Nazione non sono le persone, ma il territorio
Mauro Caniggia Nicolotti • 10 giugno 2020
Una terza via per la Valle d’Aosta
di domani
Come sostiene il filosofo scozzese Alasdair MacIntyre, la nazione va intesa come un progetto nato in qualche modo nel passato e continuato nel tempo in modo da realizzare una particolare comunità morale che rivendica autonomia politica nelle sue diverse forme istituzionali.
Nazione
non sono le persone, ma il
territorio
Valdostani di origine
e di adozione
è una sorta di assunto etnico che persevera ancora per alcuni. Discrimine vecchio (e antipatico) che ha prodotto tante volte divisione tra gli abitanti e che, mai sanato, per taluni si è riverberato anche nella politica nelle definizioni di autonomista
e... di centralista (termine che presumo, poiché nessuno ha mai definito chiaramente un appellativo per coloro che non si considerano "autonomisti").
Oggi, in un mondo globalizzato e con una sempre maggiore mescolanza delle persone, i concetti di etnia, popolo, nazione, ecc. vanno manipolati con cura.
Sintetizzando, le scuole di pensiero sono essenzialmente due.
Una, datata, secondo la quale la nazione
(o l'etnia) è composta essenzialmente da un popolo il cui substrato antico ha determinato omogeneità di lingua, di cultura, di tradizione, ecc; l’altra, più attuale, che vorrebbe la nazione
(o un popolo
o uno Stato) solo come una sorta di patto tra le parti sociali, grazie al quale etnie e gruppi sociali diversi convivono in un territorio al cui centro di tutto sta la condivisione di una “costituzione comune”.
Tuttavia, se l’etnia
e la nazionalità
oggi non sono più fatti legati esclusivamente alla discendenza e ai legami di sangue, non si può neppure correre verso l’estremo opposto, ossia prevedere comunità legate solo ed essenzialmente intorno a freddi e impersonali patti, per quanto basati sui valori fondamentali della democrazia e capaci di coinvolgere realtà sociali multietniche come quelle odierne. Anche se questi valori sono lo scheletro su cui si regge la democrazia, manca la sostanza per dargli vita.
La materia "altra" necessaria per la costruzione di una collettività dovrebbe essere allora il sentimento; un coacervo di affezione, di comprensione, di accoglimento e, possibilmente, di adozione di un sistema di usi e di costumi che il contesto in cui si vive offre; consapevolezza
che dovrebbe appartenere a tutti i cittadini di quel territorio; poiché non è scontato che tale coscienza
appartenga già e solo a chi vi abita da sempre e non alberghi, invece, in chi vi risieda da poco tempo.
In definitiva in qualsiasi terra - Valle d'Aosta compresa
- si tratta di promuovere una terza via
in grado di ribaltare ogni altro assunto per ridisegnare il concetto di nazione di domani: stimolare in tutti gli abitanti un minimo di attaccamento per un luogo
che possiede un suo modus vivendi
e che rispettando il quale si contribuisce alla sua salvaguardia nei suoi aspetti più diversi che, con perseveranza andrebbero tramandati con la necessaria attualizzazione all’evoluzione dei tempi.
Non si tratta di folklore; rispettare la storia, le tradizioni e il “mito”, insomma il respiro di quella terra serve non solo a fini culturali, ma anche perché in questo ricco patrimonio risiedono valori che influenzano il turismo, l'economia e la società nel suo complesso. Infine, ma non meno importante, si tratta della condivisione tra tutti gli abitanti di un determinato territorio di quegli elementi necessari all'autodeterminazione della comunità stessa e, possibilmente, alla sua forma di autogoverno.
In conclusione, una comunità non dovrebbe mai dimenticare il contesto territoriale in cui vive o ha scelto di vivere, e dovrebbe essere leale non solo ai principi democratici, ma anche alle peculiarità proprie del territorio, che la comunità stessa deve salvaguardare, promuovere e perpetuare nel tempo, mantenendole vive e attualizzandole.
