservando le ultime luci sulle montagne. Quando il freddo serale cominciava a scendere rientrava nei propri appartamenti dove, davanti al fuoco, organizzava con gli ufficiali le battute successive. Era lì che iniziava già la caccia del giorno dopo. Le giornate iniziavano prestissimo. Alle quattro del mattino Vittorio Emanuele II era già in piedi. Indossava abiti da cacciatore, beveva rapidamente una tazza di caffè e partiva con pochi uomini scelti. Uno di loro trasportava vino e qualche fetta di carne salata per affrontare la giornata. Verso le dieci la caccia entrava nel vivo e poteva durare per ore fra rocce, nevai e precipizi. In genere il rientro avveniva verso le cinque del pomeriggio, all’ora della cena. Il sovrano aveva gusti semplici. Amava particolarmente le cipolle e i fagioli e appena arrivava in cucina non c’era volta che non chiedesse al cuoco, in piemontese: «Ass te d’sioulè? Asst’ fait d’menestra d’fazeui?» , cioè se ci fosse la minestra di fagioli. Pare apprezzasse anche una semplice zuppa fredda di riso all’acqua. La fatica delle salite gli provocava una sete impressionante. Alcuni raccontavano che, dopo le battute più impegnative, riuscisse a bere perfino quattro bottiglie d’acqua fresca. Fra una caccia e l’altra il re continuava anche a governare. Molti decreti ufficiali del Regno d’Italia portarono infatti la data di Valsavarenche. Un giornale cattolico osservò ironicamente che ben pochi decreti recavano le date di Roma, Firenze o Torino, mentre moltissimi erano firmati proprio a Valsavarenche, diventata residenza estiva del sovrano. (1) Il giornale attribuiva a Vittorio Emanuele II anche un colpo d’occhio ed una memoria eccezionali. Durante una battuta uno stambecco, ferito alla mascella dal re, riuscì inizialmente a rifugiarsi fra le rocce. Poco dopo i battitori lo spinsero nuovamente verso la postazione di caccia del re dove, nel disordine generale, sparò anche il figlio Umberto. (2) Nacque allora una discussione. Vittorio Emanuele sosteneva di aver colpito per primo l’animale; il principe rivendicava invece l’intero merito dell’abbattimento. Fu il caporale dei guardiacaccia, Pierre Jeantet, a risolvere la questione. Il valdostano confermò infatti di aver visto lo stambecco nascosto sotto una roccia con la mascella già sanguinante. (3) Il re avrebbe visto giusto e, volente o nolente, anche Pierre... - Immagine di copertina: Il re in una cartolina d'epoca. Immagine di proprietà dell'autore. (1) Feuille d’Aoste , 3 luglio 1878. (2) Il giornalista indica il giovane Umberto come «le comtin», ossia “contino”. Non è chiaro se l’appellativo fosse realmente usato da Vittorio Emanuele II o dall’ambiente delle cacce reali. Potrebbe anche trattarsi di un modo colloquiale per distinguere il principe dal sovrano, forse con un richiamo alla tradizione sabauda che faceva risalire la dinastia al conte Umberto di Biancamano. (3) Unità Cattolica , 7 aprile 1878.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 10 maggio 2026
Ma quanto è enorme la Valle d’Aosta! La premessa di questo articolo è l’ ironia . Un sorriso che scatta più volte leggendo alcuni articoli del passato dedicati alla Valle d’Aosta provenienti dalle zone più vicine a noi, dove le distanze si misurano più in pochi chilometri che in ore di viaggio. Non si tratta di una polemica. Piuttosto, di alcuni esempi che, proprio per la loro vicinanza geografica, sorprendono. Perché, a leggere certe righe, sembra talvolta che la Valle d’Aosta appaia come un luogo lontano , quasi esotico, quando invece condivide con il Vallese e la Savoia non solo la catena alpina, ma anche forme di insediamento, economie tradizionali, paesaggi e perfino lessici. Quella Valle d’Aosta che - a detta di un giornale elevetico - un tempo “fu francese e oggi è italiana” . (1) Se i primi viaggiatori inglesi dell’Ottocento, che descrivevano le vallate valdostane con toni quasi mediterranei , lontani dalla realtà delle architetture in pietra, dei tetti pesanti, dei pascoli alpini, dei vertici altissimi, erano in parte giustificabili, meno lo sono i nostri vicini. Mi è capitato di recente di sentire turisti francesi che, superato il Monte Bianco, si stupivano di ritrovare paesaggi «simili» a quelli della Savoia e non tipicamente mediterranei - come se la continuità alpina fosse un’eccezione o le Alpi fossero solo loro; lo stesso mi è successo per la nostra lingua francese , come se a noi non dovesse appartenere . Torniamo al passato, quando dalla Svizzera giungono alcune descrizioni che restituiscono una Valle d’Aosta che sembra aver annesso parte del Piemonte e della Lombardia . In un articolo del Courrier de Genève del 30 marzo 1921, leggendo di scontri tra fascisti e socialisti nella penisola italiana, si incontra una notizia collocata «à Varèse, dans la vallée d’Aoste» . Errore geografico che sfugge anche a La Tribune de Genève , che riprende la notizia con termini simili. Poco prima, il 13 gennaio 1921, un articolo della Gazette du Valais ambientava ad «Aglie, dans la vallée d’Aoste (Italie)» un matrimonio reale. Agliè (Torino) non dista che una quarantina di chilometri da Pont-Saint-Martin - ma non si trova certo in territorio valdostano. Più sottile, ma forse ancora più interessante, è un passaggio de La Suisse del 23 febbraio 1922. Per quanto qui Aosta venga descritta come parte di un territorio che «fait pendant à la Savoie, de l’autre côté des Alpes et du col du