Una nuova autonomia per la Valle d’Aosta
Mauro Caniggia Nicolotti • 11 dicembre 2023
Una nuova autonomia per la Valle d’Aosta
Ogni volta che si avvicina una data commemorativa, mi trovo immerso in un vortice di domande. Dettagli, retroscena, risvolti successivi e conseguenze a lungo termine si accumulano nei miei pensieri.
Questa volta, quindi, più che concentrarmi sulle curiosità storiche, vorrei riflettere sugli scenari futuri che ancora oggi potrebbero derivare dall’applicazione di un progetto che ci arriva dal passato.
Mi riferisco alla Dichiarazione di Chivasso, siglata il 19 dicembre 1943, 81 anni fa.(1)
Da tradizione, quando arriva la data fatidica, è comune ricordare l’evento con molte parole attraverso discorsi ufficiali e analisi, conferenze, ecc. Tutto questo è giusto e doveroso, naturalmente, ma credo che in questo caso specifico sarebbe opportuno far respirare quelle pagine, trasformandole da un capitolo storico da aprire ogni anno per un solo giorno, in un programma vivo, attuale e futuro.
Se parte dei punti indicati nella Carta del 1943 in Valle d’Aosta sono già recepiti - come il diritto di usare la lingua locale, là dove esiste, accanto a quella italiana in tutti gli atti pubblici e nella stampa locale. Diritto all’insegnamento della lingua locale nelle scuole di ogni ordine e grado con le necessarie garanzie ai concorsi perché gli insegnanti risultino idonei a tale insegnamento - altri sarebbero da far germogliare. Si tratta di quei contenuti di grande visione moderna esplicitati in quella Dichiarazione.
Ad esempio, il documento sottolinea che per facilitare lo sviluppo dell’economia montana e conseguentemente combattere lo spopolamento delle Vallate Alpine, sono necessari: un comprensivo sistema di tassazione delle industrie che si trovano nei cantoni alpini (idroelettriche, minerarie, turistiche e di trasformazione ecc.), in modo che una parte dei loro utili torni alle Vallate Alpine e ciò indipendentemente dal fatto che queste industrie siano o meno collettivizzate. Un sistema di equa riduzione dei tributi variabile da zona a zona a seconda della ricchezza del terreno e della prevalenza di agricoltura, foresta o pastorizia.
Questi sono elementi che richiamano senza dubbio il concetto di Zona Franca, anch’essa prevista dall’articolo 14 dello Statuto Speciale della Regione Autonoma della Valle d’Aosta (1948), norma da concordare con lo Stato e mai applicata; e oggi difficilmente attuabile con i criteri di 81 anni fa, ossia considerando Il territorio valdostano al di fuori della linea doganale.
Attualmente, però,(2)
esistono altre tipologie di Zona Franca che potrebbero essere adottate come strumento per lo sviluppo del territorio valdostano. Sono quelle quelle in favore dell’impresa, o a sostegno delle zone disagiate o di montagna, per esempio.
In Valle d’Aosta, la possibilità di ridisegnare il suo territorio in base alle diverse esigenze delle sue comunità, potrebbe diventare indispensabile per il presente e il futuro prossimo economico. Una scelta che potrebbe contrastare lo spopolamento dei territori di montagna, rivitalizzandoli e potenziandone i servizi, con probabile sviluppo turistico e/o commerciale.
Un progetto attento che dovrebbe essere applicato con metodo chirurgico, ossia che analizzi vallata per vallata, comune per comune, per comprendere e cogliere le molteplici differenze e per delineare scelte pertinenti per ciascuna comunità.
Queste decisioni potrebbero, inoltre, essere la sintonia di una nuova ricostruzione del sistema amministrativo valdostano. Poiché non si tratterebbe solo di dare impulso alle varie differenze territoriali, bensì di rivedere un nuovo mosaico amministrativo incentrato su accorpamenti dei comuni che non abbia solo in progetto di portare al risparmio della spesa pubblica. Fatto lecito e giusto, ma che non può essere solo un fatto di mera razionalizzazione dei costi.
Se il mio pensiero si orienta verso il mantenimento di tutti i 74 comuni, contestualmente questi andrebbero inseriti, per esempio e norme permettendo, in Cantoni,(3)
o Comunità o altro nome (comunque sia, in unità intermedie tra il comune e la Regione). Ciascuno con un centro capoluogo da cui opererebbe, con ampi poteri(4)
(dunque sostanzialmente diverse dalle Unité),(5)
il Consiglio Cantonale, di Comunità (o altro nome); con la previsione del mantenimento dei Consigli Comunali, seppur con un numero ridotto di rappresentanti, le cui funzioni sarebbero non retribuite e di carattere consultivo.