Quindi, oggi, è il territorio a rappresentare il comune denominatore degli abitanti
- la vera nazione, si potrebbe dire - ribaltando il concetto comunemente accettato. E con questo ribaltamento arriva anche la costruzione di un senso di appartenenza collettivo, del noi. Non più esclusivo, divisivo, "nazionalista"
o da paventare contro un possibile nemico o avversario esterno, ma nella
consapevolezza di rappresentare una comunità conscia nel suo essere tale
e - proprio in quanto tale - unico decisore del proprio destino.
Guardando avanti, immagino una Valle d’Aosta che si unisce alle regioni circostanti intorno al Monte Bianco, all’interno di una futura regione europea, parte di una nuova federazione continentale costituita dalle Comunità e dai Territori. Questa visione suggerisce una maggiore cooperazione e solidarietà tra le comunità locali che si assomigliano, aprendo la strada a un futuro in cui territori simili possono affrontare insieme e meglio le sfide future.
Ma questo è un altro pensiero ancora...

Quando Aosta decise di avere una piazza Fino al 1839 Aosta non poteva ancora vantare una vera grande piazza degna di tale nome. Dove oggi si apre piazza Chanoux, infatti, sorgeva fin dal 1352 il vasto complesso religioso di Saint-François, con il convento e i suoi annessi. L’esigenza di disporre di uno spazio civico centrale era però sorta molto tempo prima. Nel 1730 era stato terminato, a oriente del complesso francescano, l’ Hôtel des États , sede del Conseil des Commis , organo di autogoverno valdostano, all’angolo della via che ancora oggi conduce verso la Cattedrale. Nel corso del Settecento la città stava cambiando e cominciava a sentire il bisogno di uno spazio pubblico nel quale concentrare parte della vita economica e sociale, «avoir une place publique pour y fixer le lieu des marchés» . Le «rues toutes très-étroites» soffocavano infatti la circolazione e costringevano carri e carrozze negli angusti passaggi della città medievale. Il luogo più naturale sembrò allora quello davanti alla sede del Conseil des Commis et de la Justice . L’edilità cittadina desiderava che «qu’au-devant de ce palais, un des plus beaux de la ville, il y eût, non un passage mesquin, mais une place digne d’elle» . Per ottenerla, tuttavia, occorreva intervenire sul vicino complesso francescano, abbattendo parte del muro di cinta e acquisendo dai religiosi il terreno necessario. La trattativa tra l’amministrazione cittadina e i frati fu lunga e delicata, finché nel 1777 si giunse a un accordo che consentì di «abattre un mur d’enceinte» e acquistare «le terrain en place existant au couchant dudit Vénérable Couvent de S. François et au midi du Palais du Pays» . Quel tratto della città poté così trasformarsi in uno slargo destinato ai mercati, alle cerimonie pubbliche e alle esigenze quotidiane degli abitanti. Era la place Saint-François , primo nucleo di quello spazio urbano che nei decenni successivi avrebbe assunto dimensioni ben maggiori. Nel 1839, infatti, il convento di Saint-François e i suoi annessi furono abbattuti per lasciare posto al nuovo Municipio e alla grande piazza Charles-Albert, dal 1945 dedicata a Émile Chanoux. Quanto alla prima sistemazione settecentesca, il cronista ottocentesco che ne ricostruì la vicenda poteva concludere, con una semplicità quasi disarmante, che dopo trattative, abbattimenti e sistemazioni «tout le monde fut content» . (1) - Copertina: Piazza Carlo Alberto, oggi dedicata a Émile Chanoux, in una cartolina d’epoca. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 7 aprile 1879.