Petit-Saint-Bernard, comme un sac à un sac, de part et d’autre du bât d’un mulet» (come due sacche appese ai lati dello stesso basto del mulo), il giornalista sembra aspettarsi da quei frammenti di storia che incontra - i monumenti antichi - anche le grandi architetture italiane, un po’ come se si trovasse a Torino. Ma quell’arte non c’è ... Ci si aspetta, dunque, che la Valle sia una sorta di anticamera del paesaggio e della cultura italiana , e la gioia evocata è quella provata nel vedere i campanili del Piemonte e della Lombardia e i tetti rossi di quei villaggi assiepati intorno alla chiesa. Caratteristiche che in Valle non si ritrovano: l’architettura romanica è ben riconoscibile un po’ ovunque, l’impianto delle chiese non è barocco come nella pianura padana e i tetti non sono in cotto, ma in losa. Altri viaggiatori elvetici in visita ad Aosta relazionarono in questi termini: «On visite les monuments. Le moscato, le chianti, le blanc sec et le Barolo (...), crus naturels italiens, nous montrent qu’il y a des bons vins en dehors de chez nous» . A loro interessavano i vini italiani, non certo quelli valdostani, dei quali forse ignoravano perfino l’esistenza. (2) Mi si perdoni, alla fine, questo buffo articolo. Ma gli stereotipi sono sempre tra di noi e con noi e, a volte, come i confini netti sulla carta geografica, diventano anche distanza mentale, dimenticando come la storia abbia unito, per secoli, territori che oggi ricadono in Stati diversi e che si somigliano ancora in quanto figli dello stesso ceppo . L’immagine di copertina è solo evocativa di una realtà geografica inesistente ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore relative all'ironia con cui è stato scritto l'articolo. (1) Feuille d’avis de Sion, Savièse, et des districts de Conthey, Hérens et environs , 15 marzo 1924. (2) Le Nouvelliste , 6 settembre 1924.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 10 maggio 2026
Il vescovo di Aosta fatto prigioniero a Siena (1535) Nella prima metà del Cinquecento il Ducato di Savoia , perno tra area mediterranea e mondo imperiale, si trovò esposto alle armate francesi, all’avanzata svizzera nei territori alpini e alla pressione imperiale. In questo scenario di guerra la Valle d’Aosta mantenne la propria integrità e, grazie a trattati di neutralità stipulati con le potenze, evitò l’occupazione. In questo contesto, nel 1535, il vescovo di Aosta Pietro Gazino , uomo di fiducia del duca Carlo III di Savoia, partì per Roma con un incarico preciso: trattare con il pontefice. (1) Paolo III guardava con attenzione allo spazio alpino e vedeva nel Ducato di Savoia un possibile punto di raccordo con i cantoni cattolici svizzeri, nella prospettiva di contenere l’espansione della Riforma e, se possibile, di ricondurre sotto l’autorità romana territori ormai passati al protestantesimo, come Ginevra. Il viaggio di Gazino si svolse lungo percorsi difficili. Quando la delegazione giunse nel territorio della Repubblica di Siena , il convoglio fu intercettato e il vescovo venne catturato dal cavaliere Alfonso Malvezzi, capitano e uomo d’arme al soldo della Repubblica, appartenente a una famiglia bolognese e attivo in quegli anni nelle file militari senesi, dove aveva trovato impiego dopo il bando dalla propria città. La condizione per riottenere la libertà fu il pagamento di un riscatto di settanta scudi . Gazino non poté che pagare e proseguì verso la Città Eterna. Giunto a Roma, il vescovo di Aosta denunciò quell’atto e presentò querela contro il capitano Malvezzi. Carlo III, attraverso il Consiglio Privato, intervenne presso la Repubblica di Siena chiedendo una riparazione per l’offesa arrecata alla propria autorità e alla dignità del rappresentante inviato al pontefice. La risposta tardò, forse anche perché il conte Malvezzi era apprezzato dall’imperatore Carlo V. (2) Carlo III fece allora seguire un nuovo intervento, più deciso, accompagnato dalla minaccia di catture e rappresaglie nei confronti dei cittadini senesi presenti nei territori sabaudi. Della conclusione non si conosce nulla , se non che Gazino rientrò verso Aosta, dove lo aspettavano altre missioni, meno apostoliche e più politiche. Colpito da una febbre violenta, morì ad Anversa il 22 maggio 1557, dopo aver portato a termine l’ultima missione sulla guerra nelle Fiandre affidatagli dal duca presso il re di Spagna. (3) In quegli anni il compito di uomini come Pietro Gazino sembrò ormai appartenere più alla diplomazia che alla predicazione. Guerre, trattative e rapporti tra le corti occuparono gran parte dell’azione dei grandi prelati, mentre la vita religiosa quotidiana rimase affidata soprattutto al clero locale. Anche per questo il vescovo di Aosta non partecipò al Concilio di Trento (1545-1563), pur governando la diocesi negli anni centrali della Controriforma. Le missioni politiche e diplomatiche affidategli dalla corte sabauda continuarono infatti a tenerlo lontano dalla dimensione strettamente ecclesiastica del proprio ministero. - Immagine di copertina: Ricostruzione evocativa dell’arresto del vescovo Pietro Gazino presso Siena durante il viaggio verso Roma nel 1535. Immagine generata su indicazioni storiche dell’autore. (1) Pt., Relazioni tra Siena e Casa Savoia in Miscellanea storica senese , I, febbraio 1893, n. 2, p. 20. (2) https://bbcc.regione.emilia-romagna.it/dettaglio-oa/?s_id=124356 (3) J.-A . Duc, Histoire de l’Eglise d’Aoste , VI, pp. 412-413.