Questo approccio mirerebbe a preservare lo spirito dell’esistenza delle comunità storiche, dunque l’aggregazione e la rappresentanza dei villaggi, contribuendo così e contemporaneamente al buon funzionamento dei Cantoni o della Comunità (o altro nome), collettori di ogni aggregazione.
Questa strutturazione potrebbe richiamare, in parte, il modello svizzero o delle Comunità di valle(6)
adottato in Trentino. Dunque, amministrazioni aggregate in un nuovo modello comunitario e soprattutto funzionale, in grado di sviluppare i territori in un contesto sociale, culturale e economico che non è più quello del passato o successivo al boom economico del dopoguerra e dotate di norme di zona franca a seconda delle loro particolarità e differenze.(7)
Questo potrebbe rappresentare un modo tangibile per concretizzare le aspirazioni della Dichiarazione di Chivasso del 1943 e dello Statuto Speciale valdostano del 1948, al di fuori delle solite, a volte stanche, ma comunque necessarie e fondamentali, celebrazioni d’anniversario.
Inoltre, potrebbe dar vita a una nuova prospettiva amministrativa per la Valle d’Aosta, finora rimasta sostanzialmente invariata nei secoli, ma ora in cerca di un nuovo assetto e orientamento per il futuro.
(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_di_Chivasso(2) ... e come prospettato recentemente dalla proposta di legge presentata da Rassemblement Valdôtain. (3) Un sistema di suddivisione amministrativa che si ispira in qualche modo a quello svizzero. (4) Esempi: assistenza scolastica ed edilizia scolastica relativa alle strutture per il primo ciclo di
istruzione; assistenza servizi socio-assistenziali, edilizia abitativa pubblica e sovvenzionata, urbanistica, infrastrutture, servizi pubblici d’interesse locale, servizi di acquedotto, fognatura e depurazione; rifiuti, ecc... (5) Forma associativa tra comuni che si occupa prevalentemente di Sportello unico delle attività produttive (SUEL); servizi alla persona (microcomunità, SAD, asilo nido, soggiorni di vacanza ...); servizi connessi al ciclo dell’acqua e dei rifiuti; servizio di accertamento e di riscossione volontaria delle entrate tributarie; dal sito: https://www.celva.it/it/cpel-unites-des-communes-valdotaines/(6) Enti istituzionali intermedi tra comuni e provincia. (7) Indubbiamente si tratta solo di una proposta da approfondire in tutti i suoi aspetti...

I fili della memoria tra le valli di Cogne e Soana Le relazioni tra le valli di Cogne e Soana affondano le loro radici in un passato molto lontano. I documenti raccontano con chiarezza i legami che unirono le due comunità lungo i crinali della catena del Gran Paradiso e della Rosa dei Banchi, montagne che oggi sembrano dividerle ma che per secoli costituirono un naturale spazio d’incontro. Quei rapporti furono fatti di condivisioni e di contrasti. Emblematico fu il caso dell’alpeggio di Ondezana che, verso la metà del Settecento, passò dalla comunità di Cogne a quella della Valle dell’Orco. Il progressivo raffreddamento climatico della Piccola Età Glaciale rese infatti sempre più difficile il valico del colle omonimo, impedendo ai «cogneins» di raggiungere e utilizzare regolarmente un alpeggio del quale possedevano la proprietà almeno fin dal 1206. Come dimenticare, poi, le vicende del Tuchinaggio nel pieno XIV secolo, quando gli abitanti di Cogne sostennero i valsoanini ribellatisi nel contesto delle lotte che contrapponevano i marchesi del Monferrato ai Savoia? Oppure il riso che, risalendo dalle pianure piemontesi attraverso la Val Soana, giunse fino a Cogne, dove sarebbe divenuto uno dei piatti della tradizione locale? E lo stesso ferro estratto dalle miniere di Cogne che, in più di un’occasione, invece di scendere verso