Lo sconosciuto signor Aosta Il 31 agosto 1882, insieme al mese, sembrò finire anche la carriera teatrale - sempre che fosse davvero cominciata - di un misterioso signor Aosta. Di lui non conosciamo il nome. Un giornale dell’epoca lo indicò semplicemente come «M. *** d’Aoste» , nascondendo dietro quegli asterischi l’identità di un autore che, almeno per qualche ora, ebbe l’onore di vedere una propria commedia rappresentata al Politeama di Aosta. (1) Era giovedì 31 agosto e la stagione teatrale proseguiva, secondo il giornale, «con lo stesso ardore e un discreto successo». Quella sera, però, qualcosa sembrò andare storto. La compagnia aveva infatti portato in scena una commedia dal titolo piuttosto curioso: «Un matrimonio per votazione». L’autore era proprio lui, il nostro sconosciuto «M. *** d’Aoste» , probabilmente un personaggio locale la cui identità, forse ben nota ai contemporanei, rimase nascosta ai lettori. La rappresentazione, a quanto pare, non fu memorabile. O forse lo fu, ma per le ragioni sbagliate. Il giornale, infatti, riteneva che la compagnia avesse sbagliato a rappresentarla e non ebbe pietà del suo «célèbre anonyme» : gli consigliò senza troppi riguardi di trovare un altro modo per occupare il proprio tempo e, soprattutto, di abbandonare la scrittura di commedie. Avrebbe così risparmiato a sé stesso i fischi riservati ai suoi «capolavori» e alla compagnia teatrale la brutta figura di averli portati sulla scena. Una stroncatura in piena regola. Difficile capire, quasi un secolo e mezzo dopo, quanto quel giudizio fosse sincero. Si trattò davvero soltanto della stroncatura di una commedia poco riuscita? Oppure, dietro tanta severità, si nascondeva anche qualche rivalità personale o politica oggi sfuggita alla nostra conoscenza? Del resto, non sappiamo neppure chi si nascondesse dietro quel «M. *** d’Aoste» e se, dopo quella serata poco fortunata, abbia davvero seguito il consiglio del giornale abbandonando per sempre il teatro. Resta però un piccolo mistero ancora più intrigante. Che cosa raccontava, allora, «Un matrimonio per votazione»? - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 1° settembre 1882 .

Il Re e la polenta dei valdostani Nell’estate del 1878 un giornale valdostano raccontò un episodio che restituisce bene il rapporto fra Vittorio Emanuele II e gli uomini della Valsavarenche. (1) Intorno alle cacce reali, infatti, i valdostani avevano dato vita quasi naturalmente a una piccola corte locale che accompagnava il sovrano durante le sue permanenze in valle. Il re apprezzava quella compagnia di montanari e cercava, quando poteva, di ricambiare la loro disponibilità, ben sapendo quanto la sua presenza gravasse sulla vita della valle. La sua passione per la caccia, almeno agli inizi, non risparmiava neppure la domenica, ma quando si rese conto che i suoi uomini erano costretti a rinunciare alla Messa decise che almeno quel giorno gli stambecchi sarebbero rimasti in pace. Secondo un testimone contribuì anche un incidente. Un enorme blocco di ghiaccio si staccò da un lembo del Gran Paradiso e Vittorio Emanuele rischiò il peggio: «pour le reste de cette journée le bouquetin fut laissé en paix et le dimanche ne tarda pas à devenir le jour de la “trève de Dieu”» . Torniamo a quell’estate del 1878. Il re aveva appena abbattuto uno stambecco e intorno alla preda si raccolsero guardiacaccia, battitori e pastori della valle. I battitori, del resto, potevano essere dai quaranta ai duecentocinquanta. Fra loro vi era anche un anziano chiamato Charance, che osservò l’animale, guardò il punto in cui era stato colpito e capì subito che era bastato un solo sparo. Solo allora il sovrano gli si avvicinò e domandò: «Hé bèn! mon ami?» . Il vecchio rispose semplicemente: «Vous frappez un chasseur!» . Ogni battitore riceveva dieci lire al giorno, una somma importante per molte famiglie della valle. Proprio parlando di quel compenso il giornale riferì un altro episodio. Un responsabile delle cacce, ritenendo eccessiva la spesa, propose al re di ridurre la paga da dieci lire a sette e mezzo. Vittorio Emanuele II lo fermò subito. Se quei guadagni permettevano alle famiglie della valle di garantirsi la polenta durante l’inverno, spiegò, era giusto che il re pagasse caro il proprio divertimento. Quelle parole acquistavano ancora più valore se si considerava il lavoro dei battitori. Per seguire stambecchi e camosci affrontavano gole, rocce e nevai, spesso in condizioni pericolose, tanto che nel 1875 un uomo di Valsavarenche era precipitato in un burrone dopo essere stato urtato da un animale durante una battuta. Lo avevano riportato a casa mutilato, irriconoscibile. «Le jour même de cette catastrophe, le roi vivement impressionné quitta Valsavaranche» . Il re avrebbe potuto comportarsi diversamente, ma probabilmente non sarebbe stato Vittorio Emanuele II. Aveva un carattere ruvido e poco incline all’etichetta di corte, ma un motivo, se lo chiamavano «Re Galantuomo» , c’era. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Feuille d'Aoste , 3 luglio 1878.

La notte del diavolo Il 4 febbraio 1874 il giornale «Feuille d’Aoste» pubblicò una curiosa cronaca proveniente da uno dei comuni valdostani, presentandola con il titolo «Apparition du diable» . Il giornale raccontò che un uomo, definito «dans la force de l’âge» , rincasando a tarda sera, stava salendo la scala che conduceva alla propria camera quando, ormai giunto davanti alla porta, credette di trovarsi improvvisamente di fronte al demonio che gli sbarrava la strada. Lo spavento fu tale che precipitò lungo le scale. Le sue grida richiamarono immediatamente i vicini, i quali lo soccorsero e cercarono di capire cosa fosse successo. Per alcuni istanti, tuttavia, il terrore gli impedì perfino di parlare. Soltanto quando riuscì a riacquistare un po’ di calma indicò la scala ed esclamò: «le diable!» . Lo sguardo di tutti si rivolse allora verso il punto indicato. Secondo il racconto giornalistico, la figura appariva davvero impressionante: «ses yeux étincelants, ses cornes de bouc, sa longue barbe au menton et ses grincements de dents» sembravano confermare la presenza del maligno; una paura improvvisa fece rizzare i capelli ai presenti. La notizia si diffuse così rapidamente che numerosi curiosi accorsero sul posto. Per molti abitanti la vista di quella misteriosa apparizione bastò a diffondere ulteriore paura e inquietudine. Nemmeno i tentativi di allontanare il presunto demonio riuscirono a rassicurare la popolazione. Alcuni giovani del paese, ricordati dal giornale come «esprits forts» , decisero allora di affrontare la prova. Salirono lentamente la scala, fermandosi a ogni gradino, mentre dal basso giungevano gli incoraggiamenti degli abitanti. Quando uno di loro riuscì finalmente ad avvicinarsi, riconobbe nel presunto demonio «Allégra» , «sa chèvre favorite qui ruminait» . La chiamò per nome e l’animale gli si avvicinò leccandogli la mano. Come osservò il giornale, «A cette vue la foule s’écoule silencieusement, et pas un rire ne vint égayer ce tableau» . Pochi giorni dopo, l’uomo che per primo aveva creduto di vedere il demonio morì. La «Feuille d’Aoste» si domandò se la causa fosse stata la caduta oppure il terribile spavento provato, senza però pronunciarsi. L’articolista concluse soffermandosi sul significato dell’episodio. Auspicò che la vicenda servisse soprattutto da monito a quanti avevano il compito di educare i bambini, invitandoli a evitare racconti di fantasmi, spettri e apparizioni facendogli credere della loro esistenza. A suo giudizio, infatti, quelle storie finivano per imprimersi profondamente nella fantasia dei più piccoli, alimentando paure destinate talvolta ad accompagnarli per tutta la vita, con conseguenze che definì «déplorables» . - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore.