Aosta, prese la via del versante canavesano. Il progressivo raffreddamento del clima finì tuttavia per interrompere quasi del tutto questi contatti. Soltanto un filo continuò a unire ogni estate le due comunità: quello della processione di San Besso (10 agosto). Ma esistono anche altri fili che, ancora oggi, continuano a intrecciarsi nella trama della storia. Sono fatti di amicizie, rapporti personali, iniziative condivise e scambi culturali che mantengono vivo il dialogo tra le due vallate. Uno di questi è rappresentato dalla biblioteca comunale di Ronco Canavese , definita dal sito istituzionale «un piccolo presidio culturale di montagna, dove libri, persone e paesaggi continuano a incontrarsi» . (1) Riaperta dopo anni di chiusura, è tornata a essere un luogo vivo di incontro e di iniziative culturali per la comunità. Il legame con la Valle d’Aosta si riflette anche nella scelta di intitolare la biblioteca a Maria Ida Viglino . Nata a Gignod nel 1915, apparteneva infatti a una famiglia originaria di Ronco Canavese. (2) Come molte altre, anche quella dei Viglino attraversò le montagne nella seconda metà dell’Ottocento per stabilirsi in Valle d’Aosta. Fra i protagonisti di questa migrazione vi fu Giovanni Michele Viglino che, insieme al fratello Carlo Giuseppe, lasciò Forzo nel 1869 per trasferirsi a Gignod, portando con sé il mestiere di stagnino. Qui nacque suo figlio Giovanni che, dopo un periodo trascorso con la sua famiglia nella regione parigina, rientrò in Valle d’Aosta stabilendosi a Saint-Christophe. (3) La figlia, Maria Ida, conseguì a Parigi nel 1931 il «Brevet d’enseignement primaire supérieur» . Dopo il rientro della famiglia in Valle d’Aosta, nel 1939 avviò il proprio percorso universitario a Torino, iscrivendosi a Scienze matematiche. (4) Durante la Resistenza partecipò alla lotta partigiana con il nome di battaglia «Piera» , assumendo la presidenza del Comitato di Liberazione Nazionale valdostano. Fu tra i fondatori dell’Union Valdôtaine e, nel 1946, entrò a far parte del primo Consiglio della Valle d’Aosta. Insegnante di matematica e preside, dedicò la propria vita alla scuola, alla difesa della lingua francese, dell’autonomia e dell’identità valdostana. Morì nel 1985. Ai funerali parteciparono autorità e cittadini; fra le corone di fiori fu notata anche quella del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. (5) «Siamo onorati di intitolare la nostra Biblioteca Comunale a questa donna, le cui radici provengono dal nostro territorio: di sangue valsoanino e valdostano, radici comuni che attraversano le montagne che hanno unito nei secoli le nostre valli» , si legge sul sito della biblioteca. (6) Quelle montagne che oggi siamo abituati a considerare un confine continuano invece a rivelarsi un luogo d’unione, lungo i cui crinali persone, famiglie e culture hanno saputo intrecciare, ieri come oggi, una storia comune. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) https://www.biblioronco.it/la-biblioteca . (2) La presenza dei Viglino in Valle d’Aosta non riguardò soltanto il ramo di Giovanni Michele. Giovanni Maria Viglino, «chaudronnier» originario di Ronco Canavese, sposò nel 1882 Adèle-Sophie Rey di Cogne; dieci anni più tardi Domenico Viglino, agricoltore, anch’egli proveniente da Ronco, sposò Marie-Virginie Bionaz di Saint-Christophe. L’Echo du Val d’Aoste , 7 luglio 1882; Feuille d’Aoste , 12 ottobre 1892. Questi matrimoni testimoniano come i rapporti tra il Canavese e la Valle d’Aosta fossero tutt’altro che episodici. (3) https://www.biblioronco.it/la-biblioteca . (4) R. Nicco, Maria Ida Viglino in Les Cents du Millénaire , p. 309. (5) Corriere della Valle d’Aosta , 27 giugno 1985. (6) https://www.biblioronco.it/la-biblioteca .

Aosta, in attesa del treno: ieri e oggi Centoquarant’anni fa, il 4 luglio 1886, Aosta attendeva il suo treno. Era il compimento di un vecchio desiderio, inseguito per quasi trent’anni da un’intera regione. Il 7 luglio il giornale valdostano «Feuille d’Aoste» raccontava che, fin dal primo mattino, «la petite ville d’Aoste a revêtu ses plus beaux ornements» , con bandiere, drappi e festoni, mentre i comuni vicini «déversaient dans nos rues des flots de curieux» . Tutta una popolazione si era mossa verso la stazione, trattenuta in una lunga attesa resa ancora più intensa dai ritardi del convoglio. Poi, finalmente, «le sifflement de la vapeur vint réjouir toutes les oreilles» e il treno – due locomotive e ventotto vagoni – fece la sua «entrée triomphale» . Il vescovo di Aosta benedì le locomotive, ricordando come la Chiesa «acclame et bénit» i progressi della scienza, mentre nel pomeriggio fu inaugurata anche la statua di Vittorio Emanuele II, il re cacciatore; più tardi un banchetto di oltre quattrocento invitati prolungò la grande festa. Il giorno seguente, lo scoprimento della lapide dedicata a Innocenzo Manzetti rese omaggio a uno dei più grandi inventori del suo tempo. Nello stesso numero del periodico locale, in quarta pagina, si annunciava anche la messa in vendita di «Lo Tzemin de fer» , il poema che l’ abbé Jean-Baptiste Cerlogne, il più grande poeta dialettale valdostano, aveva composto per accompagnare l’arrivo della ferrovia. Si può dire che nello stesso momento in cui il treno entrava in Valle d’Aosta, il patois già lo raccontava, aggiungendo nuove parole nel suo vocabolario. Quando infine scese la sera, place Charles-Albert si illuminò grazie alla luce elettrica, una novità che il giornale paragonò a «un vrai soleil» e che lasciò la popolazione meravigliata, mentre i fuochi accesi sulle montagne e i fuochi d’artificio in città prolungarono nella notte quella festa di progresso. Centoquarant’anni dopo, mentre la linea verso Aosta resta ancora interrotta dai lunghi lavori in corso, la Valle d’Aosta si ritrova ancora una volta in attesa del ritorno del suo treno. Un’attesa diversa da quella del 1886: senza fanfare né luminarie, ma ancora accompagnata dalla speranza. Chissà cosa avrebbe scritto, per l’occasione, il buon abbé Cerlogne. «Lo tsemin de fer... élèitrique» ? - Immagine di copertina: La stazione di Aosta in una cartolina d'epoca.

I vigneti di Cogne e di Champorcher Quante volte ci si lamenta del fatto che la burocrazia europea oppure quella statale produca norme pensate per territori molto diversi fra loro, senza tener conto delle differenze morfologiche, altitudinali, latitudinali, ambientali e socio-culturali. Eppure questo modo di legiferare non appartiene soltanto ai nostri tempi. Anche il Regno d’Italia offre molti esempi che, riletti oggi, conservano un sapore quantomeno curioso. Nel 1882, infatti, come annotava «L’Écho du Val d’Aoste» , furono approvate norme legislative degne di una barzelletta. Il giornale valdostano scriveva senza mezzi termini di «esclavage de l’Italie» , asserendo che si legiferava sotto il dominio della forma, della norma e della burocrazia. Un caso particolare era stato evidenziato e coinvolgeva i comuni di Cogne e Champorcher, chiamati a riunire i rispettivi consigli comunali per approvare una variante ai regolamenti di polizia rurale che introduceva precise misure contro la fillossera. Quel parassita, che in quegli anni devastava realmente molti vigneti, costituiva senza dubbio una minaccia seria per vaste regioni viticole europee. La situazione appariva però ben diversa a Cogne, Champorcher, così come in molte altre località valdostane, dove la vite non trovava spazio neppure nelle fasce più basse del territorio comunale, viste le altitudini sul livello del mare. Eppure i consigli, osservava il periodico, dovettero ugualmente «s’exécuter» , poiché la procedura amministrativa imponeva l’approvazione della variante anche là dove essa risultava del tutto inutile. La chiusa dell’ «Écho» non poteva che essere ironica: «La phylloxera à Cogne et à Champorcher, grands dieux!» . Un’esclamazione che richiamava direttamente anche il titolo stesso dell’articolo: «La fooorme» . È una piccola vicenda, certo, ma racconta bene quanto la distanza fra il centro e la periferia potesse apparire grande già allora. Quanto ai vini di Cogne e di Champorcher, possiamo concederci almeno questo: la fillossera, lassù, non avrebbe trovato davvero nulla da divorare, se non quelle inutili delibere comunali. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Edizione del 10 novembre.