I fili della memoria tra le valli di Cogne e Soana Le relazioni tra le valli di Cogne e Soana affondano le loro radici in un passato molto lontano. I documenti raccontano con chiarezza i legami che unirono le due comunità lungo i crinali della catena del Gran Paradiso e della Rosa dei Banchi, montagne che oggi sembrano dividerle ma che per secoli costituirono un naturale spazio d’incontro. Quei rapporti furono fatti di condivisioni e di contrasti. Emblematico fu il caso dell’alpeggio di Ondezana che, verso la metà del Settecento, passò dalla comunità di Cogne a quella della Valle dell’Orco. Il progressivo raffreddamento climatico della Piccola Età Glaciale rese infatti sempre più difficile il valico del colle, impedendo ai «cogneins» di raggiungere e utilizzare regolarmente l'alpeggio - oggi chiamato Teleccio - del quale possedevano la proprietà almeno fin dal 1206. Come dimenticare, poi, le vicende del Tuchinaggio nel pieno XIV secolo, quando gli abitanti di Cogne sostennero i valsoanini ribellatisi nel contesto delle lotte che contrapponevano i marchesi del Monferrato ai Savoia? Oppure il riso che, risalendo dalle pianure piemontesi attraverso la Val Soana, giunse fino a Cogne, dove sarebbe divenuto uno dei piatti della tradizione locale? E lo stesso ferro estratto dalle miniere di Cogne che, in più di un’occasione, invece di scendere verso Aosta, prese la via del versante canavesano. Il progressivo raffreddamento del clima finì tuttavia per interrompere quasi del tutto questi contatti. Soltanto un filo continuò a unire ogni estate le due comunità: quello della processione di San Besso (10 agosto). Ma esistono anche altri fili che, ancora oggi, continuano a intrecciarsi nella trama della storia. Sono fatti di amicizie, rapporti personali, iniziative condivise e scambi culturali che mantengono vivo il dialogo tra le due vallate. Uno di questi è rappresentato dalla biblioteca comunale di Ronco Canavese , definita dal sito istituzionale «un piccolo presidio culturale di montagna, dove libri, persone e paesaggi continuano a incontrarsi» . (1) Riaperta dopo anni di chiusura, è tornata a essere un luogo vivo di incontro e di iniziative culturali per la comunità. Il legame con la Valle d’Aosta si riflette anche nella scelta di intitolare la biblioteca a Maria Ida Viglino . Nata a Gignod nel 1915, apparteneva infatti a una famiglia originaria di Ronco Canavese. (2) Come molte altre, anche quella dei Viglino attraversò le montagne nella seconda metà dell’Ottocento per stabilirsi in Valle d’Aosta. Fra i protagonisti di questa migrazione vi fu Giovanni Michele Viglino che, insieme al fratello Carlo Giuseppe, lasciò Forzo nel 1869 per trasferirsi a Gignod, portando con sé il mestiere di stagnino. Qui nacque suo figlio Giovanni che, dopo un periodo trascorso con la sua famiglia nella regione parigina, rientrò in Valle d’Aosta stabilendosi a Saint-Christophe. (3) La figlia, Maria Ida, conseguì a Parigi nel 1931 il «Brevet d’enseignement primaire supérieur» . Dopo il rientro della famiglia in Valle d’Aosta, nel 1939 avviò il proprio percorso universitario a Torino, iscrivendosi a Scienze matematiche. (4) Durante la Resistenza partecipò alla lotta partigiana con il nome di battaglia «Piera» , assumendo la presidenza del Comitato di Liberazione Nazionale valdostano. Fu tra i fondatori dell’Union Valdôtaine e, nel 1946, entrò a far parte del primo Consiglio della Valle d’Aosta. Insegnante di matematica e preside, dedicò la propria vita alla scuola, alla difesa della lingua francese, dell’autonomia e dell’identità valdostana. Morì nel 1985. Ai funerali parteciparono autorità e cittadini; fra le corone di fiori fu notata anche quella del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. (5) «Siamo onorati di intitolare la nostra Biblioteca Comunale a questa donna, le cui radici provengono dal nostro territorio: di sangue valsoanino e valdostano, radici comuni che attraversano le montagne che hanno unito nei secoli le nostre valli» , si legge sul sito della biblioteca. (6) Quelle montagne che oggi siamo abituati a considerare un confine continuano invece a rivelarsi un luogo d’unione, lungo i cui crinali persone, famiglie e culture hanno saputo intrecciare, ieri come oggi, una storia comune. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) https://www.biblioronco.it/la-biblioteca . (2) La presenza dei Viglino in Valle d’Aosta non riguardò soltanto il ramo di Giovanni Michele. Giovanni Maria Viglino, «chaudronnier» originario di Ronco Canavese, sposò nel 1882 Adèle-Sophie Rey di Cogne; dieci anni più tardi Domenico Viglino, agricoltore, anch’egli proveniente da Ronco, sposò Marie-Virginie Bionaz di Saint-Christophe. L’Echo du Val d’Aoste , 7 luglio 1882; Feuille d’Aoste , 12 ottobre 1892. Questi matrimoni testimoniano come i rapporti tra il Canavese e la Valle d’Aosta fossero tutt’altro che episodici. (3) https://www.biblioronco.it/la-biblioteca . (4) R. Nicco, Maria Ida Viglino in Les Cents du Millénaire , p. 309. (5) Corriere della Valle d’Aosta , 27 giugno 1985. (6) https://www.biblioronco.it/la-biblioteca .