Porca miseria… Nell’aprile del 1890, a Cossonay, nel canton Vaud in Svizzera, arrivarono alla fiera due branchi di maiali, per un totale di 270 capi, provenienti dalla Valle d’Aosta. Fin qui nulla di strano: da sempre i mercati elvetici ricevevano bestiame valdostano. Ma quella volta accadde qualcosa che bastò a far montare una polemica. Per portare gli animali dalla stazione ferroviaria al campo della fiera occorreva pagare venticinque centesimi di trasporto «de camionnage» a capo. Una piccola spesa, si direbbe. Eppure, «nos délicats Piémontais» - così venivano definiti i valdostani da un cronista che scrisse al «Nouvelliste vaudois» (1) - preferirono risparmiare quella somma facendo avanzare i maiali a piedi per le strade del paese. Passarono persino davanti alla prefettura, dove furono fermati e multati seduta stante per quaranta franchi. L’articolista annotava la cosa con un certo sarcasmo: avevano scelto di violare la legge vodese sapendolo benissimo: «le sachant et le voulant» . Paradossalmente, pagando la multa, avevano così risparmiato quindici centesimi di trasporto a capo. A giudizio del cronista, il vero problema stava nel percorso dei maiali. Gli animali, infatti, avevano seguito lo stesso tragitto battuto dal resto del bestiame della fiera, migliaia di capi destinati poi a disperdersi in tutta la Svizzera. Bastava che uno soltanto fosse malato perché il contagio potesse correre ovunque proprio nei giorni che precedevano la salita agli alpeggi. Era il tempo in cui la paura delle epizoozie pesava quasi quanto quella delle carestie. Il giornale ricordava il caso di San Gallo, dove ventimila capi erano stati abbattuti per fermare una malattia arrivata dall’Est Europa. Porca miseria, davvero, si potrebbe dire, allora. La miseria, il peso dei costi e il poco guadagno stavano spesso alla base della sopravvivenza e, sapendo che i loro maiali non erano infetti, gli allevatori valdostani scelsero di aggirare la norma. Non era corretto, certo, ma è facile capire a volta a cosa può costringere la necessità. La parola «maiale» sembra portare con sé un’eco antichissima, forse legata a Maia, dea della primavera e del risveglio della terra. E in quella primavera del 1890, a Cossonay, furono proprio i maiali valdostani a risvegliare, insieme al mercato, anche gli animi. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Le National Suisse , 24 aprile 1890.

Un neonato tra i cespugli di Bramafam (1877) Nel 1877, nei pressi del castello di Bramafam di Aosta, un giornale locale raccontò un fatto che si collocava ai limiti della cronaca nera. In un cespuglio, in un prato, era stato trovato un neonato, un maschietto, abbandonato da poche ore. A rinvenirlo fu la signora Degrandi. La piccola creatura godeva, scrisse il giornale, di perfetta salute. Fu affidata immediatamente all’autorità competente, registrata e collocata in un ricovero, mentre furono avviate le indagini di polizia per risalire a chi l’avesse esposta così, di nascosto, alla sorte, come si leggeva, «pour découvrir l’auteur dénaturé de cette exposition clandestine» . (1) Il giornale aggiungeva un dettaglio di pietà verso il trovatello che, con «louable charité» , il signor Degrandi si offrì di farsi carico personalmente del battesimo del bambino. (2) Lo stesso giornale ricordava che Jean Degrandi teneva «l’auberge du Jardin des Plantes» in via Challand e, l’anno successivo, annunciava l’apertura, sempre a suo nome, di un nuovo albergo nei pressi dell’attuale piazza Chanoux, con camere, cortile, scuderia e servizio curato. La famiglia Degrandi compariva dunque più volte nelle cronache cittadine di quegli anni come una famiglia, agiata e ben inserita nel tessuto sociale di Aosta. (3) Chissà, forse avrebbero potuto prendersi cura di quel bimbo. È soltanto un’ipotesi che viene oggi, ragionando col senno di poi. Qualche settimana dopo, però, la stampa tornò sulla vicenda. La madre del bambino era stata finalmente rintracciata e, cosa che il cronista sottolineava con un certo sollievo, l’istruttoria aveva escluso ogni idea di abbandono o, peggio, di delitto: il fatto sarebbe stato imputato a un semplice «malheur arrivé par… accident» . Una giustificazione poco chiara, senza ulteriore eco, ma, comunque fossero andate davvero le cose, con quella decisione giudiziaria fu posta fine a quella brutta vicenda. La vicenda si chiuse così, almeno sulla carta. Restò il silenzio. E nello scoramento che ancora oggi lascia leggere simili notizie, forse c’è almeno una certezza, anche se poco gratificante: a tragedie come questa non ci si abitua mai. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L’Écho du Val d’Aoste , 18 giugno 1877. (2) L’Écho du Val d’Aoste , 20 agosto 1877. (3) L’Écho du Val d’Aoste , 15 ottobre 1877, 23 settembre 1878.

Spostateviii!!! Anno 1896. Piena estate. Centro di Aosta. In quei giorni la città sembrava in balia del vento. Un «venticello» - scriveva un giornale - soffiava senza tregua «dal levare al tramontare del sole» , trasformandosi talvolta quasi in uragano. In piazza si vedevano volare cappelli e gonfiarsi gonne, mentre terriccio e polverame, vetri, lanterne e oggetti d’ogni sorta finivano per aria. Volteggiavano qua e là freneticamente, mentre quelli più pesanti tornavano giù veloci e pericolosi come proiettili. Fu proprio a causa di una folata, per esempio, che il grosso fanale appeso alla porta dell’allora birreria Bieler precipitò a terra. «Guai se sotto vi fosse stato qualcuno!», commentava il cronista. (1) Forse fu quel ventaccio a spaventare anche un cavallo la sera del 9 luglio, un giovedì. Un carro, guidato da un «giovinotto, di cui ignoriamo il nome» , (2) scendeva dal sobborgo di Saint-Etienne lungo rue Croix-de-Ville quando, all’improvviso, il cavallo si imbizzarrì. (3) «Di subito la bestia adombratasi per non sappiamo qual motivo si diede a corsa sfrenata» . Il quadrupede si lanciò allora senza sosta, veloce come il vento, seminando rumore, paura e un fuggi fuggi generale. (4) Per un istante la via sembrò sprofondare nel timore del peggio. La corsa dell’animale finì contro la vetrina di un orologiaio di via Aubert, «mandandogli in frantumi vetri, ed in aria orologi, sveglie, catenelle, ecc...» . Mentre alcuni passanti accorrevano per fermare il cavallo, il giovane conducente giaceva a terra svenuto, sbalzato nel tentativo di riprenderne il controllo. Poi tutto si calmò e sembrò tornare al suo posto, tranne, ovviamente, i danni. Paradossalmente, in quell’inizio di luglio del 1896, ad Aosta, tra animali imbizzarriti, fanali volanti, cappelli in fuga e gonne ribelli, le uniche cose davvero ferme furono gli orologi dell’orologiaio, danneggiati e sparsi tra la vetrina e il pavimento della bottega: uno scenario degno di Dalì e dei suoi orologi «molli». - In copertina: cartolina d'epoca. (1) L’Alpino , 10 luglio 1896. (2) L’Alpino , 17 luglio 1896. (3) Le Duché d’Aoste , 15 luglio 1896. (4) L’Alpino , 17 luglio 1896.

“Vi telefono… o aspetto il cane San Bernardo?” Il telefono arrivò sui colli valdostani nel 1887, soprattutto come supporto ai salvataggi di chi si trovava in difficoltà a causa delle condizioni climatiche. «La Valigia» annunciò che a dicembre era stata impiantata una comunicazione telefonica tra l’Ospizio del Piccolo San Bernardo, le case cantoniere e La Thuile, con apparecchi «del sistema Bell-Blake» , e ricordò che un servizio simile era già in funzione «da qualche tempo prima» tra l’Ospizio del Gran San Bernardo, la Cantina e l’ufficio telegrafico di Saint-Rhémy-en-Bosses. (1) Il 17 dicembre due carabinieri di Étroubles, segnalati di passaggio al valico, non giunsero a Saint-Rhémy-en-Bosses perché colti da una valanga. Due squadre di soccorso, allertate con una telefonata, li trovarono «au fond d’un couloir», stremati e in condizioni serie, e riuscirono a portarli in salvo. (2) La notizia attraversò rapidamente le Alpi e anche la Manica. La londinese «St James’s Gazette» , sotto il titolo «The Telephone in the Alps» , presentò il nuovo collegamento come uno strumento destinato a ridurre «the number of fatal accidents annually happening among French and Italian workmen while crossing the mountains between October and May» , cioè «il numero di incidenti mortali che ogni anno colpivano operai francesi e italiani nell’attraversamento dei passi tra ottobre e maggio» . (3) Quasi quindici anni dopo, il sistema era talmente entrato nell’uso da produrre anche una certa ironia. «Le Duché d’Aoste» del 14 agosto 1901, riprendendo il vallesano «L’Ami du Peuple» , raccontò di un turista francese che, sorpreso dalla nebbia, si sedette su una pietra aspettando i cani dell’ospizio. Il viaggiatore, definito con ironia «notre original tartarin» (allusione a Tartarino di Tarascona, personaggio spaccone e un po’ ingenuo di Daudet), non demordeva dal suo intento e continuò ad attendere i celebri cani del San Bernardo. I cani ovviamente non arrivarono. Poi il tempo migliorò