Aosta, in attesa del treno: ieri e oggi Centoquarant’anni fa, il 4 luglio 1886, Aosta attendeva il suo treno. Era il compimento di un vecchio desiderio, inseguito per quasi trent’anni da un’intera regione. Il 7 luglio il giornale valdostano «Feuille d’Aoste» raccontava che, fin dal primo mattino, «la petite ville d’Aoste a revêtu ses plus beaux ornements» , con bandiere, drappi e festoni, mentre i comuni vicini «déversaient dans nos rues des flots de curieux» . Tutta una popolazione si era mossa verso la stazione, trattenuta in una lunga attesa resa ancora più intensa dai ritardi del convoglio. Poi, finalmente, «le sifflement de la vapeur vint réjouir toutes les oreilles» e il treno – due locomotive e ventotto vagoni – fece la sua «entrée triomphale» . Il vescovo di Aosta benedì le locomotive, ricordando come la Chiesa «acclame et bénit» i progressi della scienza, mentre nel pomeriggio fu inaugurata anche la statua di Vittorio Emanuele II, il re cacciatore; più tardi un banchetto di oltre quattrocento invitati prolungò la grande festa. Il giorno seguente, lo scoprimento della lapide dedicata a Innocenzo Manzetti rese omaggio a uno dei più grandi inventori del suo tempo. Nello stesso numero del periodico locale, in quarta pagina, si annunciava anche la messa in vendita di «Lo Tzemin de fer» , il poema che l’ abbé Jean-Baptiste Cerlogne, il più grande poeta dialettale valdostano, aveva composto per accompagnare l’arrivo della ferrovia. Si può dire che nello stesso momento in cui il treno entrava in Valle d’Aosta, il patois già lo raccontava, aggiungendo nuove parole nel suo vocabolario. Quando infine scese la sera, place Charles-Albert si illuminò grazie alla luce elettrica, una novità che il giornale paragonò a «un vrai soleil» e che lasciò la popolazione meravigliata, mentre i fuochi accesi sulle montagne e i fuochi d’artificio in città prolungarono nella notte quella festa di progresso. Centoquarant’anni dopo, mentre la linea verso Aosta resta ancora interrotta dai lunghi lavori in corso, la Valle d’Aosta si ritrova ancora una volta in attesa del ritorno del suo treno. Un’attesa diversa da quella del 1886: senza fanfare né luminarie, ma ancora accompagnata dalla speranza. Chissà cosa avrebbe scritto, per l’occasione, il buon abbé Cerlogne. «Lo tsemin de fer... élèitrique» ? - Immagine di copertina: La stazione di Aosta in una cartolina d'epoca.

I vigneti di Cogne e di Champorcher Quante volte ci si lamenta del fatto che la burocrazia europea oppure quella statale produca norme pensate per territori molto diversi fra loro, senza tener conto delle differenze morfologiche, altitudinali, latitudinali, ambientali e socio-culturali. Eppure questo modo di legiferare non appartiene soltanto ai nostri tempi. Anche il Regno d’Italia offre molti esempi che, riletti oggi, conservano un sapore quantomeno curioso. Nel 1882, infatti, come annotava «L’Écho du Val d’Aoste» , furono approvate norme legislative degne di una barzelletta. Il giornale valdostano scriveva senza mezzi termini di «esclavage de l’Italie» , asserendo che si legiferava sotto il dominio della forma, della norma e della burocrazia. Un caso particolare era stato evidenziato e coinvolgeva i comuni di Cogne e Champorcher, chiamati a riunire i rispettivi consigli comunali per approvare una variante ai regolamenti di polizia rurale che introduceva precise misure contro la fillossera. Quel parassita, che in quegli anni devastava realmente molti vigneti, costituiva senza dubbio una minaccia seria per vaste regioni viticole europee. La situazione appariva però ben diversa a Cogne, Champorcher, così come in molte altre località valdostane, dove la vite non trovava spazio neppure nelle fasce più basse del territorio comunale, viste le altitudini sul livello del mare. Eppure i consigli, osservava il periodico, dovettero ugualmente «s’exécuter» , poiché la procedura amministrativa imponeva l’approvazione della variante anche là dove essa risultava del tutto inutile. La chiusa dell’ «Écho» non poteva che essere ironica: «La phylloxera à Cogne et à Champorcher, grands dieux!» . Un’esclamazione che richiamava direttamente anche il titolo stesso dell’articolo: «La fooorme» . È una piccola vicenda, certo, ma racconta bene quanto la distanza fra il centro e la periferia potesse apparire grande già allora. Quanto ai vini di Cogne e di Champorcher, possiamo concederci almeno questo: la fillossera, lassù, non avrebbe trovato davvero nulla da divorare, se non quelle inutili delibere comunali. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Edizione del 10 novembre.

Porca miseria… Nell’aprile del 1890, a Cossonay, nel canton Vaud in Svizzera, arrivarono alla fiera due branchi di maiali, per un totale di 270 capi, provenienti dalla Valle d’Aosta. Fin qui nulla di strano: da sempre i mercati elvetici ricevevano bestiame valdostano. Ma quella volta accadde qualcosa che bastò a far montare una polemica. Per portare gli animali dalla stazione ferroviaria al campo della fiera occorreva pagare venticinque centesimi di trasporto «de camionnage» a capo. Una piccola spesa, si direbbe. Eppure, «nos délicats Piémontais» - così venivano definiti i valdostani da un cronista che scrisse al «Nouvelliste vaudois» (1) - preferirono risparmiare quella somma facendo avanzare i maiali a piedi per le strade del paese. Passarono persino davanti alla prefettura, dove furono fermati e multati seduta stante per quaranta franchi. L’articolista annotava la cosa con un certo sarcasmo: avevano scelto di violare la legge vodese sapendolo benissimo: «le sachant et le voulant» . Paradossalmente, pagando la multa, avevano così risparmiato quindici centesimi di trasporto a capo. A giudizio del cronista, il vero problema stava nel percorso dei maiali. Gli animali, infatti, avevano seguito lo stesso tragitto battuto dal resto del bestiame della fiera, migliaia di capi destinati poi a disperdersi in tutta la Svizzera. Bastava che uno soltanto fosse malato perché il contagio potesse correre ovunque proprio nei giorni che precedevano la salita agli alpeggi. Era il tempo in cui la paura delle epizoozie pesava quasi quanto quella delle carestie. Il giornale ricordava il caso di San Gallo, dove ventimila capi erano stati abbattuti per fermare una malattia arrivata dall’Est Europa. Porca miseria, davvero, si potrebbe dire, allora. La miseria, il peso dei costi e il poco guadagno stavano spesso alla base della sopravvivenza e, sapendo che i loro maiali non erano infetti, gli allevatori valdostani scelsero di aggirare la norma. Non era corretto, certo, ma è facile capire a volta a cosa può costringere la necessità. La parola «maiale» sembra portare con sé un’eco antichissima, forse legata a Maia, dea della primavera e del risveglio della terra. E in quella primavera del 1890, a Cossonay, furono proprio i maiali valdostani a risvegliare, insieme al mercato, anche gli animi. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Le National Suisse , 24 aprile 1890.