e il "deluso cinofilo" giunse senza problemi all’ospizio. Reclamò. I religiosi, con molta pazienza, gli spiegarono che i loro ausiliari si muovevano soltanto su segnalazione o dopo una chiamata telefonica. Lungo la strada, sui due versanti, i rifugi erano dotati di apparecchio e, non appena giungeva una chiamata, partiva un uomo con il cane verso il punto indicato. L’animale portava al collo un paniere con pane, formaggio e vino. Anche nel cuore dell’inverno transitavano quotidianamente sei o sette persone attraverso il colle, che annualmente vedeva il passaggio di non meno di 15.000 lavoratori, mentre l’ospizio ospitava migliaia di viaggiatori e pellegrini. «Grâce au téléphone, on le sait, les accidents sont désormais très rares» , concludeva il giornale. E in effetti, anche se il vecchio cane San Bernardo continuava a fare la sua parte, ormai pure una telefonata poteva salvare delle vite. - Immagine di copertina: cane san Bernardo; cartolina d'epoca. (1) Edizione del 12 febbraio 1888. (2) Feuille d’Aoste , 4 gennaio 1888. (3) Edizione del 27 dicembre 1887.

Aosta e... gli oggetti volanti In passato, molte volte la città di Aosta fu teatro di episodi tanto curiosi quanto pericolosi. A quanto pare, finestre, balconi e davanzali sembravano talvolta animarsi di vita propria, trasformandosi in vere e proprie rampe di lancio dalle quali gli oggetti più comuni prendevano il volo come proiettili. Il 24 luglio 1875, per esempio, due signori stavano passeggiando lungo via Porta Pretoria quando un enorme coperchio di baule precipitò ai loro piedi con un fragore impressionante, tanto da gettare il panico tra i passanti. Se fosse caduto un solo istante più tardi, avrebbe potuto colpire uno dei due uomini alla testa. Lo scampato pericolo spinse un giornale locale a commentare l’accaduto con una punta d’ironia chiedendosi se gli appartamenti soprastanti non fossero abitati da qualche «briseur de têtes» . «Nous ne le croyons pas» , si rispondevano subito i cronisti, invitando però la polizia municipale a sorvegliare con maggiore attenzione. (1) Qualche anno più tardi fu invece una giovane domestica a pagare il prezzo di una finestra maneggiata con troppa leggerezza. Mentre percorreva via De Tillier, una vera e propria pioggia di vetri precipitò dal secondo piano di un edificio colpendola alla testa. I frammenti, scrisse il giornale, «s’y enfoncent et la lui labourent» , provocandole una ferita così grave da farle perdere i sensi. La ragazza fu soccorsa e quindi accompagnata «à la pharmacie de l’hôpital où ses blessures sont pansées et bandées» . Il cronista, che aveva aperto l’articolo con un eloquente «Attention aux fenêtres» , concluse osservando che si trattava di un incidente che avrebbe potuto avere conseguenze funeste e di cui il responsabile non poteva essere considerato esente da colpe. (2) Il caso più incredibile, però, fu quello che coinvolse un giovane abitante dell’attuale via Porta Pretoria. Nella notte del 16 agosto 1903 il ragazzo si era addormentato appollaiato alla finestra del terzo piano della propria abitazione. Nel sonno scivolò oltre il parapetto, ma si risvegliò all’improvviso riuscendo ad aggrapparsi ai fili del telegrafo. La caduta, « d’une hauteur de dix mètres» , fu in parte rallentata dai cavi, ai quali rimase sospeso per qualche istante prima di precipitare al suolo. La sua avventura si concluse con una gamba rotta e diverse lesioni al capo. (3) Sono alcune tra le cento storie che Aosta restituisce dai cieli del passato. Non erano oggetti non identificati, ovvio, ma volanti sì. - In copertina: cartolina d'epoca, via de Tillier, Aosta. (1) Parmi les locataires de la maison du notaire Rosset y a-t-il peut-être des briseurs de têtes? Nous ne le croyons pas, mais nous leur rappelons qu’il est sévèrement défendu de jeter dans la rue des projectiles quelconques, à plus forte raison d’énormes couvercles; invitando al tempo stesso la polizia municipale a vigilare con attenzione e, se necessario, ad applicare sans pitié les peines établies par la loi . Feuille d’Aoste , 28 luglio 1875. (2) Le Duché d’Aoste , 6 gennaio 1897. (3) L’Union valdôtaine , 18 agosto 1903.

Vescovi di Aosta che non presero mai la strada di Aosta Nel corso del Cinquecento anche la Valle d’Aosta fu interessata dalle nuove idee religiose che attraversavano l’Europa. La diffusione di dottrine eterodosse fu particolarmente avvertita negli anni Venti di quel secolo a Brusson, Saint-Vincent e in Valtournenche. Le chiese di Torgnon e Antey furono perfino interdette a causa dell'influenza delle idee riformate provenienti dalle terre elvetiche attraverso il colle del Théodule. In un momento così delicato, la diocesi si trovò per anni senza una guida stabile. Ercole d’Azeglio e Amedeo Berruti, vescovi tra il 1511 e il 1525, per esempio, non risiedettero ad Aosta. Alla morte di Berruti la situazione si complicò ulteriormente perché la sede rimase vacante per tre anni poiché più di un candidato rifiutò l'incarico. Il protonotario apostolico Giovanni Battista Provana di Leinì dichiarò di non sentirsi all’altezza della carica. Anche lo spagnolo Álvaro Rodríguez, designato vescovo da Roma nel 1527, rinunciò prima ancora di mettersi in viaggio verso la Valle. Solo nel gennaio del 1528 papa Clemente VII nominò Pietro Gazino, che raggiunse finalmente Aosta e guidò la diocesi fino al 1566. Durante il suo lungo episcopato dovette affrontare il radicarsi della Riforma. Pur governando la diocesi negli anni del Concilio di Trento (1545-1563), non partecipò personalmente alle sessioni conciliari. Ancora nel 1557 il duca di Savoia lamentava che la Valle non fosse stata «purgata dagli elementi eterodossi» , mentre l'anno seguente denunciava la presenza della «maledetta settaccia lutherana» . Le autorità valdostane reagirono con fermezza contro la diffusione delle dottrine riformate. Per i colpevoli erano previste il carcere, la «strappade de corde» - una forma di tortura praticata mediante sospensione a una corda - e, per gli ostinati, addirittura il rogo: «bruslez comme hérétiques» . Tempi duri... - Immagine di copertina: La cattedrale di Aosta (foto propr. autore).

Voyadzo gratis Amé Gorret (1836-1907), sacerdote e alpinista originario di Valtournenche, fu una delle figure più singolari della Valle d’Aosta dell’Ottocento. Uomo dal carattere indipendente, brusco e spesso caustico, mal sopportava la vita troppo sedentaria e l’obbedienza formale. Per queste ragioni fu spostato più volte da una parrocchia all’altra; perfino in Savoia. Lui stesso diceva di essere «domicilié en route» . Ma dietro quella scorza ruvida si nascondeva un uomo perspicace, generoso e incapace di rinunciare alla propria franchezza. Fu proprio quando fu trasferito in Francia che nacque un episodio rimasto celebre. (1) Quando poteva, Gorret rientrava in Valle d’Aosta e, prima della partenza, girava per le botteghe acquistando piccole cose e immagini da regalare ai nipoti di Valtournenche. Una volta, però, tra souvenirs e qualche bicchierino di vino, aveva finito il denaro. Senza più soldi per il viaggio, corse alla stazione e salì sul treno senza acquistare il biglietto. Accucciato in un angolo del vagone, si addormentò per ore. Quando passavano i controllori, «en veyen si gran prére» , si guardavano bene dal disturbarlo. Ma vicino a Bourg-Saint-Maurice uno di loro trovò il coraggio di domandargli con insistenza fino a svegliarlo: - «Signore, come vi chiamate?» «Adon lo gran Gorret» , stropicciandosi e con aria stralunata, rispose: - «Io non mi chiamo affatto. Non mi sono mai chiamato. È il mondo che mi chiama e mi infastidisce!» Tanto bastò perché il controllore si spaventasse e, interdetto, scappasse a gambe levate. Paul Verlaine soleva dire che «il treno scivola senza mormorio; ogni carrozza è un salotto in cui si parla sottovoce». Il povero controllore, per farsi sentire dall' abbé Gorret che dormiva profondamente, dimenticò quella regola. Fu una pessima idea dato che sotto quella tonaca consumata dormiva un uomo buono come il pane, ma ruvido come la sua veste. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L'Union Valdôtaine , 1° gennaio 1946.