Un neonato tra i cespugli di Bramafam (1877) Nel 1877, nei pressi del castello di Bramafam di Aosta, un giornale locale raccontò un fatto che si collocava ai limiti della cronaca nera. In un cespuglio, in un prato, era stato trovato un neonato, un maschietto, abbandonato da poche ore. A rinvenirlo fu la signora Degrandi. La piccola creatura godeva, scrisse il giornale, di perfetta salute. Fu affidata immediatamente all’autorità competente, registrata e collocata in un ricovero, mentre furono avviate le indagini di polizia per risalire a chi l’avesse esposta così, di nascosto, alla sorte, come si leggeva, «pour découvrir l’auteur dénaturé de cette exposition clandestine» . (1) Il giornale aggiungeva un dettaglio di pietà verso il trovatello che, con «louable charité» , il signor Degrandi si offrì di farsi carico personalmente del battesimo del bambino. (2) Lo stesso giornale ricordava che Jean Degrandi teneva «l’auberge du Jardin des Plantes» in via Challand e, l’anno successivo, annunciava l’apertura, sempre a suo nome, di un nuovo albergo nei pressi dell’attuale piazza Chanoux, con camere, cortile, scuderia e servizio curato. La famiglia Degrandi compariva dunque più volte nelle cronache cittadine di quegli anni come una famiglia, agiata e ben inserita nel tessuto sociale di Aosta. (3) Chissà, forse avrebbero potuto prendersi cura di quel bimbo. È soltanto un’ipotesi che viene oggi, ragionando col senno di poi. Qualche settimana dopo, però, la stampa tornò sulla vicenda. La madre del bambino era stata finalmente rintracciata e, cosa che il cronista sottolineava con un certo sollievo, l’istruttoria aveva escluso ogni idea di abbandono o, peggio, di delitto: il fatto sarebbe stato imputato a un semplice «malheur arrivé par… accident» . Una giustificazione poco chiara, senza ulteriore eco, ma, comunque fossero andate davvero le cose, con quella decisione giudiziaria fu posta fine a quella brutta vicenda. La vicenda si chiuse così, almeno sulla carta. Restò il silenzio. E nello scoramento che ancora oggi lascia leggere simili notizie, forse c’è almeno una certezza, anche se poco gratificante: a tragedie come questa non ci si abitua mai. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L’Écho du Val d’Aoste , 18 giugno 1877. (2) L’Écho du Val d’Aoste , 20 agosto 1877. (3) L’Écho du Val d’Aoste , 15 ottobre 1877, 23 settembre 1878.

Spostateviii!!! Anno 1896. Piena estate. Centro di Aosta. In quei giorni la città sembrava in balia del vento. Un «venticello» - scriveva un giornale - soffiava senza tregua «dal levare al tramontare del sole» , trasformandosi talvolta quasi in uragano. In piazza si vedevano volare cappelli e gonfiarsi gonne, mentre terriccio e polverame, vetri, lanterne e oggetti d’ogni sorta finivano per aria. Volteggiavano qua e là freneticamente, mentre quelli più pesanti tornavano giù veloci e pericolosi come proiettili. Fu proprio a causa di una folata, per esempio, che il grosso fanale appeso alla porta dell’allora birreria Bieler precipitò a terra. «Guai se sotto vi fosse stato qualcuno!», commentava il cronista. (1) Forse fu quel ventaccio a spaventare anche un cavallo la sera del 9 luglio, un giovedì. Un carro, guidato da un «giovinotto, di cui ignoriamo il nome» , (2) scendeva dal sobborgo di Saint-Etienne lungo rue Croix-de-Ville quando, all’improvviso, il cavallo si imbizzarrì. (3) «Di subito la bestia adombratasi per non sappiamo qual motivo si diede a corsa sfrenata» . Il quadrupede si lanciò allora senza sosta, veloce come il vento, seminando rumore, paura e un fuggi fuggi generale. (4) Per un istante la via sembrò sprofondare nel timore del peggio. La corsa dell’animale finì contro la vetrina di un orologiaio di via Aubert, «mandandogli in frantumi vetri, ed in aria orologi, sveglie, catenelle, ecc...» . Mentre alcuni passanti accorrevano per fermare il cavallo, il giovane conducente giaceva a terra svenuto, sbalzato nel tentativo di riprenderne il controllo. Poi tutto si calmò e sembrò tornare al suo posto, tranne, ovviamente, i danni. Paradossalmente, in quell’inizio di luglio del 1896, ad Aosta, tra animali imbizzarriti, fanali volanti, cappelli in fuga e gonne ribelli, le uniche cose davvero ferme furono gli orologi dell’orologiaio, danneggiati e sparsi tra la vetrina e il pavimento della bottega: uno scenario degno di Dalì e dei suoi orologi «molli». - In copertina: cartolina d'epoca. (1) L’Alpino , 10 luglio 1896. (2) L’Alpino , 17 luglio 1896. (3) Le Duché d’Aoste , 15 luglio 1896. (4) L’Alpino , 17 luglio 1896.